La Città Futura

il progetto rossoverde per Portogruaro
 

La cornucopia delle rinnovabili

17 maggio 2011
Pubblicato da Matteo Civiero

100% di energia pulita: it’s the economy, stupid!

Dopo aver evidenziato tutte le criticità del nucleare, vorrei confutare anche quest’altro luogo comune: se vogliamo abbandonare l’uso dei combustibili fossili, non possiamo basarci solo sulle fonti rinnovabili. Invece si può fare, si deve fare e conviene farlo: entro il 2050 tutta la domanda mondiale di energia può essere soddisfatta con fonti pulite. Sono già diversi gli studi usciti in questi ultimi anni che hanno mostrato la raggiungibilità di questo traguardo, da alcuni a torto bollato come fantascientifico.

Già nel 2007, Greenpeace insieme all’European Renewable Energy Council, nel loro Energy (R)evolution: A sustainable World Energy Outlook dimostrarono come fosse possibile dimezzare entro il 2050 le emissioni di CO2 rispetto a quelle del 1990,  per limitare l’aumento medio delle temperature terrestri a 2°C, riuscendo al tempo stesso a fornire energia a prezzi abbordabili a tutti i paesi, e a quei due miliardi di persone che non hanno accesso all’elettricità. Secondo il rapporto, due sono gli strumenti indispensabili per costruire un sistema del genere: (1) l’efficienza energetica, con un potenziale enorme in grado di coprire tutto il fabbisogno aggiuntivo di energia da oggi in avanti; (2) le energie rinnovabili, che in quello scenario arrivavano a coprire il 35% del fabbisogno totale al 2030 e il 50% al 2050.

Nel frattempo gli studi si sono moltiplicati, le conoscenze approfondite e gli obiettivi si sono fatti più ambiziosi. L’ultimo lavoro, di recentissima pubblicazione, arriva dal WWF e si intitola The Energy Report. Un lavoro commissionato alla società di consulenza Ecofys che dipinge uno scenario energetico che porterebbe a ridurre le emissioni dell’80% rispetto ai livelli del 1990 entro il 2050. E’ una rivoluzione energetica che – se si investe con convinzione nei prossimi decenni – dal 2040 in poi farà anche risparmiare 4mila miliardi di euro l’anno. Anche in questo scenario, inutile dirlo, è fondamentale il ruolo dell’efficienza energetica: si prospetta una domanda di energia al 2050 inferiore del 15% a quella del 2005. Per ridurre i consumi l’azione dovrà essere decisa per tutti i settori: l’industria utilizzerà una quantità maggiore di materiali riciclati ed energeticamente efficienti, gli edifici verranno costruiti o ristrutturati in modo tale da richiedere livelli minimi di energia per il riscaldamento e il condizionamento, e le varie forme di trasporto saranno più efficienti. Per quanto possibile, si userà l’energia elettrica in luogo dei combustibili solidi e liquidi e l’elettricità sarà gestita in maniera efficiente rendendo più “intelligente” la rete elettrica.

Questa riduzione del fabbisogno elettrico – secondo lo scenario – potrà essere soddisfatto interamente da fonti rinnovabili. Contando solo sulle tecnologie già esistenti e abbandonano fonti con troppe controindicazioni come le fossili e il nucleare. Il mondo dunque non dovrà dipendere più dal carbone o dai combustibili nucleari, mentre le regole internazionali e la cooperazione limiteranno i potenziali danni ambientali derivanti dalla produzione di biofuels e dallo sviluppo dell’idroelettrico. Nel mix energetico proposto da Ecofys e WWF  protagonista sarà il solare. Entro il 2050 l’energia da sole fornirà circa metà di tutta l’elettricità, metà del riscaldamento degli edifici e il 15% del calore del settore industriale. Un obiettivo per cui – si fa notare – è sufficiente un tasso annuale di crescita medio molto inferiore a quello annuo attuale. Importante anche il ruolo dell’eolico che conterebbe per circa il 25% della domanda di elettricità entro il 2050. La geotermia fornirebbe il 4% circa dell’intera produzione elettrica nel 2050 e il 5% del fabbisogno di calore per il settore industriale. Energie rinnovabili con ricadute ambientali discutibili come l’idroelettrico e i biocarburanti nello scenario avranno un ruolo contenuto. Le biomasse verranno usate solo quando non sostituibili da altre fonti rinnovabili e il loro sviluppo dovrà comunque essere sostenibile. Dalle bioenergie nel 2050 verrà comunque il 60% dei combustibili e del calore necessari per l’industria, il 13% del fabbisogno termico degli edifici e circa il 13% dell’elettricità. 

Fornire energia sicura, accessibile e pulita nella quantità necessaria richiederà uno sforzo globale simile alla risposta alla crisi finanziaria mondiale, investimenti per circa il 2% del Pil fino ad un massimo di 3.500 miliardi di euro l’anno nel 2035 (euro al valore del 2005). Ma nel lungo termine i risparmi bilanceranno tutti i nuovi investimenti. Grazie all’energia e ai combustibili fossili risparmiati, infatti, dal 2040 in poi si potrebbe guadagnare a livello globale fino a 4mila miliardi di euro l’anno.

Solo illusioni? Toglietevi questa idea dalla testa. La Germania ha già imboccato con decisione questa strada: “La politica ecologica è la politica del futuro, anche per l’economia” ha spiegato il ministro dell’Ambiente Norbert Roettgen (“La Germania ha scelto Puntiamo su sole e vento”, la Repubblica del 18 marzo 2011). I dati ufficiali parlano chiaro: l’efficienza nell’uso delle materie prime nell’economia tedesca è aumentata del 46,8% tra il 1994 e il 2009, cioè nello stesso periodo in cui il prodotto interno lordo cresceva del 18,4%. I costi del sistema economico Germania sono calati di 100 miliardi di euro. Proprio mentre, parallelamente, la percentuale di energia prodotta dal nucleare scendeva dal 27,3% del 1991 a una cifra attorno al 20%, e quella delle rinnovabili volava nello stesso arco di tempo dal 3,2 al 17%. Mentre i reattori nucleari tedeschi danno lavoro, secondo i Verdi, a circa 30mila persone, gli occupati nel comparto delle rinnovabili sono aumentati dai 277mila del 2007 ai circa 340mila attuali. Dal 2007 al 2009, gli investimenti nelle energie rinnovabili sono passati da 11,4 a 20,4 miliardi di euro. Il fatturato del comparto, export incluso, è di 21miliardi di euro, cresciuto in tre anni di quasi il 40%. Fondi pubblici e sgravi fiscali aiutano la crescita. Una produzione di energia elettrica affidata al 100% alle rinnovabili è possibile entro il 2050, dice il ministero di Roettgen, e il governo si è posto l’obiettivo di arrivare all’80%.

Il Governo di Roma sogna bidoni nucleari e confeziona pacchi sorpresa per le rinnovabili, a Berlino (e non solo) non hanno voglia di scherzare e prendono l’ecologia sul serio: it’s the economy, stupid!

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Le vignette di Lorenzo Bussi: Referendum

11 maggio 2011
Pubblicato da Lorenzo Bussi

Referendum

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Il bidone nucleare

7 aprile 2011
Pubblicato da Matteo Civiero
Una scelta costosa, pericolosa, immorale

Il nucleare è davvero una fonte di energia conveniente ed utile nella lotta ai cambiamenti climatici? Oggi le circa 440 centrali funzionanti nel mondo coprono il 6% del fabbisogno energetico primario e il 16% di quello elettrico mondiali. I vantaggi del nucleare possono essere riassunti nella possibilità di produrre grandi quantità di energia in maniera costante, certa e senza l’emissione di gas climalteranti in fase di esercizio (non certo in fase di costruzione). Un cantiere dura mediamente dai 5 ai 7 anni e da lavoro diretto a circa 3.000 persone, che diventano 9.000 considerando l’indotto; si stima che circa il 60% dell’investimento può essere realizzato dall’industria italiana. In fase di esercizio un impianto darebbe lavoro a circa 1.300 persone, tra impiegati diretti e indotto, a cui si aggiungono 150 occupati diretti in fase di smantellamento[i]. Qualcuno sostiene anche che l’energia nucleare, abbassando il costo dell’energia, possa aumentare la competitività del sistema paese e delle sue imprese.

Che l’energia nucleare sia conveniente è un grande abbaglio. Nell’ultima valutazione del Dipartimento dell’Energia Usa (Energy Outlook 2010) sugli impianti da costruire nei prossimi due decenni, l’elettricità da nucleare risulta la più cara tra tutte le forme di energia possibili. Negli ultimi 40 anni il suo costo di realizzazione non ha fatto altro che crescere anziché diminuire, soprattutto per i costi legati alla sicurezza, esattamente il contrario di quello che succede alle fonti rinnovabili (Gianni Silvestrini, Politecnico di Milano su Qualenergia.it). Le uniche due centrali attualmente in costruzione in Europa, in Finlandia e Francia, stanno subendo continui ritardi, revisioni degli standard di sicurezza e soprattutto aumento del costo di realizzazione, che è quasi triplicato. Figuriamoci cosa potrebbe succedere in Italia.[ii]

Non esiste un paese al mondo che abbia trovato una soluzione definitiva alla gestione delle scorie. Anche gli USA, dopo aver investito circa 9 miliardi di dollari per un deposito geologico di profondità, hanno rinunciato al progetto. Oltre che immorale, una fonte energetica che produce scorie altamente tossiche per decine di migliaia di anni, lasciandole a carico delle generazioni future, è economicamente disastrosa e non si può certamente considerare pulita. Nell’Europa a 25 i rifiuti nucleari crescono ad un ritmo di 40mila metri cubi/anno, pari a 100mila tonnellate; come se fosse un edificio a base 850 metri quadri e alto 10 piani e che aumenta di un piano all’anno: una mole gigantesca che ha a disposizione solo due sedi di ritrattamento per tutta Europa, ovvero La Hague in Francia e Sellafield in Inghilterra.[iii] Quelle stesse scorie favoriscono poi la proliferazione di armamenti nucleari e possibili minacce terroristiche, con ulteriori costi per la loro messa in sicurezza. Il decomissioning, ovvero lo smantellamento, ha dei costi assurdi: dai 20 ai 40 miliardi di euro per singolo impianto, cioè dalle quattro alle otto volte il suo costo di installazione.[iv]

Il combustibile utilizzato per produrre energia, l’uranio, quando non ricavato dagli arsenali nucleari militari, è ancora più concentrato dei combustibili fossili: tre soli paesi (l’Australia, il Canada e il Kazakhstan) detengono circa il 58% delle riserve note economicamente estraibili attualmente (Wikipedia).

La sicurezza è una questione controversa. Se da una parte è vero che gli incidenti in questa industria sono più rari – ma non così rari come crediamo, se è vero che tra gli anni ’50 e gli anni ’80 si sono verificati oltre un centinaio di incidenti nucleari, venti di questi molto gravi[v] – quando accadono episodi gravi possono assumere contorni catastrofici: vaste aree di territorio compromesse e inadatte ad ospitare la vita per decine se non centinaia di anni, milioni di persone contaminate in maniera più o meno grave, diffusione delle radiazioni su scala globale (il costo totale del disastro di Cernobyl è stato stimato intorno ai 358 miliardi di euro e in circa 200 mila le persone affette.[vi] Cernobyl e Fukushima non sono incidenti dovuti a tecnologie obsolete, ma ad errori umani e difetti nei sistemi di raffreddamento a seguito di catastrofi naturali e conseguenti black-out energetici. Quanti sanno che nel 2003 in Francia alcune centrali furono fermate per la scarsità di acqua a disposizione per il loro raffreddamento, con conseguente aumento dei morti per mancanza di elettricità e quindi condizionamento in una delle estati più torride della storia delle misurazioni?

I tempi di realizzazione e il potenziale di produzione la mettono fuori gioco nella lotta ai cambiamenti climatici, che devono essere messi in campo in questo decennio: anche nei paesi con programmi nucleari ben avviati, mettere in funzione un reattore nucleare richiede tipicamente più di un decennio. Inoltre lo Scenario energetico prodotto dall’Agenzia Internazionale per l’Energia (IEA) mostra che, anche se la potenza nucleare venisse quadruplicata entro il 2050, rappresenterebbe meno del 10% del consumo mondiale di energia. Questo sforzo ridurrebbe le emissioni di biossido di carbonio di meno del 4%.

Costi incerti, non quantificabili, sicuramente in crescita, a carico dello Stato e quindi dei cittadini, vantaggi economici per pochi grandi concentrazioni di potere, contributo scarso e tardivo alla lotta dei cambiamenti climatici e per la sicurezza energetica, l’energia nucleare è un grave freno alla costruzione di un sistema energetico pulito, sicuro, conveniente, distribuito e democratico. Un autentico bidone, un pacco confezionato a spese dei contribuenti che in futuro probabilmente giungerà a destinazione solamente nelle repubbliche delle banane o nelle dittature militari.


  

[i] Da Il Nucleare per l’economia, l’ambiente e lo sviluppo, The European House, Ambrosetti.
[ii] Per un approfondimento consiglio l’articolo di Edo Ronchi su Qualenergia.it.
[iii] Leonardo Maugeri, Con tutta l’energia possibile, Sperling & Kupfer, 2008).
[iv] Fulcieri Maltini, ingegnere nucleare ex CERN, su Qualenergia.it.
[v] Stefano Generali in Ti ricordi Cernobyl?, Infinito, 2006.
[vi] Greenpeace, Energia nucleare:una pericolosa perdita di tempo, in pdf sul sito.

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Da Fermi a intelligenti

3 aprile 2011
Pubblicato da Adriano Zanon

Breve storia del nucleare italiano

Quarant’anni fa, nella primavera del 1971, le classi quinte di elettrotecnica dell’ITIS “Leonardo da Vinci” di Portogruaro andarono in gita scolastica alla centrale elettronucleare di Latina, il top della tecnologia di loro interesse. In quella gita c’ero anch’io. Ricordo bene la centrale nucleare, un posto dove – a differenza di Roma, la base ludica della gita – non tornai più. E’ passato tanto tempo, ma ricordo in particolare quando, ad un certo punto, la nostra guida ci disse: «Ecco, qui siamo sopra il reattore».

Allora in Italia funzionavano tre centrali nucleari completate negli anni Sessanta: quella di Garigliano, col nome del fiume adiacente, ma insediata nel comune di Sessa Aurunca, Caserta (1964-1982), di 150 MW; quella di Latina (1964-1986), di 216 MW; quella di Trino Vercellese (1965-1987), di 270 MW. Nel 1971 anno cominciò anche la costruzione a Caorso (Piacenza, 1981-1988) di un impianto di 850 MW. Queste quattro furono le uniche centrali nucleari a produrre energia in Italia. All’inizio degli anni Ottanta, quando funzionavano tutte insieme, non raggiungevano il potenziale di 1.500 MW. Ma qual è stata la parabola dell’energia nucleare italiana? Abbozziamo una breve ricostruzione.

Negli anni Sessanta in realtà l’Italia era una piccola potenza in tema di nucleare. Era il terzo produttore mondiale. Ma era anche il posto dove c’era intatto il mito della scuola di via Panisperna a Roma, la sede dell’istituto universitario di fisica, dove un gruppo formatosi a partire dalla metà degli anni Venti sotto la spinta di Orso Mario Corbino (1876-1937) e la guida di Franco Rasetti (1901-2001) ed Emilio Fermi (1901-1954), aveva raggiunto negli anni Trenta grandiosi risultati nella ricerca sulla fisica atomica. Con il contributo di Segré, Amaldi, Majorana, Pontecorvo e del chimico D’Agostino, Fermi approdò dalla sua teoria del decadimento beta del 1933 alla produzione della radioattività artificiale dell’anno successivo, esperimenti che permisero le prime riflessioni teoriche alla base dei reattori nucleari. Con il 1935 cominciò la diaspora e alla fine del 1938, in occasione del Nobel ritirato a Stoccolma, anche Fermi (che aveva la moglie ebrea) si trasferì in America, dove sarebbe stato protagonista assieme ad altri della costruzione del primo reattore per la fissione controllata dell’uranio, a Chicago il 2 dicembre 1942.

Per la cronaca negli anni Sessanta ci fu una vicenda controversa da ricordare, quella di Felice Ippolito (1915-1997), un geologo che dal 1952 in qualità di direttore dei comitati nucleari (l’attuale ENEA) fu protagonista di tutti i progetti, a partire dalle prime centrali di Garigliano e Latina. Ippolito però non era organico al potere democristiano, come Enrico Mattei, anzi era un laico in vista, cofondatore nel 1955 del Partito Radicale. E mentre il presidente dell’ENI morì in un incidente aereo nell’ottobre del 1962, Ippolito finì sotto inchiesta nell’agosto del 1963 per dubbi sulla correttezza della gestione del comitato e finì in carcere, condannato per ben undici anni, ma graziato dopo un paio d’anni dal presidente Saragat.

Il ‘caso Ippolito’ per qualcuno fu una montatura, una farsa, per eliminare – appunto dopo Mattei – un altro pericoloso promotore dell’indipendenza energetica italiana. Erano gli anni della nazionalizzazione dell’energia elettrica e gli interessi economici intorno alla materia non erano bruscolini. Comunque Ippolito uscì di scena, andando a fondare nel 1969 Le Scienze, edizione italiana del Scientific American, eppoi facendo il deputato europeo nel PCI (1979-1989). (1)

Ma negli anni Settanta il nucleare tornò prepotentemente d’attualità. Tutto nacque dalla guerra del Kippur dell’ottobre 1973, cioè dall’attacco congiunto a Israele dell’Egitto da sud e della Siria da nord. I paesi arabi si schierarono e l’OPEC bloccò le forniture di petrolio all’Occidente. Chi ha almeno cinquant’anni ricorderà le domeniche senza automobili per strada, dove si poteva tranquillamente giocare a calcio o alla lippa (cibbè o pìndul).

Fu l’inizio di una nuova epoca nelle politiche energetiche ed allora l’ENEL ordinò subito quattro centrali da 1.000 MW, ordine ratificato da un Programma Energetico Nazionale (PEN) approvato dal CIPE a fine 1975. Il documento prevedeva un’escalation nucleare (da 7.400 MW nel 1982, fino a 62.100 nel 1990) sulla base di certezze sull’andamento dei costi di produzione. Ma dove mettere tutte le centrali? Era tutto previsto dal PEN, ma con una certa superficialità. Così, ben presto il programma ebbe qualche problema. Apparve che le previsioni dei fabbisogni elettrici erano esagerate, che non c’erano i soldi, ma apparvero anche le contestazioni.

Per prima si mosse Italia Nostra (bel nome questo) con un documento del 27 marzo 1976 firmato da molti intellettuali, primo il presidente Giorgio Bassani. Poi nel giugno 1976 si cominciò a contestare la costruzione della centrale da 2.000 MW a Montalto di Castro, in Maremma. Tra il 1976 e il 1977 le discussioni, i convegni, le manifestazioni si moltiplicarono. Il 15 marzo 1977 il ministro dell’industria Donat Cattin intimò alle regioni l’individuazione dei siti e poi dispose un nuovo PEN (il secondo), approvato dal CIPE il 3 dicembre 1977. Prevedeva di costruire subito soltanto 12-13 centrali, invece di 20, e di avviarne altre 8 dopo il 1985. Come risposta, in tutto il 1978 si susseguirono manifestazioni di protesta in tutti i territori interessati.

Il nuovo ministro dell’industria Prodi diede il via a Montalto di Castro il 19 febbraio 1979, ma il 28 marzo ci fu il grave incidente al reattore nucleare di Three Mile Island, vicino Harrisburg, in Pennsylvania. Il 19 maggio 1979 si svolse una grande marcia antinucleare a Roma, alla vigilia delle elezioni del 3 giugno.

Purtroppo lo spazio a disposizione mi impedisce di ricostruire gli anni Ottanta, quando si susseguirono i ministri dell’industria e i piani per fare almeno qualche centrale, ma ormai c’era stato il big bang dell’ambientalismo italiano. Nell’estate 1980 fu fondata l’attuale Legambiente, gli anni 1981-83 sono stati quelli della nuova grande contestazione antinucleare. Alle amministrative del 1985 si presentò in otto regioni la lista dei Verdi con simbolo un sole che ride.

Poi il 26 aprile 1986 ci fu l’incidente di Chernobyl. La mia prima figlia aveva dodici mesi e si poneva il problema del latte da utilizzare, per noi grandi quello delle verdure a foglia larga, anche se le notizie erano attentamente minimizzate. Ma tutto approdò ai tre referendum dell’8 novembre 1987, con un voto nettamente contrario al nucleare: 80,6% contro la procedura per la localizzazione, 79,7% contro i contributi agli enti locali favorevoli, 71,9% anche contro l’Enel all’estero.

Così calò il sipario sul nucleare italiano, finché nuovi teatranti l’hanno rialzato per farci godere un nuovo spettacolo. Ma gli italiani sul nucleare sono partiti da Fermi per diventare sempre più intelligenti, hanno la memoria e la capacità per decidere al meglio qualcosa del loro futuro.

_____________

(1) Questa parte per ragioni di spazio non è riportata nell’articolo stampato e qui in pdf. Tutta questa vicenda è in realtà un capitolo della storia italiana che non riguarda solo il ‘caso Ippolito’ e la questione nucleare e andrebbe trattato con la dovuta ampiezza.

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Guerra e nucleare? No, grazie!

26 marzo 2011
Pubblicato da Patrizia Daneluzzo

Due sono i temi che campeggiano sulle prime pagine di tutti i giornali in questi giorni: la guerra in Libia e il pericolo nucleare legato al disastro in Giappone. Anche noi non possiamo esimerci dall’intervenire su questi temi, allargando lo sguardo oltre il panorama locale.

Comincio dalla questione nucleare, su cui ci eravamo proposti di intervenire anche prima delle ultime vicende che hanno portato il tema tristemente alla ribalta. Sì, perché a metà giugno ci aspetta un referendum che, oltre a chiamarci a decidere sull’acqua pubblica (tema per cui ci siamo decisamente battuti e su continueremo a tenere alta la guardia) e sul legittimo impedimento, ci chiederà anche di esprimerci sull’introduzione dell’energia nucleare nel nostro Paese.

Noi siamo contro l’utilizzo di questa fonte energetica antieconomica e antiecologia che – oltre a creare imprevedibili pericoli nel presente – lascia il problema irrisolto delle scorie radioattive alle generazioni future. Il nostro governo sembra invece credere profondamente al nucleare, tanto che, oltre alla mappa dei siti idonei per l’installazione delle centrali (pare ce ne siano quattro possibili in Veneto), ha anche cominciato a dirottare i fondi per le rinnovabili a questa causa, tagliando gli incentivi per il fotovoltaico e rischiando quindi, peraltro, di mettere in ginocchio, in un momento di crisi, un settore economico emergente sul mercato italiano. Settore energetico, a differenza di quello nucleare, per così dire “diffuso” (non appannaggio di pochi privilegiati investitori, ma di un sistema di piccole e grandi aziende, con un notevole indotto artigiano) e democratico (visto che si tratta di impianti di proprietà e sotto il controllo diretto di tanti cittadini). Insomma, mentre la Germania del cancelliere Angela Merkel dichiara che le fonti rinnovabili potrebbero coprire già nel 2020 il 47% del suo fabbisogno energetico, il nostro governo pensa che gli italiani stiano raggiungendo anche troppo velocemente il nostro ben più misero obiettivo del 17% e che sia ora di cambiare strada… passando al nucleare!

Bandiera della pace

Legate all’approvvigionamento energetico sono anche la questione della guerra in Libia e della posizione del nostro governo a questo riguardo. Sorvolando sul fatto che si bombarda colui che, solo un anno fa, era stato accolto a Roma con tanto di accampamento e stuolo di amazzoni (ma conosciamo ormai fin troppo bene le debolezze del nostro premier!), vogliamo sgomberare subito il campo, dicendo che noi siamo contro anche questa guerra, come tutte le altre. Non crediamo ci sia – neanche in questo caso – una ragione valida per bombardare un altro Stato, mettendone in pericolo la popolazione.

Crediamo invece che i popoli abbiano diritto all’autodeterminazione; che il mondo (politico ed economico) occidentale abbia già interferito anche troppo, nel corso della storia, con quello diverso da sé; che non si possa mettere in ginocchio un continente ricco come l’Africa, sfruttandone le risorse e armandone i tiranni, per poi bombardarne le popolazioni con il pretesto di liberarle.

Quello a cui stiamo assistendo in tutto il Medio Oriente è, forse per la prima volta da quando le nostre storie si sono incrociate, un risveglio, un grido di libertà nato direttamente e autonomamente dalle popolazioni oppresse.

Mi pare che negli ultimi anni, chi si è proposto di esportare democrazia, abbia finito per correre il rischio di restarne privo. Meglio allora fare un passo indietro: far tacere le armi, riprendere il dialogo e inviare osservatori della comunità internazionale, ma stare poi a vedere se per caso, anche in Medio Oriente, non siano in grado di conquistarselo senza il nostro intervento, il loro Risorgimento!

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Le vignette di Lorenzo Bussi: Start-2

11 aprile 2010
Pubblicato da Lorenzo Bussi

Start-2

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Le vignette di Lorenzo Bussi: TAV – BOOM

27 gennaio 2010
Pubblicato da Lorenzo Bussi

TAV

BOOM

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