Il giorno del (cattivo) ricordo

Stabilito per legge nel 2004, per gli italiani il 10 febbraio è il “Giorno del ricordo“. Con questa nota non voglio certamente percorrere la storia piuttosto recente di questa solennità civile nazionale, chi lo volesse ne trova un’ottima trama sul link a Wikipedia. Voglio però tenere in vista la strumentalizzazione politica e culturale coltivata anche in questi ultimi anni, con la rimozione dei crimini di guerra del fascismo italiano in Jugoslavia, precedente non eludibile per la ricostruzione storica di tutti gli eventi piccoli e grandi che si sono succeduti.

Per questo riporto l’articolo pubblicato oggi da il manifesto. Come al solito non ho letto su questo punto niente di meglio.

Riporto anche la bibliografia citata sotto l’articolo, ma segnalo anche un libro uscito recentemente e in grado di dare un quadro pressoché completo delle questioni in gioco – pur nella sua semplicità divulgativa – e con una bibliografia più completa:
Eric Gobetti, E allora le foibe?, Laterza 2020.

Gli orrori del fascismo di frontiera all’origine della tragedia delle foibe
di Davide Conti

Italijanski palikuci (italiani brucia case) gridavano i civili quando nel 1941 le truppe del regio esercito e i «battaglioni M» invasero la Jugoslavia per concludere l’occupazione dei Balcani avviata con le aggressioni di Albania e Grecia nel 1939-40.

Lungi dall’essere «italiani brava gente», come la narrazione autoassolutoria del dopoguerra avrebbe affermato come dogma intangibile dell’elusione della «colpa», i militari del re e di Mussolini venivano così apostrofati per l’uso sistematico dei lanciafiamme contro le case dei civili sfollati, fucilati o deportati nei campi di internamento in applicazione delle misure di controguerriglia antipartigiana che l’Italia avrebbe conosciuto con l’occupazione nazista.

L’ottantesimo anniversario dell’aggressione alla Jugoslavia dovrebbe rappresentare, nelle celebrazioni del «Giorno del ricordo», occasione di elaborazione storica del nostro passato consegnando una interpretazione integrale alla legge istitutiva di questa giornata che invita a dare conto «della più complessa vicenda del confine orientale» ovvero a ciò che è accaduto prima delle foibe e dopo la fine della guerra.

Al crepuscolo dello Stato liberale e nel pieno «biennio rosso» 1919-20, lo squadrismo emerse in quelle terre come elemento di sintesi di istanze antislave (sul piano nazionalista) e anticomuniste (sul piano politico-sociale) dando rappresentanza a settori della società italiana che andavano dalla piccola-media borghesia alla proprietà terriera fino ai militari. A Trieste e in Istria si sperimentò quel fascismo di frontiera che nel 1920-22 intensificò l’azione violenta in tutta la regione. In quelle terre nacque il moto reazionario che avrebbe investito il Paese ed instaurato la dittatura «In altre plaghe d’Italia – scrive Mussolini nel 1920 – i fasci di combattimento sono appena una promessa, nella Venezia-Giulia sono l’elemento preponderante e dominante della situazione politica».

Così mentre nel 1919-20 i tribunali a Trieste e Pola, non ancora fascistizzati, emettevano 50 condanne per complessivi 120 anni di carcere contro ferrovieri e metalmeccanici in sciopero accusati di «anti-italianità, filo-slavismo, cospirazione contro lo Stato e istigazione alla guerra civile», lo squadrismo fascista il 13 luglio 1920 assaltò la sede della Narodni Dom (Casa del popolo) a Trieste incendiando l’intero palazzo (l’Hotel Balkan che cento anni dopo sarà restituito alla Slovenia dal Presidente della Repubblica Mattarella) ed anticipando la condotta del regio esercito nel 1941. Mussolini chiarì il suo programma a Pola il 22 settembre 1920: «Di fronte ad una razza come la slava, inferiore e barbara non si deve seguire la politica che dà lo zuccherino, ma quella del bastone io credo che si possano più facilmente sacrificare 500.000 slavi barbari a 50.000 italiani».

L’occupazione nazifascista della Jugoslavia costò la vita a circa 1 milione e mezzo di persone travolte dalle misure draconiane della «Circolare 3C» (che istruiva i soldati italiani alla repressione di civili e partigiani) firmata dal generale Mario Roatta; dalla «Cintura di Lubiana» (un perimetro di filo spinato e posti di blocco attorno alla città poi sottoposta a razzie e deportazioni); dalle direttive di Mussolini ai suoi generali «al terrore dei partigiani – disse a Gorizia nel 1942 – si deve rispondere col ferro e col fuoco. Deve cessare il luogo comune che dipinge gli italiani come sentimentali incapaci di essere duri è cominciato un nuovo ciclo che fa vedere gli italiani come gente disposta a tutto».

Dall’impianto idelogico della «guerra totale» fascista discese la condotta dei comandi militari del regio esercito che fece mostra di sé nella città di Podhum il 12 luglio 1942 (91 uomini fucilati sul posto e 800 deportati) o nei villaggi di Zamet e Danilovgrad, rastrellati e rasi al suolo nell’agosto 1942 o con il «governatorato» del generale Alessandro Pirzio Biroli in Montenegro. Pratiche belliche che facevano seguito alla snazionalizzazione teorizzata da Mussolini: «quando l’etnia non va d’accordo con la geografia, è l’etnia che deve muoversi; gli scambi di popolazioni e l’esodo di parti di esse sono provvidenziali perché portano a far coincidere i confini politici con quelli razziali».

Alla fine del conflitto nessun italiano iscritto nella lista dei criminali di guerra stilata dalle Nazioni Unite (750 per la Jugoslavia) fu mai processato. La Guerra Fredda e le necessità anglo-americane di riorganizzare l’esercito italiano e inserirlo nell’Alleanza atlantica permisero impunità e continuità dello Stato, determinando quella «mancata Norimberga» che segnerà la più vistosa delle aporie della nostra storia.

Molti criminali di guerra assumeranno ruoli apicali negli apparati della Repubblica. Diverranno questori, prefetti e uomini dei servizi segreti e saranno implicati in vicende tragiche e decisive della storia nazionale dalla strage di Portella delle Ginestre a quella di Piazza Fontana fino al golpe Borghese.

Il «silenzio» sulle foibe (in realtà nel 1945 vennero istruiti alcuni processi ed emesse condanne) non fu il risultato di una trama omissiva delle sinistre italiane. Ad evitare la riapertura di quella pagina furono i governi De Gasperi nella consapevolezza che sollevare la questione avrebbe comportato per l’Italia l’obbligo di rispondere sia per i crimini perpetrati in Jugoslavia, Albania, Grecia, Libia, Etiopia, Urss e Francia sia per i risarcimenti economici fissati proprio il 10 febbraio 1947 con la firma del Trattato di Pace di Parigi.

La «più complessa vicenda del confine orientale» racconta questo lato della storia nazionale e deve spingere il Paese a fare i conti con il proprio passato contro un «populismo storico» che si diffonde pervicacemente nella società minandone i valori costituzionali ed antifascisti: «Una generazione – scriveva Gramsci – può essere giudicata dallo stesso giudizio che essa dà della generazione precedente, un periodo storico dal suo stesso modo di considerare il periodo storico da cui è stato preceduto».

Bibliografia ragionata

Sulle foibe:
Joze Pirjevec, Foibe. Una storia d’Italia, Einaudi 2009;
Raoul Pupo e Roberto Spazzali, Foibe, Bruno Mondadori 2003;
Giacomo Scotti, Dossier Foibe, Manni 2005;
Giampaolo Valdevit (a cura di), Foibe. Il peso del passato. Venezia Giulia 1943-1945, Marsilio 1997.

Sull’occupazione italiana della Jugoslavia e dei Balcani:
Davide Conti, L’occupazione italiana dei Balcani 1941-1943. Crimini di guerra e mito della brava gente, Odradek 2008;
Eric Gobetti, Alleati del nemico. L’occupazione italiana in Jugoslavia 1941-1943, Laterza 2013;
Davide Rodogno, Il nuovo ordine mediterraneo. Le politiche di occupazione dell’Italia fascista in Europa 1940-1943, Bollati Boringhieri 2003.

Sui mancati processi ai criminali di guerra italiani e sul mito degli «italiani brava gente»:
Michele Battini, Peccati di memoria: la mancata Norimberga italiana, Laterza 2014;
Davide Conti, Gli uomini di Mussolini. Prefetti, questori e criminali di guerra dal fascismo alla Repubblica italiana, Einaudi 2017;
Angelo Del Boca, Italiani brava gente?, Neri Pozza 2005;
Filippo Focardi, Il cattivo tedesco e il bravo italiano. La rimozione delle colpe della seconda guerra mondiale, Laterza 2013;
Filippo Focardi, Nel cantiere della memoria. Fascismo, Resistenza, Shoah, Foibe, Viella 2020.

(il manifesto, 10 febbraio 2021)

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“Dire la verità”

Ieri era il compleanno di Antonio Gramsci, Nino per i famigliari e gli amici. Nacque infatti ad Ales, nel cuore della Sardegna, il 22 gennaio 1891, centotrenta anni fa anni fa. In realtà ne visse molti meno, come sappiamo, perché morì a Roma il 27 aprile 1937, quando ne aveva quarantasei, dopo dieci anni e mezzo passati nelle carceri fasciste.

La sua vicenda umana e politica credo sia nota a chi inciampa su questo blog, quindi per ricordarlo – una cosa che faccio con immensa gratitudine – riporterò solo alcune sue parole che mi sembrano, tra le tante, degne di riflessione proprio in relazione ai nostri tristi tempi.

E’ opinione molto diffusa in alcuni ambienti (e questa diffusione è un segno della statura politica e culturale di questi ambienti) che sia essenziale nell’arte politica il mentire, il sapere astutamente nascondere le proprie vere opinioni e i veri fini a cui si tende, il saper far credere il contrario di ciò che realmente si vuole ecc. ecc. L’opinione è tanto radicata e diffusa che a dire la verità non si è creduti. Gli italiani in genere sono all’estero ritenuti maestri nell’arte della simulazione e della dissimulazione , ecc. Ricordare l’aneddoto ebreo: «Dove vai?» domanda Isacco a Beniamino. «A Cracovia», risponde Beniamino. «Bugiardo che sei! Tu dici di andare a Cracovia perché io creda invece che tu vada a Lemberg; ma io so benissimo che vai a Cracovia: che bisogno c’è dunque di mentire?». In politica si potrà parlare di riservatezza, non di menzogna nel senso meschino che molti pensano: nella politica di massa dire la verità è una necessità politica, precisamente.
(Quaderno 6,  § 19)
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Il fantasma del Pci


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Il 21 gennaio 1921, cent’anni fa, nacque il Partito Comunista Italiano (Pci)  e in queste settimane sono stati pubblicati molti interventi su giornali, riviste e libri, nonché sul web. Si racconta di un soggetto politico prodotto dalla scissione del Partito Socialista Italiano e che è stato ammazzato dal suo gruppo dirigente nel 1990 e nei decenni successivi definitivamente sepolto anche da chi per molti anni non si era rassegnato a riconoscerne la fine.

Le cose che vengono ripetute sono la scissione come elemento decisivo dell’avvento del fascismo e la dipendenza della frazione italiana dall’Internazionale comunista, cioè dai bolscevichi. Mentre le costanti di questa storia sarebbero state l’impossibilità di un simile partito a partecipare pienamente alla vita democratica del nostro paese e la sua incapacità a risolvere il legame con il regime sovietico. Ma in questo quadro apparentemente così chiaro, perchè dedicare trent’anni dopo tanto interesse ad un tale aborto della politica italiana?

Tutto questo lavoro su un fantasma? Pare proprio di sì. La politica italiana di oggi appare come la negazione dell’impegno storico di diverse organizzazioni politiche, più o meno grandi, ma tra queste il Pci è l’unico che appare come un fantasma che si aggira ancora tra noi.

Eppure non sembra proprio che qui ed ora ci sia il pericolo di una sua nuova materializzazione. Non ci sono proprio le condizioni. Quando avvenne la prima volta si chiamava Partito Comunista d’Italia e si era ancora nei primi anni del primo dopoguerra, la tragedia che aprì il Novecento. Poi il fantasma tornò a materializzarsi nel 1944, ancora nel pieno della seconda guerra mondiale e allora come Pci si definì anche “partito nuovo”. E per la verità fu proprio una forza che con lucida visione strategica contribuì alla stesura della Costituzione della Repubblica Italiana che ancora oggi ci permette e ci garantisce una vita politica democratica.

Eppoi tra le condizioni ci vorrebbe anche un leader, no? Il Pci ne ebbe tanti e ne voglio ricordare solo tre: Gramsci, Togliatti e Berlinguer. Loro sono ancora assai presenti nel pensiero e nel dibattito politico, e non solo italiano. Loro sono fantasmi molto attivi.

E per individuare almeno un po’ la figura dell’intero fantasma del Pci riporto l’articolo che Luigi Pintor scrisse per il Manifesto del 21 gennaio  2001, vent’anni fa. Lettura come sempre ancora molto utile.

La storia non è finita, un fantasma ha tempi lunghi
di Luigi Pintor
Suppongo che non fosse facile decidere che cosa fare, nel 1921, avendo alle spalle la macelleria della guerra europea e di fronte la violenza incombente dei fascismi. Ma c’era in piedi, in un grande paese feudale, una rivoluzione di operai e contadini mai vista nella storia e così nacque anche un partito comunista italiano. Fu battezzato a Livorno ma era già nato a Torino. È un merito dei nostri antenati, anche se oggi è considerato un errore. Noi, nel nostro tempo, non riusciamo a fare nulla di equivalente.
Finirono rapidamente in prigione o in esilio, la borghesia italiana sa essere sbrigativa contro le classi subalterne in generale. E vent’anni dopo (ma anche prima) la classe dirigente ricomincerà a guerreggiare fino alla nota catastrofe. Da ragazzino, in quegli anni, ho conosciuto un anarchico padre di un compagno di scuola ma non un comunista. Ne sentivo parlare perché bruciavano chiese spagnole ma erano fantasmi, di cui oggi si celebra l’ottantesimo compleanno.
Sbucarono a un certo punto dal nulla (ossia dalle carceri, dall’esilio, dalla clandestinità) e si moltiplicarono alla luce del sole. Adesso avevano alle spalle le bandiere rosse di Stalingrado, che arriveranno fino alla porta di Brandeburgo, ma si moltiplicarono per virtù propria, per avere a lungo e tragicamente combattuto.
Non so dare un giudizio storico e politico corretto su una vicenda che ha dominato il secolo e coinvolto mezza umanità. Continuo a pensare che sia stato il più grande tentativo mai compiuto di rovesciare l’ordine sociale che ha sempre retto il mondo e non mi spiego che un’impresa simile sia finita come risucchiata da un buco nero, apparentemente senza residui.
Mi sento però in grado di dare un giudizio sicuro sulla liberazione e la rifondazione democratica del paese in cui viviamo. È in quel momento che i giovani di allora hanno incontrato i comunisti e l’antifascismo in generale, quello operaio e popolare in primo luogo. Nel bene e nel male, come sempre, ma nel bene in misura di gran lunga maggiore. Tuttavia, è proprio contro questo esito felice che l’anticomunismo (non il revisionismo, ma l’anticomunismo come maschera della reazione) ha compiuto la sua opera devastante.
Avere reciso questa radice, questa particolarità della storia nazionale, è la colpa imperdonabile dei nipotini e bisnipotini del 1921. È la causa dello snervamento, dello smarrimento, dell’anonimato della sinistra di oggi, ciò che le impedisce di prospettare o anche solo di desiderare una società giusta: di essere un’autentica forza riformatrice e perciò rivoluzionaria.
Così oggi 1921 e 1945 sono numeri o poco più. Piccoli giornali e una limitata forza politica di opposizione ricordano il compleanno di un fantasma (come lo chiamano i giornali) mentre la sconfitta della sinistra vergognosa di sé bussa alla porta. Il comunismo è una parola, l’anticomunismo è l’insegna del potere. Il mondo sviluppato celebra i suoi fasti al plutonio e al latte sicuro, quello meno sviluppato è in via di estinzione. È il capitalismo globale, signori.
Ma chi può dirlo? Forse questo mondo non è unificato quanto piuttosto dimezzato e storpio. Forse il fantasma che centocinquant’anni fa si aggirava in Europa oggi si aggira nell’aria in attesa di planare da qualche parte. Ha tempi lunghi, tempi ideali, quelli della «futura umanità» che cantavano gli antenati.
(il manifesto, 21 gennaio 2001)
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Koala

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I primi giorni del 2020 sono presi da due notizie diverse ma entrambe di guerra: dall’inconcepibile attacco statunitense in Iraq con l’uccisione del generale iraniano Soleimani e le reazioni conseguenti e dagli incendi che devastano l’Australia e colpiscono foreste e animali. Commentare e giudicare entrambe queste situazioni non è possibile in questo blog e vedrò eventualmente come seguirle negli aspetti più chiari ed importanti per noi.

Ma oggi mi permetto di riportare solo alcuni versi di un poeta tedesco, Jan Wagner, nato nel 1971 ad Amburgo e vivente a Berlino, da poco pubblicati da Einaudi nella raccolta Variazione sul barile dell’acqua piovana. E’ una sorta di preghiera scritta qualche anno fa, ma che oggi suona come epitaffio. Bellissimo e amaro anche il riferimento al ciclista.

koalas

so viel schlaf in nur einem baum,
so viele kugeln aus fell
in all den astgabeln, eine boheme
der trägheit, die sich in den wipfeln hält und hält

und hält mit ein paar klettereisen
als krallen, nie gerühmte erstbesteiger
über den flötenden terrassen
von regenwald, zerzauste stoiker,

verlauste buddhas, zäher als das gift,
das in den blättern wächst, mit ihren watte-
ohren gegen lockungen gefeit
in einem winkelchen von welt: kein water-

loo für sie, kein gang nach canossa.
betrachte, präge sie dir ein, bevor es
zu spät ist – dieses sanfte knauser-
gesicht, die miene eines radrennfahrers

kurz vorm etappensieg, dem grund entrückt,
und doch zum greifen nah ihr abgelebtes
grau –, bevor ein jeder wieder gähnt, sich streckt,
versinkt in einem traum aus eukalyptus.

koala

ma quanto sonno in un albero solo,
quante sfere pelose nel groviglio
dei rami, una bohème
dell’inerzia, che sulla cima si tiene e si tiene

e si tiene con un paio di grappette
come artigli, pionieri mai celebrati
della scalata sulle flautanti terrazze
della foresta pluviale, stoici arruffati,

pulciosi budda, più tenaci dei veleni
nel fogliame, con le loro ovattate
orecchie a respingere seduzioni
nel margine del mondo: niente water –

loo per loro, nessuna andata a canossa.
guardali, imprimeteli bene in testa,
prima che sia troppo tardi – quel viso
sereno di un taccagno o di un ciclista

prima della vittoria di tappa, il loro grigio
stanco, discosto dal suolo ma al tatto
prossimo -, prima che si stirino e con uno sbadiglio
sprofondino in un sogno d’eucalipto.

(Da Jan Wagner, Variazioni sul barile dell’acqua piovana [2014], trad. it. di Federico Italiano, Einaudi, Torino 2019.)

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“Il 14 novembre eravamo quattro trentenni”

In poco più di un mese è successo qualcosa di veramente strano per le abitudini della vita politica italiana. Il 14 novembre con una manifestazione a Bologna è nato il movimento delle sardine che però già il 14 dicembre ha riempito piazza San Giovanni di Roma con una manifestazione nazionale.

Di cosa si tratta? Per cominciare leggiamo la lettera dei primi quattro protagonisti pubblicata oggi da la Repubblica. Poi ne riparliamo. (Grassetti e evidenziazioni sono miei.)

Caro direttore
il 14 novembre eravamo quattro trentenni come ce ne sono tanti in Italia. Roberto in ufficio, Giulia in ambulatorio, Mattia in palestra, Andrea in piazza a farsi carico delle questioni logistiche. “Ma non dovresti essere qui, dovresti essere in piazza a preparare per stasera” ci veniva detto da clienti, pazienti, mamme e colleghi.
Dopo poche ore piazza Maggiore sarebbe stata strabordante di Sardine. In una misura che nessuno prevedeva, tantomeno noi. Nella notte, le foto di quella piazza avrebbero fatto il giro del mondo. La mattina seguente le Sardine erano già un fenomeno mediatico di portata internazionale, ma noi non lo sapevamo.
Avevamo scatenato un maremoto a nostra insaputa. Imprevisto quanto insperato. Quei giornalisti che nei giorni precedenti ci avevano ignorato sarebbero diventati la nostra ombra. È buffo ripensare a quanto fossimo infastiditi da quell’unica telecamera presente a Bologna. “La piazza non ha bisogno di eroi”, rivendicavamo con convinzione. Tre giorni dopo, a Modena, le telecamere sarebbero state una dozzina. Un mese dopo, a Roma, un centinaio. Ma ripartiamo dall’inizio.
Il 15 novembre eravamo quattro trentenni come ce ne sono tanti in Italia. Ma il telefono squilla e su Facebook spuntano i primi tre eventi spontanei: Modena, Firenze, Sorrento.
Nel marasma generale troviamo un secondo per confrontarci e prendiamo una decisione che ci avrebbe sconvolto la vita. Decidiamo che l’Emilia-Romagna non è la sola terra in cerca di un modo per esprimere un sentire diffuso e diamo vita a un coordinamento nazionale, con l’obiettivo di favorire lo sviluppo di un fenomeno culturale e sociale di resistenza all’avanzata del populismo e dei suoi meccanismi di attecchimento.
Ci è chiaro fin da subito che questo fenomeno deve rimanere in tutto e per tutto spontaneo, nutrirsi della ritrovata voglia di partecipare delle persone, e al contempo riproporre ogni volta, in chiave locale, le emozioni di piazza Maggiore.
Trovavamo giusto che il messaggio di rivalsa e speranza lanciato a Bologna potesse rivivere in tutte le piazze d’Italia. Ed era bello che questo avvenisse tramite persone che fino a quel momento non si erano mai conosciute tra loro. La forza delle Sardine è collegare il virtuale al reale, e non c’era niente di meglio che favorire la nascita di un fenomeno sociale fatto di individui in carne e ossa, capaci di mostrare che le piazze, virtuali e reali, sono di tutti.
La squadra bolognese si è allargata e questo ci ha permesso di rispondere alle centinaia di mail e messaggi che ricevevamo – e che tuttora riceviamo – ogni giorno.
Lo schema per gli organizzatori era semplice: prendi contatto con i bolognesi, valuta i suggerimenti, procurati i documenti necessari, lancia l’evento su Facebook, lavora per riempire la piazza di persone e contenuti, stupisciti di quanto la tua città sia migliore di come te l’aspettavi. Una volta lanciato, l’evento viene inserito nel calendario ufficiale della pagina “6000sardine” e un referente per piazza aggiunto alla chat nazionale.
Il 14 dicembre eravamo quattro trentenni come ce ne sono tanti in Italia, solo con tante ore di sonno perse. Dopo piazza San Giovanni era tempo di fare due calcoli. In 30 giorni si erano riempite 92 piazze in tutta Italia, a cui si sono aggiunte 24 piazze estere, europee e statunitensi. Circa mezzo milione di persone sono uscite di casa, al freddo e sotto la pioggia, per dire che la loro idea di società non rispecchiava per nulla quella presentata dall’attuale destra italiana, quella stessa destra che non perde occasione per affermare di avere il popolo dalla sua parte.
Hanno raggiunto piazze fidandosi di un invito giunto in maniera anonima. Talvolta non sono neanche riuscite a raggiungerle per via della massa che occupava gli ingressi, come a Firenze. Spesso, raggiunta la piazza, non sono riuscite ad ascoltare cosa veniva detto, letto o cantato, perché l’impianto audio non era adeguato. Eppure c’erano.
Hanno voluto esserci. Corpi fisici in uno spazio. L’unico elemento non manipolabile in un mondo pervaso dalla comunicazione “mediata”. C’è chi ha provato a dire che la foto di Bologna risaliva a un capodanno, chi ha affermato che a Roma c’erano solo 35.000 persone. Ma troppa gente poteva provare il contrario, troppi occhi, troppe orecchie, troppi cuori potevano riaffermare la verità.
Ogni piazza è stata diversa: per età, genere e provenienza politica. Nonostante gli attacchi e le sirene del populismo abbiano iniziato a mitragliare, le persone si sono fidate, hanno continuato a fidarsi. E lo hanno dimostrato diventando Sardine e riempiendo le piazze. Dalla Sicilia al Friuli Venezia Giulia. Dai feudi rossi alle roccaforti leghiste… Contribuendo ad inondare i giornali, i social e il web di foto di piazze gremite.
Il 15 dicembre eravamo 150 persone come ce ne sono tante in Italia. Solo con tante ore di sonno perse e il portafoglio più vuoto del solito. Operai, studenti, insegnanti, professionisti, precari, disoccupati. Militanti, ex politici, disillusi, attivisti, volontari. Un muro di giornalisti fuori, molta semplicità dentro.
Tante facce nuove. Forse troppe. Spazi spartani e molto freddo. Sensazione da primo giorno di scuola, gente troppo adulta per poterci essere abituata. Ma la classe è numerosa e ci accorgiamo subito che le cose che ci uniscono sono molte di più di quelle che ci dividono. Che in qualche modo siamo sempre stati fratelli e sorelle, solo non ci eravamo mai conosciuti.
Ci organizziamo in tavoli di lavoro geografici e scopriamo che l’integrazione è più facile a dirsi che a praticarsi. Ma ci serve. Nessuno è portatore di verità assolute e il dialogo, che passa dall’ascolto, è l’unica sintesi di quelle differenze che, contaminandosi, rimarranno tali anche dopo essersi confrontati.
Ci diamo una strada comune: tornare nelle piazze, nelle strade, nei territori. E, quando dopo un’ora, ci ritroviamo nell’auditorium per presentare le proposte, è un’emozione dietro l’altra. Ogni iniziativa scatena un applauso, suscita speranza, ci avvicina. La strada è lunga, lo sappiamo. La fretta è il nostro più grande nemico, sappiamo anche questo. Tutto sta nel trovare il ritmo giusto e soprattutto nel mantenere, proteggere e curare quel dialogo che ci ha permesso di vivere e condividere una mattinata che rimarrà nei nostri cuori per sempre. A prescindere da quello che sarà.
Il 20 dicembre siamo quattro trentenni come ce ne sono tanti in Italia. Il processo che abbiamo contribuito a creare sarà lungo ma intanto è iniziato. E per quanto possiamo essere qualcuno all’interno delle piazze, dei nostri collettivi e dei nostri circoli, non siamo nessuno all’interno di questo processo.
Le sardine non esistono, non sono mai esistite. Sono state solo un pretesto. Potevano essere storioni, salmoni o stambecchi. La verità è che la pentola era pronta per scoppiare. Poteva farlo e lasciare tutti scottati. Per fortuna le sardine le hanno permesso semplicemente di fischiare.
Non è stato grazie a noi, né tantomeno a chi ha organizzato le piazze dopo di noi. È stato grazie a un bisogno condiviso di tornare a sentirsi liberi. Liberi di esprimere pacificamente un pensiero e di farlo con il corpo, contro ogni tentativo di manipolazione imposto dai tunnel solipsistici dei social media.
La condivisione dello stesso male ci ha resi alleati coesi, ha unito il fronte. Le proteste sono frequenti come stelle cadenti, le rivolte sono rare come le eclissi. L’Italia è nel mezzo di una rivolta popolare pacifica che non ha precedenti negli ultimi decenni. Chi cercherà di osteggiarla sentirà solo più acuto il fischio, chi tenterà di cavalcarla rimarrà deluso.
La forma stessa di un partito sarebbe un oltraggio a ciò che è stato e che potrebbe essere. E non perché i partiti siano sbagliati, ma perché veniamo da una pentola e non è lì che vogliamo tornare. Chiedere che cornice dare a una rivolta è come mettere confini al mare. Puoi farlo, ma risulterai ridicolo. Noi ci chiediamo ogni giorno come fare, e ci sentiamo ridicoli, inadatti e impreparati… ma finalmente liberi.
L’unica certezza che abbiamo è che siamo stati sdraiati per troppo tempo. E che ora abbiamo bisogno di nuotare.
(la Repubblica, 20 dicembre 2019)
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La guerra del Mediterraneo

Riporto l’articolo pubblicato da il manifesto del 26 novembre. Le evidenziazioni sono mie.

«Sui migranti accuso l’Europa di crimini contro l’umanità»
di Flore Murard-Yovanovitch

Mediterraneo. «In mare è in corso una guerra ma il nemico non sono gli Stati, bensì civili vulnerabili che preferiscono morire che tornare nei campi»
L’avvocato Omer Shatz ha presentato un esposto alla Cpi in cui denuncia le responsabilità europee nei respingimenti in Libia
Lo scorso mese di giugno è stato presentato alla Corte penale internazionale (Cpi) un esposto che accusa l’Unione europea e gli Stati membri di «crimini contro l’umanità» per le politiche migratorie che hanno causato migliaia di morti in mare e respingimenti in Libia. La responsabilità europea nelle morti è dimostrata in un documento di 242 pagine che analizza ogni scelta, decisione, dichiarazione pubblica dei funzionari e dei politici dei Paesi membri e delle istituzioni comunitarie. Al cuore della denuncia, che prende in esame il periodo dal 2014 ad oggi, la consapevolezza delle autorità italiane e europee nella creazione di quella che è la «rotta migratoria più mortale del mondo» e delle conseguenze letali dei respingimenti sistematici dei migranti in Libia. I reati ipotizzati riguardano l’«omissione di soccorso» – l’Ue non avrebbe intenzionalmente salvato i migranti in difficoltà in mare per scoraggiare gli altri, nella consapevolezza del crescente numero di morti a seguito del passaggio dall’operazione «Mare nostrum» a «Triton» (2014-2016): quasi 20.000 morti; e «crimini per procura» – dopo che le navi delle Ong sono intervenute salvando i migranti e sbarcandoli in Europa, l’Ue ha delegato alla sedicente Guardia costiera libica l’intercettazione e il refoulement dei migranti nei campi libici, commettendo – secondo gli autori dell’esposto – crimini contro l’umanità di persecuzione, deportazione, detenzione, schiavitù, stupro, tortura e altri atti inumani (2016-2019): 50.000 i civili respinti in Libia. In particolare, vengono chiamati in causa i Paesi che hanno svolto un ruolo cruciale nella definizione della politica europea sulla migrazione, cioè Italia, Germania e Francia. Tra i nomi che compaiono negli atti d’accusa ci sono quelli dei primi ministri Matteo Renzi, Paolo Gentiloni, Emmanuel Macron e Angela Merkel. Ma anche quelli degli ex ministri dell’Interno Marco Minniti e Matteo Salvini. Ora l’ufficio della procura dell’Aia dovrà decidere se acquisire la denuncia, un primo passo che potrebbe portare all’apertura di una inchiesta.
Tra gli avvocati che hanno preparato il caso ci sono l’esperto di diritto internazionale dell’Istituto di studi politici di Parigi, Omer Shatz, a cui il manifesto ha rivolto alcune domande, e l’avvocato franco-spagnolo Juan Branco, consigliere di WikiLeaks. I due esperti discutono oggi della loro tesi alle ore 14.30 all’Università Europea di Firenze (School of Transnational Governance).
Avvocato Shatz, che esito prevede potrà avere il vostro esposto alla Cpi?
Il risultato non potrebbe essere più certo. Legalmente non esiste uno scenario in cui funzionari dell’Ue e degli Stati membri non possano essere processati per i crimini contro l’umanità commessi in Libia e nel Mediterraneo centrale. Se la Corte continuerà ad indagare per gli stessi crimini solo gli attori africani, lasciando ai loro omologhi europei piena impunità, sarà per sempre percepita come uno strumento colonialista e un tribunale parziale. Quindi, in un certo senso, la Cpi deve scegliere se sacrificarsi per salvare l’Ue: una scelta difficile, visto che l’Ue è il principale finanziatore e sostenitore della Corte.
Che conseguenze può avere la scelta della procuratrice Fatou Bensouda di indagare solo sui crimini commessi nei centri di detenzione contro migranti e rifugiati e di perseguire solo i trafficanti di esseri umani ed alcuni esponenti libici coinvolti nel traffico?
La procuratrice sta indagando solo 3 o 4 individui, che non sono i principali responsabili, e tutti africani. Poiché la corte ha completamente fallito in otto anni di indagini, ha rinviato i suoi poteri ai singoli Stati che non hanno interesse a indagare su questi crimini; perché i governi – libici ed europei – sono i principali trafficanti di esseri umani. Infine, la Cpi ha condiviso le sue prove e informazioni-chiave con i principali sospettati, contaminando l’intera indagine.
L’Italia ha appena rinnovato gli accordi con la cosiddetta guardia costiera libica, l’Ue prosegue la propaganda, l’inchiesta della Cpi evita di perseguire i più alti rappresentanti dell’Italia e della Ue… Come pensate di rompere questa impunità?
Al di là delle gravi implicazioni sulla legittimità e la credibilità di questo tribunale, se la Cpi non vuole andare avanti con le indagini sugli attori dell’Ue noi procederemo con l’azione penale nei tribunali nazionali sulla base della giurisdizione universale. Prima o poi, alla Cpi o altrove, ci sarà un secondo tribunale di Norimberga, perché per la prima volta dalla seconda guerra mondiale l’Europa è direttamente implicata in crimini contro l’umanità.
Il cuore della vostra tesi è che i politici europei avessero piena consapevolezza dei loro atti e delle loro conseguenze, sia nella creazione della «rotta migratoria più letale del mondo», sia dei crimini perpetrati nei campi di prigionia in Libia.
Stiamo assistendo a due fenomeni sorprendenti: il primo è il modo in cui l’Europa ha inventato dal nulla, con la disumanizzazione e la reificazione dei «migranti», una categoria fittizia di civili, solo allo scopo di colpirli. Ciò che è iniziato con la discriminazione e la criminalizzazione, è diventato poi rigetto e in ultima analisi sterminio. Questa deriva è accaduta a piccoli passi, così il processo per il quale siamo arrivati a tollerare il massacro sistematico di 20.000 bambini, donne e uomini, e il trasferimento forzato e la schiavitù di 50.000 sopravvissuti nei campi di concentramento, è quasi «invisibile». Il secondo fatto, è che descriviamo tutto questo come una «tragedia» o disastro naturale, mentre si tratta in realtà, in modo innegabile, di una decisione consapevole: una politica intenzionale, attentamente calcolata e pianificata con cura.
Parliamo dei rappresentanti al più alto livello europeo, tra cui Commissionari Ue, direttori di Frontex, ex ministri dell’Interno come Marco Minniti e Matteo Salvini? Psicologicamente abbiamo difficoltà a percepire che l’Ue, una democrazia liberale, sia implicata in atroci crimini.
Sono totalmente d’accordo. In risposta al nostro caso, la Commissione europea ha dichiarato che il suo «obiettivo primario è quello di salvare vite nel Mediterraneo»; ma se questo fosse vero, perché allora impediscono alle Ong di salvare vite in mare? Perché criminalizzano coloro che agiscono sulla base del diritto internazionale? Hanno anche detto che i campi in Libia devono essere chiusi e i sopravvissuti evacuati. Ma se fosse vero, perché continuano a rimandarci ogni giorno centinaia di persone?
Con il suo collega Juan Branco ha letto migliaia di pagine di rapporti, fonti diplomatiche, documenti interni della Commissione europea, di Frontex: quale idea vi siete fatta della catena di comando dell’Unione europea?
L’Ue è un apparato di potere molto burocratico, dove ogni parte del puzzle può razionalizzare al massimo il proprio processo decisionale. La dissonanza dell’Ue tra il suo discorso e la pratica è orwelliana, mentre si è arresa de facto alle teorie di destra populista sulla presunta «sostituzione etnica». L’Ue paga le milizie libiche per eseguire i crimini che non può commettere da sola, ad esempio il respingimento e l’internamento nei campi di concentramento; mentre paga anche l’Unhcr e l’Iom per mantenere in vita i sopravvissuti e fargli accettare di tornare nei loro Paesi; l’Unione europea finanzia l’operazione Sophia per addestrare le milizie libiche e gestire i droni per monitorare il refoulement. Abbiamo quindi a che fare con un apparato di potere molto sofisticato, che utilizza mezzi materiali, finanziari, tecnologici e simbolici per razionalizzare al massimo le proprie azioni illecite, tenerle lontane dall’attenzione pubblica ed evitare le proprie responsabilità. 
Infatti, dal cuore della civiltà occidentale, rimandiamo esseri umani in campi paragonabili ai Lager… Siamo di fronte ad una chiara svolta storica: qual è il peso morale per tutti noi, cittadini di uno spazio politico dove sono commessi tali crimini?
Ci siamo purtroppo abituati al modo in cui viene definita la popolazione bersaglio: i migranti come gruppo sono una invenzione degli ultimi anni. Prima parlavamo di “immigrati” o “emigranti”. A differenza degli Ebrei, Bosniaci, Uiguri, Yazidi, e Rohingya c’è poco di comune tra i membri di questo gruppo «migrante», a parte la loro caratteristica di essere in movimento: provengono da diverse nazionalità, religioni, culture e contesti socioeconomici, le loro motivazioni per il transito sono diverse. L’unico elemento comune per perseguitarli è il loro desiderio di fuggire da un’area di conflitto armato. Come scriveva Saviano, c’è una guerra tranquilla nel Mediterraneo. Ma il nemico di questa guerra non sono Stati o combattenti, ma civili vulnerabili che preferiscono «suicidarsi» in mare per non soffrire ulteriormente nei campi. Sono nato sulle rive del Mediterraneo e come padre di un bambino penso ogni giorno a come si sia trasformato questo bellissimo Mare nostrum, nel più grande cimitero del mondo, pieno di bambini morti di cui non conosceremo mai il nome. Il male radicale o banale forse significa proprio questo: non riuscire a capire come una «cortese» Unione europea, sia coinvolta in un’impresa così letale. L’ironia è che costruendo muri per proteggere i valori dell’Europa – la nozione liberale di diritto dell’uomo, i principi dei diritti umani – essi stessi vengano distrutti in modo irreversibile. Non c’è mai stata una «crisi migratoria» ma una «crisi esistenziale dell’Europa».
(il manifesto, 26 ottobre 2019)
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Venezia affonda

Riporto l’articolo comparso sul sito di DIEM25 in diretta con l’ultima acqua granda a Venezia.

Mose simbolo tangibile del cambiamento climatico

Venezia simbolo tangibile del cambiamento climatico.
Sono passati 53 anni dall’Acqua Granda che il 4 novembre 1966 ha sommerso Venezia, ma a cambiare è solo la frequenza con cui avvengono questi fenomeni, fino a non troppo tempo fa considerati straordinari e ora sempre più “ordinari” e devastanti.
“Per la sua particolare posizione geografica, in mezzo al mar Mediterraneo, l’Italia è da considerarsi uno hot spot climatico, un luogo cioè dove il cambiamento climatico è più rapido” – come spiega infatti questo articolo di Internazionale – e Venezia ne rappresenta il simbolo più drammatico ed eclatante.
Il climatologo e membro dell’Advisory Panel Diem25 Luca Mercalli lo aveva ampiamente denunciato nella mostra sul cambiamento climatico organizzata l’anno scorso al Museo di Scienze Naturali di Milano: se il livello dell’Adriatico aumentasse di un metro, Venezia e la sua laguna sarebbero sommerse dal mare. Uno scenario più che realistico che si prospetta entro il 2100, viste le attuali emissioni di gas serra.
Ma non si può parlare di cambiamento climatico senza denunciare il sistema che lo produce e le responsabilità, anche individuali, che su Venezia dovrebbe assumersi un’intera classe politica.
#Parlatecidelmose
L’idea «molto grandiosa» di costruire un «muro a archi» alle bocche di porto con «delle porte da alzare e bassare per regolare le acque in caso di bisogno» è datata 1672 a firma di un certo Augustino Martinello che ne aveva proposto il progetto al doge di allora, ma è Gianni De Michelis, denominato “doge” di Venezia e all’epoca vice presidente del Consiglio, che nel 1988 su spinta di Craxi presenterà ufficialmente il progetto del MOSE o Modulo di Sperimentazione Elettromeccanico, naufragato nel 2014 a seguito della corruzione emersa tra i suoi principali protagonisti e sostenitori.
Quali? L’allora premier Berlusconi, l’ex ministro dell’Ambiente e della Tutela del Territorio (!) Matteoli (Alleanza Nazionale poi Forza Italia), il presidente del Consorzio Venezia Nuova creato ad hoc per il MOSE Paolo Savona (uomo di fiducia della Lega e candidato a Ministro dell’Economia da Matteo Salvini a maggio 2018), il deputato europeo per Forza Italia nonché due volte candidato sindaco per Venezia Brunetta e, naturalmente, l’ex governatore leghista del Veneto Giancarlo Galan, condannato per corruzione nel 2017 a risarcire 5,8 milioni di euro proprio per l’affare Mose.
Tutti rappresentanti di un governo Berlusconi di chiara matrice leghista, immortalati in scatti ufficiali il 14 maggio 2003 mentre inauguravano l’inizio dei lavori per l’ecomostro. (Si vedano Corriere della Sera e Il Fatto Quotidiano del 19 novembre 2019).
inaugurazione_passante
I progetti alternativi al MOSE
Massimo Cacciari, rimpianto sindaco di Venezia dal 1993 al 2000 e poi dal 2005 al 2010, non era certo stato l’unico ad opporsi al progetto MOSE, pur avendone già all’epoca denunciato gli esiti e le enormi criticità: gli assurdi costi di manutenzione (ora calcolati in oltre 80 milioni di euro l’anno), il fatto che l’intero complesso delle opere per la sua salvaguardia e manutenzione fossero affidati al consorzio “Venezia Nuova” in veste di concessionario unico al di fuori di qualsiasi bando di gara e di ogni controllo, ma anche lo scempio che avrebbe causato uno scavo così drastico del fondo lagunare all’interno di un sistema ambientale unico e fragilissimo come quello di Venezia e delle sue isole.
C’erano state le 100 pagine del rapporto finale su Venezia realizzate già nel 2001 dagli esperti del dipartimento di Idraulica, Trasporti e Strade dell’Università La Sapienza di Roma che, insieme ai tecnici del Ministero dell’Ambiente, avevano proposto di restringere l’ampiezza delle 3 bocche di porto di Lido, Malamocco e Chioggia per limitare i danni dell’acqua alta, giudicando il MOSE “un’opera irreversibile dalle dimensioni ciclopiche” che avrebbe potuto comportare gravissimi rischi sia sul piano fisico che su quello ambientale.
C’erano stati una serie di incontri specialistici, un volume dedicato e perfino una mostra, promossi nel 2006 dal comune di Venezia per presentare almeno una decina di alternative più in linea con quanto prescritto dalla Legge speciale per Venezia, come ad esempio sistemi flessibili di paratoie a gravità, sbarramenti mobili, apparecchiature removibili e simili combinati con interventi di riequilibrio strutturale dell’ecosistema, con rialzi dei fondali e del terreno su cui poggia la città, con il ripristino della morfologia, il potenziamento dei litorali e restringimenti maggiori delle bocche di porto. Tutte alternative proposte al governo che, come scrive uno dei maggiori esperti di idraulica lagunare, il prof. Luigi D’Alpaos, furono escluse a favore del Mose.
E c’erano i diversi progetti ingegneristici olandesi, quelli cioè di un paese che al 40% è sotto il livello del mare e che con il suo sistema di dighe, polder, opere idrauliche e sbarramenti è riuscito a creare terra dall’acqua, esportando le sue soluzioni in tutto il mondo con un fatturato annuo di 7 miliardi di euro.
MOSE: a volte ritornano
Per il premier Conte arrivato a Venezia la sera del 13 novembre, così come per l’attuale sindaco Brugnaro e i redivivi Silvio Berlusconi e Renato Brunetta che il 14 hanno sfilato per la città in stivali da gomma, completare il Mose è “la priorità”. A loro qualche doverosa domanda:
(a) 
Volete scavare ancora i canali per far passare le grandi navi e incentivare il turismo di massa, ora calcolato in 30 milioni di visitatori l’anno nel centro storico contro ad esempio i 16 milioni di Barcellona, città di ben altra ampiezza?
(b) Volete procedere con il modello Disneyland, con lo sfruttamento compulsivo di una città unica che muore inghiottita dal turismo usa e getta, senza un progetto che non sia quello di svendere ogni suo bene pubblico, dalle isole agli edifici e palazzi storici, per trasformarlo in resort o in centro commerciale di lusso come è in progetto per l’Ospedale del Lido o come successo con lo storico Fontego dei Tedeschi?
Da Marghera al MOSE, le radici dello sfruttamento di Venezia
Cambia la tipologia di sfruttamento economico ma non cambiano i corsi e ricorsi della storia. Il presidente leghista della Regione Veneto Zaia e il sindaco Brugnaro infatti sono due figure farsesche se paragonate a Vittorio Cini e Giuseppe Volpi, i due “conti neri” a cui si deve l’ideazione di Porto Marghera, il polo industriale che svolge per Venezia il ruolo dell’Ilva per Taranto, o quello del polo petrolchimico per Augusta.
Due ministri del regime fascista divenuti milionari speculando sul lavoro e sulla cosa pubblica in una tragedia nella tragedia che porta al Vajont, della cui diga franata il 9 ottobre 1963 Giuseppe Volpi iniziò la progettazione nel 1926. Della “sua” Marghera, polo industriale edificato nelle casse di colmata lagunari 100 anni fa in faccia alla “Superba” togliendo respiro alle maree e velocizzandone i flussi, Venezia e la laguna pagano oggi le conseguenze e rappresentano gli esiti di un modello capitalistico che dallo sfruttamento di un territorio ambientale a fini industriali si è trasformato in puro sfruttamento turistico ad uso e consumo del qui ed ora, senza progettualità alcuna né rispetto.
Quella che ha colpito Venezia la notte tra il 12 e il 13 novembre e che minaccia nuovi attacchi infatti, non è solo una tragedia dovuta al drammatico cambiamento climatico in corso, ma anche alla drammatica corruzione e inadeguatezza di una classe politica incapace di progettare un futuro che non sia quello proprio e della propria famiglia. Una tragedia che ha il MOSE come il suo simbolo più eclatante.
Cosa possiamo fare
Come DiEM25 Italia, ora che continua la minaccia di nuove alte maree eccezionali, vogliamo segnalare l’iniziativa VENICE CALLS, l’associazione nata per fornire aiuto concreto ai veneziani che in questo momento stanno tentando di ripristinare l’agibilità delle loro case e delle loro attività distrutte dall’acqua.
Al momento sono oltre 500 i giovani volontari dell’associazione che stanno intervenendo nei luoghi dell’emergenza, ma auspichiamo che il loro numero aumenti: basterà contattare il gruppo Venice Calls su Telegram o sul sito  venicecalls.com  per contribuire in prima persona!
Tutti per Venezia, Venezia per tutti: carpe diem!
Martina Tarozzi (Collettivo Nazionale Diem25 Italia)
con il contributo di
Sandro Lazzaroni (DSC Venezia 1)
Edoardo Scatto (DSC Bologna 3)
15 novembre 2019
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Non basta un qualunque governo italiano

Mentre si sta tentando una nuova strada al dramma politico italiano è proprio difficile trovare commenti all’altezza dello stesso. Eppure, forse, un esito piuttosto che un altro potrebbe creare le condizioni per l’inizio di un percorso particolarmente diverso. Con questo auspicio riproduco l’articolo di Guido Viale sul manifesto del 22 agosto, l’unico tra quelli letti che mi sembri in grado di sintetizzare i veri problemi e le dure cose da fare. (Il grassetto e le evidenziazioni sono miei.)

Un’alternativa al governo uscente
di Guido Viale
Le analisi inconcludenti sulla crisi di governo oscurano la questione di fondo, che non è la crisi politica né quella sociale, ma la crisi climatica e ambientale ogni giorno più grave. Per molti Salvini è ormai un leader «sgonfiato» e così è; ma niente dice che sia per sempre. Potrebbe rigonfiarsi, o essere rigonfiato, in poco tempo: la storia ci offre numerosi esempi di vicende del genere. Il vero problema non è lui ma i suoi fans, cresciuti a milioni nei mesi della sua egemonia politica e mediatica con una trasformazione antropologica di buona parte della popolazione difficilmente reversibile.
Salvini è un negazionista climatico, come Trump, Bolsonero, Putin e molti altri capi di Governo che si dichiarano apertamente tali. Ma i negazionisti più pericolosi sono quelli nascosti: quelli per cui la crisi climatica c’è, ma tutto – il nostro modo di vivere e produrre – può continuare più o meno come prima, perché a tutti i guasti si troverà un rimedio che eviterà di sottoporci a grandi stress. Il problema è che i cambiamenti climatici che avanzano non mettono in crisi né i negazionisti, né quelli nascosti; anzi, ne rafforzano le politiche. Perché nel loro arsenale ci sono già tre false risposte pronte.
La prima è portare a termine il saccheggio dell’ambiente con politiche estrattiviste, con grandi progetti infrastrutturali devastanti consumando risorse fossili fino all’ultima goccia per tenere in piedi un’economia ormai in stagnazione secolare. Un secolo e mezzo di elucubrazioni per decidere se «la caduta tendenziale del saggio di profitto» avrebbe portato il capitalismo all’estinzione o a una crisi rivoluzionaria sono stati azzerati: a meno di una svolta radicale che sventi l’imminente catastrofe, a distruggere il capitalismo insieme alla vivibilità del pianeta e a miliardi di vite umane sarà la crisi climatica che lui stesso ha provocato.
La seconda risposta è la guerra ai migranti, tutti o quasi profughi ambientali generati dal saccheggio del pianeta. Per ora le vittime di questa guerra sono migliaia di profughi respinti ai confini di mare e di terra di Europa, Usa o Australia e chi è solidale con loro. Ma è solo un «allenamento» per predisporci ad accettare la guerra come unico mezzo per affrontare le centinaia di milioni di profughi che la crisi climatica finirà per produrre.
La terza risposta è l’instaurazione di un regime di polizia dentro le spoglie di ordinamenti formalmente democratici, per affrontare con nuove leggi e con la forza le lotte e le rivolte che la crisi climatica e quella economica, che non mancherà di accompagnarla, creeranno nelle fu «cittadelle del benessere».
Nessuna di queste risposte – e meno che mai tutte e tre insieme – ci salverà dalla catastrofe; ma, in mancanza di una vera alternativa, esse riescono a spingere milioni di persone ad accettarle o condividerle. Ma un’alternativa c’è? E se c’è, è stata messa in campo? E se no, che cosa si aspetta a farlo?
L’alternativa è quella per cui si battono tutti coloro che prendono sul serio, e non per finta, la crisi climatica: gli scienziati del clima, il movimento dei giovani che vedono distrutto il loro futuro (Fridays for future), la rete di Extinction Rebellion, decisa a usare ogni mezzo non violento per fermare la corsa verso il baratro, i popoli indigeni che difendono le loro terre e i movimenti contadini che difendono l’integrità dei suoli. Ma i passi da compiere sono ancora, per molti di noi, inconcepibili. Innanzitutto, si tratta di abbandonare nel giro di pochi anni cose che consideriamo naturali come auto privata, aria condizionata, viaggi aerei, vacanze esotiche, crociere, grandi opere, agricoltura chimica, pasti a base di carne, e tante altre cose. Ce ne sono sì tante altre che le possono sostituire con poco sacrificio e grande vantaggio.
Ma c’è da battere l’incredulità di chi sente dire per la prima queste cose, a cui i nostri governi avrebbero dovuto porre mano da anni, invece di inseguire il mito insensato di una crescita infinita. Confutare le illusioni di chi conta che de la si possa cavare con poco è oggi il compito più urgente e difficile. I migranti vanno accolti tutti; è l’unica alternativa a una guerra di sterminio permanente. Vanno inseriti nelle nostre comunità con un lavoro nelle tante opere necessarie per combattere la crisi climatica. Se l’Europa finanziasse i progetti di conversione ecologica in base al numero di migranti impiegati avremmo una gara per accaparrarseli invece dell’attuale corsa per respingerli.
Infine, la democrazia rappresentativa non è più un baluardo contro le derive autoritarie. Per prevenire un ritorno al fascismo veicolato dal razzismo contro i migranti ormai dilagante ci vuole una grande partecipazione popolare al governo dei progetti di conversione ecologica. È questo che bisogna proporre a un nuovo governo. Qualcuno si candida a farlo?
(il manifesto, 22 settembre 2019)
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La vera farsa italiana

(Elsa Morante amava le gatte)

Nei giorni successivi alle elezioni europee del 26 maggio in rete è comparso un testo interessante di Elsa Morante, la scrittrice italiana protagonista del nostro secondo Novecento, che risulta particolarmente adatto a commentare certi comportamenti politici e privati mettendo in chiaro parallelo, se non addirittura in stato di tacita corrispondenza e similitudine, due personaggi che distano quasi un secolo l’uno dall’altro, Benito Mussolini e Matteo Salvini.

In realtà il testo utilizzato era solo la seconda parte dello scritto della Morante, mentre la prima è secondo me assai più sicura ed efficace a descrivere la tragedia che stiamo vivendo noi italiani, anzi la farsa, visto che la stessa si sta ripetendo ma che secondo Karl Marx:

“Hegel nota in un passo delle sue opere che tutti i grandi fatti e i grandi personaggi della storia universale si presentano per, così dire, due volte. Ha dimenticato di aggiungere la prima volta come tragedia, la seconda volta come farsa.” (Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte, 1852)

Quindi riporto tutto il brano della scrittrice italiana, mentre quella già utilizzata in rete partiva perlopiù da “Debole in fondo”. Inoltre il testo viene un po’ riorganizzato nei blocchi per la migliore lettura su internet.

Infine, il testo è tratto dalle Opere. Volume primo (Meridiani Mondadori, Milano 1988, pp. L-LII) ed è estratto da un quadernetto dal titolo “Diario”. (Grassetti ed evidenziazione sono miei.)

Roma 1 maggio 1945
Mussolini e la sua amante Clara Petacci sono stati fucilati insieme, dai partigiani del Nord Italia. Non si hanno sulla loro morte e sulle circostanze antecedenti dei particolari di cui si possa essere sicuri. Così pure non si conoscono con precisione le colpe, violenze e delitti di cui Mussolini può essere ritenuto responsabile diretto o indiretto nell’alta Italia come capo della sua Repubblica Sociale. Per queste ragioni è difficile dare un giudizio imparziale su quest’ultimo evento con cui la vita del Duce ha fine.
Alcuni punti però sono sicuri e cioè: durante la sua carriera, Mussolini si macchiò più volte di delitti che, al cospetto di un popolo onesto e libero, gli avrebbe meritato, se non la morte, la vergogna, la condanna e la privazione di ogni autorità di governo (ma un popolo onesto e libero non avrebbe mai posto al governo un Mussolini). Fra tali delitti ricordiamo, per esempio: la soppressione della libertà, della giustizia e dei diritti costituzionali del popolo (1925), la uccisione di Matteotti (1924), l’aggressione all’Abissinia, riconosciuta dallo stesso Mussolini come consocia alla Società delle Nazioni, società cui l’Italia era legata da patti (1935),la privazione dei diritti civili degli Ebrei, cittadini italiani assolutamente pari a tutti gli altri fino a quel giorno (1938).
Tutti questi delitti di Mussolini furono o tollerati, o addirittura favoriti e applauditi. Ora, un popolo che tollera i delitti del suo capo, si fa complice di questi delitti. Se poi li favorisce e applaude, peggio che complice, si fa mandante di questi delitti.
Perché il popolo tollerò favorì e applaudì questi delitti? Una parte per viltà, una parte per insensibilità morale, una parte per astuzia, una parte per interesse o per machiavellismo. Vi fu pure una minoranza che si oppose; ma fu così esigua che non mette conto di parlarne. Finché Mussolini era vittorioso in pieno, il popolo guardava i componenti questa minoranza come nemici del popolo e della nazione, o nel miglior dei casi come dei fessi (parola nazionale assai pregiata dagli italiani).
Si rendeva conto la maggioranza del popolo italiano che questi atti erano delitti? Quasi sempre, se ne rese conto, ma il popolo italiano è cosìffatto da dare i suoi voti piuttosto al forte che al giusto; e se lo si fa scegliere fra il tornaconto e il dovere, anche conoscendo quale sarebbe il suo dovere, esso sceglie il suo tornaconto.
Mussolini, uomo mediocre, grossolano, fuori dalla cultura, di eloquenza alquanto volgare, ma di facile effetto, era ed è un perfetto esemplare e specchio del popolo italiano contemporaneo. Presso un popolo onesto e libero, Mussolini sarebbe stato tutto al più il leader di un partito con un modesto seguito e l’autore non troppo brillante di articoli verbosi sul giornale del suo partito. Sarebbe rimasto un personaggio provinciale, un po’ ridicolo a causa delle sue maniere e atteggiamenti, e offensivo per il buon gusto della gente educata a causa del suo stile enfatico, impudico e goffo. Ma forse, non essendo stupido, in un paese libero e onesto, si sarebbe meglio educato e istruito e moderato e avrebbe fatto migliore figura, alla fine.
In Italia, fu il Duce. Perché è difficile trovare un migliore e più completo esempio di Italiano.
Debole in fondo, ma ammiratore della forza, e deciso ad apparire forte contro la sua natura. Venale, corruttibile. Adulatore. Cattolico senza credere in Dio. Corruttore. Presuntuoso. Vanitoso. Bonario. Sensualità facile, e regolare. Buon padre di famiglia, ma con amanti. Scettico e sentimentale. Violento a parole, rifugge dalla ferocia e dalla violenza, alla quale preferisce il compromesso, la corruzione e il ricatto. Facile a commuoversi in superficie, ma non in profondità, se fa della beneficenza è per questo motivo, oltre che per vanità e per misurare il proprio potere.i proclama popolano, per adulare la maggioranza, ma è snob e rispetta il denaro. Disprezza sufficientemente gli uomini, ma la loro ammirazione lo sollecita. Come la cocotte che si vende al vecchio e ne parla male con l’amante più valido, così Mussolini predica contro i borghesi; accarezzando impudicamente le masse. Come la cocotte crede di essere amata dal bel giovane, ma è soltanto sfruttata da lui che la abbandonerà quando non potrà più servirsene, così Mussolini con le masse.
Lo abbaglia il prestigio di certe parole: Storia, Chiesa, Famiglia, Popolo, Patria, ecc., ma ignora la sostanza delle cose; pur ignorandole le disprezza o non cura, in fondo, per egoismo e grossolanità. Superficiale. Dà più valore alla mimica dei sentimenti , anche se falsa, che ai sentimenti stessi. Mimo abile, e tale da far effetto su un pubblico volgare. Gli si confà la letteratura amena (tipo ungherese), e la musica patetica (tipo Puccini). Della poesia non gli importa nulla, ma si commuove a quella mediocre (Ada Negri) e bramerebbe forte che un poeta lo adulasse. Al tempo delle aristocrazie sarebbe stato forse un Mecenate, per vanità; ma in tempi di masse, preferisce essere un demagogo.
Non capisce nulla di arte, ma, alla guisa di certa gente del popolo, e incolta, ne subisce un poco il mito, e cerca di corrompere gli artisti. Si serve anche di coloro che disprezza. Disprezzando (e talvolta temendo) gli onesti , i sinceri, gli intelligenti poiché costoro non gli servono a nulla, li deride, li mette al bando. Si circonda di disonesti, di bugiardi, di inetti, e quando essi lo portano alla rovina o lo tradiscono (com’è nella loro natura), si proclama tradito, e innocente, e nel dir ciò è in buona fede, almeno in parte; giacché, come ogni abile mimo, non ha un carattere ben definito, e s’immagina di essere il personaggio che vuole rappresentare.

 

 

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Il 26 maggio voto La Sinistra

Anche stavolta votare alle elezioni europee è un esercizio difficile, quasi impossibile per tanti cittadini italiani, ma non solo. Pensiamo solo che votano anche i cittadini del Regno Unito, nonostante due anni di gestione per uscire dall’Europa, la famigerata Brexit.

In molti paesi il voto è un vero referendum dove si tratta di confermare o smentire il recente approdo a politiche di chiusura, oggi chiamate sovranismo anziché nazionalismo. In altri si cerca di limitarne l’espansione. Questo appare lo scontro principale, praticamente è in gioco la stessa esistenza dell’Unione Europea.

Certo non mancano le ragioni per cambiare la politica europea ma anche stavolta si parla poco o niente di programmi, di veri obiettivi e piani d’azione per raggiungerli. E tutto ciò nonostante i problemi enormi che tutta l’umanità deve affrontare e risolvere e la necessità di farlo su scala globale, semplicemente planetaria, quali i cambiamenti climatici, le migrazioni, le crescenti disuguaglianze e i conflitti bellici in continua espansione. Problemi tutti indissolubilmente legati, non separabili.

Personalmente non ho trovato nessun programma più chiaro e coraggioso di quello espresso da DiEM25 e che potete trovare sintetizzato nell’articolo di Yanis Varoufakis qui pubblicato due mesi fa. Radicalità, concretezza, determinazione, questi gli elementi del «New Deal per l’Europa», un progetto globale per:

1. riorganizzare intelligentemente le istituzioni esistenti nell’interesse della maggioranza,
2. pianificare un futuro postcapitalista, radicale e verde,
3. essere pronti a raccogliere i pezzi se l’Unione europea dovesse collassare.

DiEM25 è l’unico partito transnazionale, con un programma unico in tutti i paesi e si presenta in quasi tutti paesi europei, ma non in Italia, dove – dopo una serie infinita di negoziati per arrivare ad un’unica lista italiana della sinistra radicale – gli stessi iscritti hanno deciso di non partecipare come sigla alla competizione elettorale.

Però alcuni iscritti DiEM25 partecipano come candidati alle due liste che condividono il Green New Deal, cioè nelle liste dei verdi (Europa Verde) e della sinistra radicale (La Sinistra).

Io voterò La Sinistra e darò la preferenza a:
Silvia Prodi (capolista): attuale consigliera regionale Emilia-Romagna;
Andrea Bellavite: attuale sindaco di Aiello del Friuli.
(Per entrambi si può leggere il curriculum vitae cliccando qui.)

Buone elezioni europee! Ne riparliamo subito dopo.

 

 

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