Pausa forzata

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Con gli occhiali di Gramsci, ottant’anni dopo

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Il 27 aprile 1937, ottant’anni fa, moriva Antonio Gramsci. Ne aveva solo quarantasei essendo nato ad Ales, nel cuore della Sardegna, il 22 gennaio 1891. Moriva nella romana clinica Quisisiana in seguito ad un’emorragia celebrale avuta il 25, il giorno in cui gli veniva comunicata la fine della libertà vigilata. Così, uno dei paradossi della sua vicenda umana è che è morto libero.

Ricordarlo qui adeguatamente o sintetizzare qualche segmento della sua vita, della sua attività intellettuale e politica, dello stato attuale del suo pensiero, sarebbe solo un esercizio pretenzioso e riduttivo. Credo sia ancora utile a qualche mio possibile lettore sapere come avvicinare il pensiero di Gramsci, apparentemente così lontano ma in realtà assai vicino.

Segnalo anzitutto alcuni siti particolarmente interessanti (da notare che gli scritti carcerari, lettere e quaderni, sono integralmente leggibili su internet):

Casa Museo di Antonio Gramsci
Fondazione Gramsci
International Gramsci Society (IGS)
IGS Italia
Lettere dal carcere
Quaderni del carcere
Edizione nazionale delle opere
Gramsci Project
Gianni Fresu

Poi indico alcuni dei testi più recenti (* indica la mia preferenza):

Aspetti biografici
d’Orsi A., Gramsci. Una nuova biografia, Feltrinelli, Milano 2017.*
Fabre G., Lo scambio. Come Gramsci non fu liberato, Sellerio, Palermo 2015.
Ghetti N., La cartolina di Gramsci. A Mosca, tra politica e amori, 1922-1924, Donzelli, Roma 2016.
Giacomini R., Il giudice e il prigioniero. Il carcere di Antonio Gramsci, Castelvecchi, Roma 2014.
Gramsci A. jr., La storia di una famiglia rivoluzionaria. Antonio Gramsci e gli Schucht tra la Russia e l’Italia, Editori Riuniti UP, Roma 2014.
Lunardelli M., E’ Gramsci, ragazzi. Breve storia dell’uomo che odiava gli indifferenti, Blu Edizioni, Torino 2017.
Paulesu L. M., Nino mi chiamo. Fantabiografia del piccolo Gramsci [fumetto e testi gramsciani], Feltrinelli, Milano 2012.*
Introduzioni
Cospito G., Introduzione a Gramsci, Il Melangolo, Genova 2015.*
Fusaro D., Antonio Gramsci. La passione di essere nel mondo, Feltrinelli, Milano 2015.
Santucci A.A., Antonio Gramsci 1891-1937, Sellerio, Palermo (20051) 2017.*
Stamboulis E., Costantini G., Cena con Gramsci [fumetto e glossario gramsciano], Becco Giallo, Padova 2012.
 Approfondimenti
Burgio A., Gramsci. Il sistema in movimento, DeriveApprodi, Roma 2014.
Liguori G., Gramsci conteso. Interpretazioni, dibattiti e polemiche 1922-2012, Editori Riuniti, Roma 2012.*
Prospero M., La scienza politica di Gramsci, Bordeaux, Roma 2016.
Rossi A., Gramsci in carcere. L’itinerario dei Quaderni (1929-33), Guida, Napoli 2014.
Vacca G., Vita e pensieri di Antonio Gramsci. 1926-1937, Einaudi, Torino 2012.*
Vacca G., Modernità alternative. Il Novecento di Antonio Gramsci, Einaudi, Torino 2017.

In particolare, per chi volesse approcciare Gramsci segnalo Paulesu (che è nipote di Teresina, sorella di Nino, se non dispiace l’uso anche parziale del fumetto) e d’Orsi (fresco di stampa, ma frutto di un lungo percorso, su cui spero di tornarci presto). Mentre sintesi classica rimane Santucci (prima edizione 20o5, ma appena ripubblicata). Chi vuole scavare subito a fondo trova tante indicazioni e possibilità di collegamenti nel costante Liguori (praticamente tutto il dibattito storico su Gramsci), in Vacca 2012 (la somma di decenni di ricerche sul periodo carcerario) e in Cospito (un piccolo manuale, ma denso e completo). Vi lascio invece liberi di scegliere un’edizione delle Lettere dal carcere, ma da portare sempre dietro.

Io credo che oltre ai fatti che ha vissuto e alle cose che ha scritto, Antonio Gramsci, cioè Nino, abbia ancora qualcosa da dirci sul modo di vedere il mondo e la vita. Certo i suoi occhiali sono un po’ difficili da mettere, ma non ne ho trovati di migliori in questi miei ultimi cinquant’anni.

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Graziano Gozzo (1953-2017)

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Alla vigilia di Pasqua, mentre stavamo preparandoci a godere la festa più bella dell’anno, è scomparso il nostro concittadino Graziano Gozzo. L’ha fatto a modo suo, silenziosamente. Mercoledì però l’abbiamo salutato in tanti, laicamente, nel cimitero della sua Concordia, a dimostrazione che il suo rapporto con la gente era vasto e radicato. Nel commiato è stato ben ricordato il suo forte legame con la famiglia e il suo lungo ed appassionato passato di musicista, un vero leader di band locali, una faccia che non ho conosciuto.

Perché io tutto sommato lo conoscevo poco, anche se lo vedevo praticamente tutti i giorni. Il suo laboratorio e negozio in via Cavour è quasi all’angolo con calle Pescatori, dove abito, ed era normale incrociarlo e salutarlo davanti il negozio o attraverso la porta aperta, almeno una volta al giorno. Era, almeno con me, di poche parole, ma queste avevano dentro sempre qualcosa di non banale e sopra, sovente, una risatina. Ma io non sono un appassionato di pittura, conosco alcuni pittori storici più per il valore culturale delle loro opere che per curiosità tecnica e non seguivo il suo lavoro. Però, mettendo insieme in questi giorni le caratteristiche a me note di Graziano, ho capito che la sobrietà e lo spirito gentile in lui erano fusi con la creatività ed il rigore. Sì, rigore, perché era un artista che non faceva qualcosa solo per vendere e lo faceva con un atteggiamento che definirei filologico. E anche fisicamente era più rinascimentale che postmoderno.

Basta guardare sul suo sito, così bello e così efficace nel descriverne le sue attività, da cui emergono i due prodotti delle sue mani: i modelli di barche veneziane ed i ritratti di cani. Se i primi ci testimoniano il rigore analitico e l’esecutiva precisione tecnica, i secondi forse ci danno l’idea della straordinaria empatia che Graziano aveva con questi animali. Le sue infatti non erano fotografie, ma ritratti, quei dipinti con cui si colgono i tratti non solo esteriori e superficiali di una personalità.

Così, pensandoci bene in queste ore, ho capito che Graziano semplicemente vedeva cose che non tutti vediamo e ci rideva sopra, perché era un vero artista, ma spiritoso e sobrio, non volgare e gaudente come tanta parte dei suoi sedicenti colleghi. E a me, per quanto conta, la sua scomparsa lascia un buco fisico, perché condivido con lui il fatto che mi devo accontentare della sua memoria e di rivederlo, sì, ma solo nella mia mente.

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La storia si ripete sempre

A me pare che sulla vicenda politica personale di Matteo Renzi, ma che ha coinvolto e coinvolge ancora tanti convinti italiani, si sia scritto ancora poco, troppo poco. Si, sono usciti anche alcuni libri o libretti, ma il giudizio è ancora legato all’attualità ed all’opportunità politica. Così fior di giornalisti, ma legati a testate o cordate troppo esposte per essere anche libere, scrivono a denti stretti. Mentre in tv, nonostante anche le tristi vicende giudiziarie che coinvolgono gli appartenenti al cosiddetto “giglio magico”, ovvero il cerchio magico fiorentino, siamo naturalmente ancora dentro l’organizzazione gerarchica appena sistemata dal vecchio governo, quindi del tutto incapace di libertà giornalistica.

Per leggere qualcosa di veramente duro o salace bisogna frequentare il Fatto Quotidiano, a partire dai commenti del direttore Marco Travaglio, e qualcosa di veramente intelligente il manifesto. Perciò riproduco volentieri l’articolo di Piero Bevilacqua pubblicato oggi su quello che si definisce ancora “quotidiano comunista”, un’espressione molto sintetica per dire che lì si pensa e si scrive in totale libertà da qualsiasi centro di potere.

Mi permetto solo di ricordare che il riferimento alla storia che si ripete ma come farsa è di Marx che cita Hegel nell’occasione: “Hegel nota in un passo delle sue opere che tutti i grandi fatti e i grandi personaggi della storia universale si presentano per, così dire, due volte. Ha dimenticato di aggiungere la prima volta come tragedia, la seconda volta come farsa.” (incipit de Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte, 1852). (Grassetto ed evidenziazioni sono miei.)

Il trasformista replica grottesca della storia
di Piero Bevilacqua
Partito democratico. Renzi inaugura il patto del Nazareno ma Berlusconi non è Minghetti o i fratelli Spaventa. Divorata ogni ragione ideale tra il partito e il suo popolo
Più si osserva in prospettiva l’esperienza politica di Matteo Renzi, la vicenda del suo governo e l’evoluzione del Partito democratico in questi ultimi tre anni, più diventa forte l’impressione di assistere ad un hegeliano ripetersi della storia in forma di farsa, una vicenda con caratteri grotteschi.
Una vicenda grottesca ma che non costituisce il calco caricaturale di una esperienza recente, quanto la replica deformata di vicende anche ottocentesche della politica italiana. Era giusto infatti, ma solo alla lontana, qualche anno fa, parlare di trasformismo o di costume trasformistico nel quasi ventennio dei governi di Berlusconi, quando non pochi parlamentari attraversavano disinvoltamente i diversi schieramenti e si posizionavano a seconda della convenienza del momento. Ma non era propriamente quello il fenomeno storico designato nei manuali con tale nome.
Il trasformismo nasce nel lontano 1876, per iniziativa di Agostino Depretis, e non si esaurisce nella pratica delle trasmigrazioni di schieramento da parte di singoli parlamentari. Esso era, ben diversamente, un modulo di governo. Giunta al potere, infatti, la Sinistra storica emarginò la sua ala cosiddetta “Estrema” – vale a dire i propugnatori di programmi riformatori più radicali – e si alleò con la Destra liberale, governando per un decennio con una politica di centro e dando un colpo rilevante all’etica politica e all’immagine pubblica dell’istituzione parlamentare.
Sui vari provvedimenti del governo, infatti, Sinistra e Destra convergevano armonicamente. Maggioranza e opposizione divennero indistinguibili. Dunque, il trasformismo del nostro tempo è, propriamente, quello inaugurato da Renzi, con il patto del Nazareno, vale a dire un’alleanza informale di governo con il precedente avversario. Sennonché Silvio Berlusconi non è Marco Minghetti o i fratelli Spaventa, ma il capo di un partito-azienda, condannato in via definitiva da un tribunale della Repubblica, dunque un pregiudicato, un leader portatore di un gigantesco conflitto di interessi mai risolto, un uomo che aveva manomesso Parlamento ed esecutivo per i propri privati interessi, che aveva dato di sé, all’opinione pubblica mondiale, un’immagine offensiva della nostra dignità nazionale.
Quando un partito, com’è accaduto al Pd di Renzi, finisce con l’allearsi con l’avversario politico di un ventennio, per perseguire peraltro scopi politici controversi, il colpo di natura piscologica e morale subìto da elettori e militanti risulta particolarmente severo. In questo caso una lunga stagione della vita, venti anni dei sentimenti e delle passioni di milioni di persone, vengono rovesciati e contraddetti di colpo dall’iniziativa politica decisa di un uomo solo. È davvero difficile pensare che una simile scelta potesse essere perseguita senza conseguenze anche gravi sul popolo che stava dietro le insegne di quel partito.
I partiti e in primissimo luogo quelli di sinistra, erano (e sono in parte ancora) formazioni di forte identità, luogo di sentimenti oltre che di idee e interessi, terreno di idealità e di generoso volontariato. La dissoluzione di queste fedi, di questi collanti sentimentali, per quanto usurati rispetto ai precedenti decenni d’oro, ha divorato ogni ragione di condivisione ideale tra la grande massa di popolo che si identificava in quel partito.
Nel novero delle repliche del passato andrebbe oggi anche posta l’idea del Partito della nazione che Renzi intendeva perseguire con la combinazione della riforma della Costituzione e l’Italicum. Una formazione che, per almeno un decennio, sarebbe diventato il “Partito unico della nazione”, se gli italiani non l’avessero bocciato nelle urne. Una replica funesta della storia, anche se in un contesto profondamente mutato, fortunatamente abortita.
Ed ecco l’ultimo grottesco ripescaggio, in nuove forme, di comportamenti politici dai bassifondi della vita civile del nostro passato: la negazione della decadenza del senatore Minzolini da parte di molti senatori del Pd. Grazie anche a costoro, il Parlamento ha violato una legge dello stato. Anche in questo caso abbiamo assistito a un episodio che Gramsci avrebbe definito di «sovversivismo delle classi dirigenti», una delle tante forme di violazione dello stato di diritto che i ceti dominanti italiani hanno messo in atto lungo la nostra storia unitaria.
Per questo gli episodi di tesseramento selvaggio al Pd, in varie città italiane, segnalati dalla stampa negli ultimi giorni, non deve sorprendere più di tanto. Lo svuotamento etico-politico di questo partito è ormai completo. Ed esso si presenta quale drammatica testimonianza di una esperienza fallimentare e insieme insegnamento ineludibile per il futuro. Non si può far commercio dei sentimenti e degli ideali delle persone, senza pagare conseguenze, talora anche gravi e definitive. La realpolitik, di cui, nella sinistra, è stato maestro Giorgio Napolitano, può anche conseguire successi momentanei, ma alla lunga può risultare rovinosa. È diventa rovinosa nel caso di Renzi, perché al capovolgimento del sentire comune di tanta parte del popolo del Pd, è anche corrisposto un suo definitivo distacco dalla rappresentanza degli interessi della classe operaia e dai ceti popolari.
il manifesto, 28 marzo 2017
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E la chiamavano civiltà occidentale

In queste ore quello di Irene Clennel è diventato un caso paradigmatico dell’epoca Brexit & Trump (per guardare solo all’Atlantico). Basta leggere qui sotto il sintetico articolo pubblicato oggi su Il Fatto Quotidiano. Ma ne parlano in tutto il mondo, dal Washington Post, all’Indipendent, al The Guardian.

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Irene, la perfida Albione la caccia dopo 30 anni
di Caterina Soffici
Nell’epoca della Brexit – Una vita assieme al marito inglese, figli e nipoti: mandata via da clandestina
Irene Clennell, originaria di Singapore, è sposata con un inglese da 30 anni, ma per la legge inglese non basta. È straniera, suo marito John si è ammalato e non guadagna abbastanza, quindi lei non ha più il diritto di restare nel Regno Unito. Così domenica l’hanno imbarcata su un aereo e rispedita al suo Paese, con sole 12 sterline in tasca e senza un posto dove andare. Perché Singapore è solo il suo Paese di origine, lasciato da 30 anni, i suoi genitori sono morti, visto che in Gran Bretagna ha la sua casa, due figli e anche un nipote. Ma nell’epoca della Brexit e di Trump non basta. Tale e tanta è la paura dello straniero, che possono accadere storie del genere più o meno nell’indifferenza generale. Irene è stata deportata, anche se in questi anni lei e la sua famiglia non hanno mai chiesto benefit, cioè i sussidi statali tanto odiati e tra le cause del voto xenofobo del referendum anti Europa.
Perché è successo, quindi? Una motivazione c’è, seppure surreale e del tutto priva di logica. Secondo il nuovo sistema di visti, introdotto nel 2012 dall’attuale primo ministro Theresa May quando era ancora ministro degli Interni, prevede che si debba dimostrare di avere un reddito superiore alle 18.600 sterline l’anno e di aver vissuto nel Paese per lunghi periodi senza interruzione. Ma Irene Clennell era tornata a Singapore in passato per periodi abbastanza lunghi per curare i vecchi genitori e quindi il visto permanente le era stato revocato.
Era tornata dalla sua famiglia – cioè un marito, due figli, un nipote, va ripetuto – grazie a un visto turistico, che però alla fine dell’anno scorso è scaduto. Durante un controllo di polizia a metà gennaio è stata quindi arrestata e messa in un centro di detenzione per immigrati, dove è rimasta fino a domenica scorsa, appellandosi intanto ai giudici britannici per ottenere giustizia e per vedere riconosciuto il suo diritto a vivere con suo marito. L’ha aiutata una associazione di avvocati dei diritti civili, che si occupano di immigrati. Secondo la cognata, interpellata dal Guardian, la donna è stata deportata senza preavviso proprio di domenica per evitare che la famiglia chiamasse gli avvocati. Secondo il racconto ci hanno provato, ma la domenica non sono riusciti a trovare nessuno.
Nel frattempo la notizia della deportazione di Irene Clennell ha fatto il giro del web e il sito Go Fund Me ha raccolto già 8.000 sterline per pagare le spese legali del ricorso.
Dal ministero degli Interni una sola laconica riposta: “Chi non ha diritto a rimanere, deve andarsene. Queste sono le regole”.
Il Fatto Quotidiano, 28 febbraio 2017
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E’ iniziata la caccia, ai rifugiati


La notizia dell’ accordo con la Libia è stato dato con la sordina dentro la tromba. Vorrei quindi proporre due commenti di misura ben diversa, il primo di Furio Colombo che risponde nella sua rubrica di lettere al Il Fatto Quotidiano, il secondo un vero articolo, ma come al solito assai denso, di Guido Viale nel suo blog presso L’Huffington Post italiano.

Se il primo accenna al cinismo della politica ufficiale italiana, dalla Lega al Pd, il secondo non risparmia critiche anche ai movimenti e alle politiche alternative potenziali, decrescita compresa. Ma – concludo io – da lì deve passare il cambiamento necessario. Critiche alle politiche liberiste e oggi anche xenofobe, alle distruzioni ambientali intrecciate alle ingiustizie sociali, hanno bisogno della coscienza individuale già pronta ed attiva, ma devono risolversi in un progetto ed in un’organizzazione. Meglio prima che dopo. E intanto in questi giorni possiamo seguire cosa sta facendo Podemos in Spagna.

(Come sempre, grassetto ed evidenziazioni sono miei.)
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È iniziata la caccia italiana ai rifugiati. Salvini esulta
di 
Caro Furio Colombo, finalmente domenica 5 febbraio 2017 non ci sono stati sbarchi. D’ora in poi, lavoro agli italiani, 35 euro al giorno agli italiani, case agli italiani. A occhio direi che, sia pure con l’espediente di una mattanza a pagamento, abbiamo fatto felici un bel po’ di xenofobi.
Mirella
Infatti è entrato finalmente in vigore il patto Gentiloni per liberare l’Italia dal disturbo dell’immigrazione. Si fa così. Primo, si firma un accordo con un governo che non c’è, che non ha polizia né esercito né un Parlamento per ratificare.
Parliamo di quel pover’uomo di Tripoli a cui hanno fatto lo scherzo di dichiararlo “governo di unità nazionale”.
Secondo, si fa finta che questo privato e introverso cittadino di Tripoli (per la verità nascosto su una nave) abbia una Marina militare o almeno una Guardia costiera, donando per la seconda volta (ricordate? La prima volta era stato Maroni a donare motovedette anti immigrati, ai tempi del trattato con Gheddafi) una flotta italiana.
Terzo, la flotta italiana con a bordo libici armati, travestiti con divise prestate dal potente alleato italiano intercetta i gommoni appena messi in mare (in modo che i disperati abbiano già pagato il passaggio) e li porta in un apposito lager senza regole, senza leggi, senza garanzie, senza protezione. Non parliamo, per non essere futili, di medici e di avvocati, che del resto non avrebbero trovato neppure nei Cie italiani.
Non so perché ci abbiano far voluto vedere, in alcuni telegiornali, le immagini di gruppi di materiale umano catturato. Tutto quello che si capisce è che i mercanti di carne umana fai da te sono stati sostituiti da mercanti di carne umana in finta divisa. Questa volta paga l’Italia, e i cittadini ansiosi per il destino del nostro Paese, come Zaia e il segretario della Lega Nord, possono trarre un respiro di sollievo.
Saremmo giudicati dalla storia come i tedeschi, ansiosi collaboratori della Shoah. Ma almeno abbiamo messo insieme i voti che servono per governare alla Trump. E qui non ci sono cittadini che invadono le strade, non ci sono (non una) città-santuario come in America.
Quanto a Minniti, Gentiloni e la Mogherini, la Lega ringrazia. Un po’ meno, c’è da pensare, i cittadini che votavano Pd credendolo un partito con molti difetti ma non incline al delitto.
Il Fatto Quotidiano, 7 febbraio 2017

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Trump è già tra noi
di Guido Viale
Trump è già tra noi. L’accordo che il governo italiano ha siglato con la Libia per trattenere là, schiavizzati, rapinati, massacrati e stuprate, profughe e profughi che vorrebbero raggiungere l’Europa è sicuramente peggio del muro che Trump ha promesso di costruire a spese del Messico. Non solo.
L’elezione e le prime mosse di Trump hanno accelerato lo smottamento anche di una parte consistente della cosiddetta sinistra verso il “sovranismo”: uscire dall’euro, uscire dall’Unione Europea, battere moneta nazionale, svalutare per recuperare competitività, innalzare barriere doganali, richiamare in “patria” le produzioni delocalizzate, rilanciare così la “crescita”. Sono misure popolari, si dice, antiliberiste, con le quali Trump ha intercettato e le destre europee stanno intercettando il voto della classe operaia che noi abbiamo perso.
Sfugge innanzitutto a molti la contraddittorietà di queste misure: soprattutto per un’economia fragile e marginale come quella italiana. A rimetterci, come sempre, sarebbero i salari e l’occupazione nazionali. Ma sullo sfondo di quelle ricette aleggia, sottaciuto, il clou delle politiche delle destre a cui si vorrebbe contenderne l’esclusiva di quelle misure: scoraggiare, frenare, fermare l’arrivo di profughi e migranti; fare o lasciar credere che disoccupazione, precarietà, perdita di reddito e di sicurezza sono provocate non dal dominio della grande finanza e dei suoi interessi, ma dall’arrivo di profughi e migranti; ristabilire le dinamiche di un tempo (il modello è make America great again) bloccando quei flussi.
Perché – lo insegnano sia Trump che il nazionalismo che avanza in Europa – le prescrizioni economiche sovraniste sono inscindibili dalla trasformazione del paese prima in una “fortezza” e poi in uno Stato razzista. Prospettata per il nostro paese, poi, l’idea di “chiudere le frontiere” è un’idiozia grottesca. Ai profughi e ai migranti le frontiere tra l’Italia e il resto d’Europa, come quelle della Grecia, sono già state chiuse, mentre quelle tra Italia e i paesi di provenienza dei profughi (8.000 chilometri di costa) sono e resteranno aperte, perché lì i muri di Trump e Orban non si possono costruire.
L’idea di mobilitare una force de frappe italiana o europea per creare in mare una barriera armata anti-profughi (la missione Sofia) invece di mettere al centro delle politiche europee l’abolizione della convenzione di Dublino – che obbliga i profughi a restare nel paese di sbarco e questo a provvedere alla loro sistemazione o al loro “rimpatrio” – è pari solo alla pretesa di estendere l’infame quanto precario accordo con la Turchia, che ha temporaneamente bloccato l’afflusso di profughi in Grecia, ai paesi della sponda sud del Mediterraneo; o addirittura a quelli, più a sud ancora, di origine o transito di quei flussi.
Cioè a governi che non ci sono o che governano nell’illegalità conclamata, che lucrano sul traffico dei profughi ben più di quanto li possa compensare un contributo economico dell’Italia o dell’Europa (la paga dei carcerieri); senza mettere nel conto la violenza a cui sottopongono le loro vittime.
I governi dell’Unione Europea stanno adottando nei fatti le ricette propugnate dalle destre xenofobe e razziste; anche perché il sovranismo di queste è perfettamente compatibile, per lo meno sul breve periodo, con il quadro economico perseguito dai primi. Gli obiettivi di fondo sono gli stessi: crescita del Pil e dei profitti (l’occupazione, come l’intendenza, “seguirà”), riduzione di tasse e spesa pubblica, privatizzazioni un po’ di tutto.
Grande industria e finanza non hanno reagito negativamente all’elezione di Trump: perché, se la globalizzazione “neoliberista” mostra la corda, gli interessi del capitale possono facilmente conciliarsi anche con un bel po’ di sovranismo. Le politiche di tipo keynesiano propugnate dai (pochi) avversari tanto dell’austerità “neoliberista” che del sovranismo nazionalista – spesa pubblica spinta, grandi lavori, rincorsa prezzi-salari, ecc. non funzionano più: sono venute meno le forze che le sostenevano. La grande industria fordista e la classe operaia di fabbrica.
Quelle politiche Obama in parte ha cercato di applicarle; ma se il Pil ha tenuto, occupazione (vera) e redditi non ne hanno beneficiato gran che; il senso di precarietà è aumentato; il protagonismo sociale che lo aveva portato alla presidenza è stato soffocato; le guerre hanno continuato a dominare il campo e ad assorbire risorse. Un cocktail che ha lasciato come eredità la vittoria di Trump.
L’alternativa non è “più spesa pubblica” (questa la spinge anche Trump), ma la conversione ecologica; che non è green economy in cerca di profitto e di incentivi statali, ma promozione di decentramento, di una cultura diffusa, di iniziative di base e di partecipazione per cambiare in forme condivise uso delle risorse, stili di vita, produzioni e modo di produrli.
Cose che nessuno dei governi e delle forze politiche in campo sa, può o vuole fare; e che per una lunga fase potranno svilupparsi solo dal basso, attraverso mille conflitti e a “macchie di leopardo”. Partendo dalle iniziative che già oggi ci sono. Che sono molte; ma disperse nei mille rivoli di lotte e di pratiche scollegate e di riflessioni isolate, perché nessuno ha ancora trovato la strada per farne i mattoni di un nuovo blocco sociale e di una cultura e di un sentire diffusi, prima ancora che di un programma articolato o di un nuovo partito.
Così la giustizia sociale non viene collegata (papa Francesco a parte) a quella ambientale, né la lotta contro le diseguaglianze alla difesa della natura; il programma della decrescita viene prospettato – e a volte eroicamente praticato – senza porsi il problema della conversione ecologica (di cose e produzioni che comunque dovranno continuare a funzionare per molti anni a venire) e questa non è stata capace di confrontarsi in forme organizzate con i tanti punti di crisi occupazionale e ambientale in atto.
Un’incapacità che la accomuna al territorialismo, unica alternativa praticabile tanto a un protezionismo becero che a un “liberismo” eslege. L’accoglienza – vero baluardo europeista e internazionalista contro il montante razzismo – non sa farsi programma di inclusione sociale e di valorizzazione dell’umanità e della ricchezza culturale delle tante comunità di profughi e migranti presenti in Europa; mentre la lotta per la pace e contro il terrorismo non riesce a far leva su quelle comunità per prospettare soluzioni di pace e di rigenerazione economica, sociale e ambientale nei loro paesi di origine.
E si potrebbe continuare. Nella (strato)sfera politica si fa continuo riferimento a movimenti, lotte, riflessioni e mobilitazioni; ma non si riuscirà a cumularne e moltiplicarne le forze senza imboccare con umiltà un cammino che cerchi di svilupparne le potenzialità politiche a partire dalle specificità in cui ciascuna di esse è impegnata. Cosa difficilissima, resa ancora più ardua da una sacrosanta diffidenza nei confronti della monotona vacuità che circonda il mondo politico che a esse pretende di fare riferimento.
L’Huffington Post, 7 febbraio 2017

 

 

 

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Zygmunt Bauman (1925-2017)

All’inizio del nuovo anno è scomparso Zygmunt Bauman  (Poznan, 19 novembre 1925 – Leeds, 9 gennaio 2017), uno degli interpreti più lucidi della realtà contemporanea. Aveva compiuto da poco novantuno anni ma la sua produzione è decollata in età matura, proprio all’inizio del nuovo secolo, quando ha concepito e poi continuamente trasmesso il suo concetto di modernità liquida (2000).

La sua opera ed alcune sue particolari tesi meritano un’attenzione ed una riflessione adeguate, non superficiale, evitando semplificazioni o banalizzazioni. Nel ripromettermi di riprendere questi oggetti in futuro, in attesa delle prossime uscite in Italia di due libri postumi, Retrotopia da Laterza e Elogio della letteratura da Einaudi, entrambi previsti a settembre, riporto qui sotto l’articolo di Angelo d’Orsi, il migliore letto nell’occasione. (Grassetto ed evidenziazioni, come al solito, sono miei.)

Come introduzione, anche per sottolineare la libertà e la grazia mentale di questo grande intellettuale, riporto la chiusura di un’intervista pubblicata su la Repubblica il 18 novembre 2015, alla vigilia dei novant’anni.

Come le è venuta l’idea della modernità liquida?
“Fin da bambino sono stato affascinato dalla fisica. Poi sono diventato un sociologo e non un astronomo come sognavo. L’idea della modernità liquida mi è venuta leggendo il fondamentale libro di Ilya Prigogine, Nobel per la fisica, The End of Certainty. Prigogine parlava della debolezza dei legami tra le molecole dei liquidi contrapposta alla forza di questi legami nei corpi solidi “.

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Bauman, addio all’osservatore critico del post-moderno
di Angelo d’Orsi
Era nato a Poznan, in Polonia, Zigmunt Bauman, nel 1925, e aveva attraversato il tempo di ferro e di fuoco dell’Europa fra le due guerre, tra nazismo, stalinismo, cattolicesimo oltranzista, antisemitismo: di origine ebraica, si era allontanato dalla sua terra, per sottrarsi proprio a una delle tante ondate di furore antiebraico, che da sempre la animano. Era stato comunista militante, poi allontanatosi dal marxismo canonico, influenzato da correnti eterodosse, senza mai però diventare anticomunista, e conservando un importante fondo storico-materialistico nel suo lavoro. Fondamentale in tal senso la sua “scoperta” di Gramsci, che lo aveva aiutato a leggere il mondo con occhi nuovi, rispetto alla vulgata marxista-leninista, ma anche, naturalmente, dalle scienze sociali accademiche angloamericane.
Aveva studiato Sociologia a Varsavia, con maestri come Ossowski, e, lasciata la Polonia, si era diretto prima in Israele, all’Università di Tel Aviv, per poi trasferirsi a Leeds, in Inghilterra dove insegnò fino al pensionamento Sociologia. Sarebbe però riduttivo definirlo sociologo, sia per il tipo di sociologia da lui professata e praticata, poco accademica e nient’affatto canonica, sia per la vastità dello sguardo, la larghezza degli interessi, la molteplicità degli approcci. Filosofo, politologo, storico del tempo presente, questo studioso oltremodo prolifico (autore di una cinquantina di opere, nella sua lunga ed operosissima esistenza), fu influenzato anche da un certo cattolicesimo e così come dal comunismo, ne trasse spunti importanti per l’osservazione critica della contemporaneità.
Si era occupato in modo nient’affatto banale dell’Olocausto, messo in relazione alla modernità, in qualche modo riprendendo spunti di Horkheimer e Adorno, puntando il dito contro l’ingegneria sociale e il predominio della tecnica (in questo vicino a Jürgen Habermas),che uccide la morale, contro l’elefantiasi burocratica che schiaccia gli individui senza aumentare l’efficienza del sistema sociale. Aveva studiato la trasformazione degli intellettuali, passati da figure elevate, capaci di dettare l’agenda politica ai governanti, a meri tecnici amministratori del presente, al servizio del sistema. Fra i tanti meriti di questo pensatore scomparso ieri, nella città che aveva eletto a sua dimora, Leeds, voglio segnalare la sua capacità di descrivere gli esiti della forsennata corsa senza meta della società post-moderna, attraverso un’acutissima analisi del nostro mondo,un mondo in cui la globalizzazione delle ricchezze ha oscurato quella ben più mastodontica, gravissima, delle povertà.
Studiando “le conseguenze sulle persone” (come si legge nel sottotitolo di uno degli ultimi suoi libri, Dentro la globalizzazione), ridotte a “scarti”, residui superflui che vanno conservati soltanto fin tanto che possono esser consumatori, Bauman ha svelato il volto cupo e tragico dell’ultra-capitalismo, feroce espressione di creazione e gestione della disuguaglianza tra gli individui, dove all’arricchimento smodato dei pochi ha corrisposto il rapido, crescente impoverimento dei molti. Ci ha aiutato a guardare dietro lo specchio ammiccante del post-moderno, sotto la vernice lucente dell’asserito arricchimento generalizzato e universale, dietro lo slogan della “fine della storia”, ossia della proclamata nuova generale armonia tra Stati e gruppi sociali, era apparso l’altro volto della globalizzazione, ossia una terribile guerra dei ricchi ai poveri, ennesima manifestazione della lotta di classe dall’alto. Ha guardato, Bauman, alle Vite di scarto (altra sua opera), generate incessantemente dall’infernale “megamacchina” del “finanzcapitalismo” (richiamo con queste espressioni un altro grande scomparso, Luciano Gallino), o dalle assurdità crudeli del “capitalismo parassitario”, come Bauman lo ha chiamato. Quella che chiamava “omogeneizzazione” forzosa delle persone (un concetto che richiama la pasoliniana “omologazione”), era l’altro volto della società anomica, che distrugge legami, elimina connessioni, scioglie il senso stesso della convivenza.
Con una immensa produzione – volumi, saggi, articoli, conferenze, proseguita fino all’ultimo – è come se quest’uomo mite e affabile, avesse voluto tendere una mano a tutti coloro che dal processo di mostruosa produzione di denaro attraverso denaro, erano esclusi; quasi a voler “salvare”, con le sue parole, gli schiacciati dai potentati economici, a voler dar voce a quanti, in una Società sotto assedio (ancora un suo titolo), dominata dalla paura, dal rancore, dall’ostilità, vedevano e vedono le proprie vite disintegrate. I Danni collaterali (uno degli ultimi suoi libri), sono in realtà l’essenza di questa società, che egli ha definito, felicemente, “liquida”, con una trovata che è poi divenuta formula, ripetuta, un po’ stucchevolmente, negli ultimi anni, applicata a tutti gli ambiti del vivere in comune. Liquida è questa nostra società, che ha perso il senso della comunità, priva di collanti al di là del profitto e del consumo, una società il cui imperativo, posto in essere dai ricchi contro i poveri, dai potenti contro gli umili, è ridotto alla triade: “Produci/Consuma/Crepa”. Liquidi i rapporti umani, liquida la cultura, liquido tutto il nostro mondo, che sta crollando mentre noi fingiamo di non accorgercene.
Le opere di Bauman, che, per quanto fortunate editorialmente, sono state cibo per pochi, purtroppo, sono un tesoro cui attingere per comprendere le ingiustizie del tempo presente, denunciarle, e se possibile, combatterle. La sua scomparsa è una perdita grave per chi non si accontenta dell’esistente, per chi si rifiuta di credere alla favola bella del “progresso”. E il messaggio che ci affida è appunto di non smettere di scavare sotto la superficie luccicante del “mondo globale”, come ce lo raccontano media e intellettuali mainstream, che non solo hanno rinunciato al ruolo di “legislatori”, trasformandosi compiutamente in meri “interpreti”, ossia tecnici, ma sono diventati laudatores dei potenti.
(Micromega, 10 gennaio 2017)

 

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Portogruaro a misura d’auto

Partito dal Basso: “Una dichiarazione d’affetto alla mia città e alla sua nuova maggioranza, che ha finalmente permesso alle automobili di occupare ogni centimetro dell’antico centro.”
(Pubblicato su Youtube il 20 dicembre 2016)

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Un No per riaprire un ciclo democratico

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Il passaggio della campanella tra Renzi e Letta (21 febbraio 2014)

Propongo questo testo di Ida Dominijanni pubblicato oggi su Internazionale online, mi pare tanto sintetico eppur chiaro sul voto di domenica. (Come al solito, grassetto ed evidenziazioni sono miei.)

Il si che chiude, il no che apre
di Ida Dominijanni
Meno cinque al fatidico 4 dicembre, e stando a quel che passano governo e mezzi d’informazione non è chiaro su che cosa stiamo per andare a votare. Sul governo? Sullo spettro a 5 stelle che incombe? Sullo spread? Sui diktat dei mercati? Sui desiderata della Bce, di Angela Merkel, di Marchionne, del Financial Times, dell’Economist? Sull’eterogeneità dell’“accozzaglia” per il no e sulla rassicurante omogeneità della coalizione Renzi-Verdini per il sì? Sul precipizio oscurantista e il “rigor mortis” – giuro che l’ho letto – in cui ci butterebbe il no e sul sol dell’avvenire che risorgerebbe con il sì? Sul tripudio che ci prende ascoltando le istruzioni per il voto di Vincenzo De Luca, che il governo premia invece di scomunicarlo e che i talk titillano perché lui è fatto così e un po’ di political uncorrectness stile Trump anche in Italia non guasta?
Mai un voto, a mia memoria, è stato sottoposto a pressioni così esagitate, improprie e depistanti: più che una campagna referendaria sembra una nobile gara a chi ci tratta meglio da stupidi. Contro questo depistaggio sistematico e rumoroso non resta, in quest’ultima settimana, che tenere bassi i toni e dritta la barra. Intanto: si vota su una proposta di revisione – o meglio, di riscrittura: 47 articoli su 139 – della Costituzione, che a onta di chi la sta bistrattando come l’ultima delle leggi ordinarie resta il patto fondamentale che ci unisce, o dovrebbe. La posta in gioco è abbastanza alta per esprimersi su questo, e solo su questo. Sì o no?
Io dico no, per ragioni di merito e di metodo, e per una terza ragione, di valutazione storica. Comincio dalle ragioni di merito. Primo, con la riforma il bicameralismo non finisce ma resta, non più paritario ma in compenso molto confuso. Il senato non sparisce ma non sarà più elettivo. Non diventa affatto un senato delle autonomie, espressione dei governi regionali e con competenze sul bilancio, ma una camera di serie b, composta da consiglieri regionali e sindaci scelti su base partitocratica, i quali tuttavia, pur privi di legittimazione elettorale, avranno competenze su materie cruciali come i rapporti con l’Unione europea e le leggi costituzionali e potranno richiamare le leggi approvate dalla camera per modificarle. Secondo, la riforma del titolo V, invece di correggere quella malfatta nel 2001 dal centrosinistra, la rovescia nel suo contrario: da troppo regionalismo si passa a troppo centralismo, con la clausola di supremazia dell’interesse nazionale che tronca in partenza qualunque opposizione dei comuni e delle regioni a trivelle, inceneritori, grandi opere, centrali a carbone e quant’altro: se il governo li considera “di interesse nazionale”  ce li pianta sotto casa e ce li teniamo.
Terzo, combinata con l’Italicum (che è la legge elettorale vigente, e non è affatto detto che cambierà se vince il sì, nonostante le promesse di Renzi in questo senso, prese per buone da una parte della minoranza Pd) la riforma istituisce di fatto (ma senza dichiararlo, come almeno faceva la proposta di riforma Berlusconi del 2005) il premierato assoluto: maggioranza dell’unica camera titolare del voto di fiducia al partito che vince le elezioni, in caso di forte astensione anche con un misero 25 per cento del corpo elettorale; ulteriore incremento del potere legislativo del governo e del capo del governo. E non bastasse, elezione del presidente della repubblica in mano al partito di maggioranza a partire dalla settima votazione, in caso di assenza di una parte dell’opposizione. Detto in sintesi, il cuore della riforma sta in un rafforzamento dell’esecutivo e del premier a spese del parlamento e della rappresentanza, in un accentramento neostatalista a spese delle istituzioni territoriali, in una lesione del diritto di voto dei cittadini: il contrario di quello che una buona riforma dovrebbe fare.
Passo alle ragioni di metodo, per me perfino più decisive di quelle di merito. Questa riforma è nata male e cresciuta peggio. È nata da un’indebita avocazione a sé, da parte del governo, di un potere costituente che non è del governo, ed è stata approvata – a base di minacce di elezioni anticipate, sedute notturne, canguri e dimissionamento dei dissidenti – da una maggioranza parlamentare risicata e figlia, a sua volta, di una legge elettorale dichiarata illegittima dalla corte costituzionale. Dopodiché è stata brandita dal presidente del consiglio come una personale arma di autolegittimazione e di sfida degli “avversari” – “parrucconi”, gufi, “accozzaglie” e quant’altro – sulla base dell’unica benzina che muove la macchina renziana, cioè della parola d’ordine della rottamazione, applicata anche alla carta del 1948. Una riforma profondamente e programmaticamente divisiva del patto fondamentale che dovrebbe unire: è questa la contraddizione stridente che minaccia il cuore stesso del costituzionalismo, e ricorda il sovversivismo delle classi dirigenti di gramsciana memoria. A quanti e quante votano sì tappandosi il naso, per paura delle eventuali conseguenze destabilizzanti di una vittoria del no, vorrei sommessamente chiedere di non sottovalutare la ferita difficilmente cicatrizzabile che potrebbe invece conseguire da una vittoria del sì, ovvero dall’approvazione di una costituzione non di tutti ma di parte.
Non è l’unica contraddizione che accompagna questo referendum: ce n’è un’altra, più promettente. Presentata come una svolta radicale, e corredata dal lessico che da mesi ci bombarda incontrastato da tutti i media – innovazione vs conservazione; decisione vs consociazione; velocità vs paralisi; semplificazione vs complessità – la riforma Renzi-Boschi in realtà non innova ma conserva, e non apre ma chiude un ciclo. Sigilla – o ambisce a sigillare – il quarantennio dell’attacco neoliberale alle democrazie costituzionali novecentesche, racchiuso tra il rapporto della Trilateral per la “riduzione della complessità” democratica e l’attacco della JP Morgan contro le costituzioni antifasciste dei paesi dell’Europa meridionale. La storia del revisionismo costituzionale italiano, dalla “grande riforma” vagheggiata da Craxi a quella bocciata di Berlusconi a molte delle stesse ipotesi del centrosinistra, è accompagnata dalla stessa musica: più decisione e meno rappresentanza, più governabilità e meno diritti, più stabilità e meno conflitto. E malgrado le grandi riforme della costituzione siano state fin qui respinte, questi cambiamenti sono già entrati ampiamente, e purtroppo, nella nostra costituzione materiale (nonché in quella formale, come nel caso del pareggio di bilancio).
Renzi ha ragione, dal suo punto di vista, a dire che finalmente può riuscire a lui quello che ad altri non è riuscito: costituzionalizzare il depotenziamento già avvenuto della nostra democrazia. Per questo il sì chiude un ciclo, mentre è solo il no, con tutti i suoi imprevisti, che può aprirne uno nuovo. Basta partecipare a uno solo degli incontri sul referendum che pullulano ovunque in questi giorni per capire quanto questo sentimento sia vivo nella generazione più giovane, che della costituzione parla al di fuori della narrazione ripetitiva degli ultimi decenni.
(Internazionale, 29 novembre 2016)
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Il No come conseguenza logica

E’ arcinoto che la definizione di quello che dovrebbe essere il nuovo Senato secondo la riforma Renzi-Boschi è un gran pastròcio, qualcosa d’indecifrabile. Finora ho letto le perplessità e le critiche di costituzionalisti e di politici soprattutto sul famoso art. 70, che è oggetto anche del giusto sarcasmo teatrale. Ma qui riporto volentieri il parere di Roberta De Monticelli, docente di filosofia interessata da sempre alla storia della logica, pubblicato ieri su L’Huffington Post, il giornale online del Gruppo L’Espresso. E’ una lettura appena un po’ tecnica, ma ne vale la pena. (Le evidenziazioni sono mie.)

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Le forme e i limiti ovvero perché non ci resta che dire No
di Roberta De Monticelli
Le modifiche alla Seconda Parte della Costituzione riguardano – e pesantemente – “le forme e i limiti” dell’esercizio della nostra sovranità.
Sono parole classiche, parole filosofiche, “le forme e i limiti”. Designano le norme che regolano i nostri comportamenti in modo che non violino alcuni valori definitori di ciò che chiamiamo la nostra umanità e la nostra ragione: ne sono esempi le norme logiche e quelle etiche. Le norme costitutive di una Repubblica democratica stanno alla nostra vita civile e politica come le norme logiche ed etiche stanno alla nostra vita intellettuale morale. Questo vuol dire che le norme logiche e quelle etiche devono essere rispettate anche dalle norme costituzionali: è per così dire il minimo che si richiede a ciò che chiamiamo “le forme e i limiti” della nostra sovranità.
E’ questo minimo che la riforma sottoposta al nostro giudizio viola. Mi limito a un solo esempio, che riguarda la logica. Recita il nuovo Art. 55: “Il Senato della Repubblica rappresenta le istituzioni territoriali ed esercita funzioni di raccordo tra lo Stato e gli altri enti costitutivi della Repubblica”. Bene: “rappresenta” o “raccorda”? Come è noto, il nuovo Senato ci è stato presentato come qualcosa di simile al Bundesrat tedesco, che rappresenta gli Stati della federazione tedesca, i Länder. Supponiamo che al posto dei Länder ci siano le Regioni. Bene – delle due l’una.
O i senatori “rappresentano” le regioni. Allora sono nominati dagli esecutivi (Presidenti di Regione) e non su base di raggruppamento politico; perciò hanno vincolo di mandato e non partecipano al processo legislativo su base partitica. E’ appunto quello che succede in Germania.  Oppure, i senatori partecipano al processo legislativo nazionale (“raccordano” Stato e Regioni), perciò rappresentano la Nazione e operano su base politica senza vincolo di mandato. Ma allora dovrebbero essere eletti dal popolo (o come in Francia da un ampio collegio di rappresentanti di regioni, 150.000).
Chiamiamo p la prima e q la seconda possibilità. E’ chiaro che p implica NON q e q implica NON p. Invece il nuovo Articolo intende proprio p E q.
Secondo la legge logica detta dello Pseudo-Scoto, ammettere una contraddizione in un testo comporta la possibilità di dedurre, in quel testo, tutto e il contrario di tutto. Non stupisce dunque che il famigerato Art. 70 – quello con la prosa da decreto milleproroghe – sperimenti tutte le difficoltà implicite nel compito di articolare con chiarezza le funzioni di un organo legislativo in assenza di un’idea coerente del medesimo. Con le conseguenze discusse dai migliori costituzionalisti sui numerosi e confusi procedimenti legislativi diversi cui esso darà luogo, sui conflitti di attribuzione etc.
Per questa e altre analoghe ragioni si sentono molte persone affermare “La riforma è pessima, ma occorre votare sì lo stesso”. Perché? Perché cambiare bisogna, meglio cambiare un po’ che niente del tutto. Perché il meglio è nemico del bene. Perché meglio qualcosa che il nulla. Perché dire no al cambiamento è da difensori dell’esistente. La meno mistica di queste risposte è un’opzione politica: perché la vittoria del no metterebbe il governo in mano ai populisti, oppure: perché comunque non c’è alternativa migliore all’attuale governo.
Questa sola fra le risposte pone una grave questione: “tutto” dunque è “politica”? Non ci sono vincoli, o regole, che non siano esse stesse puramente strumentali al gioco politico, inteso come semplice relazione amico-nemico? Non c’è differenza fra le regole del gioco e il gioco? Fra la legge fondamentale dello Stato e la contingenza di un governo? Fra il quadro normativo ideale e il conflitto politico contingente che è in atto? Carlo Fusaro, sostenitore del Sì, risponde tranquillamente che sì, tutto è politica. ” Chi è senza peccato scagli la prima pietra… E’ una critica semplicemente insensata: la riforma costituzionale, qualsiasi riforma… è scelta supremamente politica. E’ inevitabile che si associ alle fondamentali opzioni anche di partito e di governo” (Crainz, Fusaro 2016, Aggiornare la costituzione, p. 101). Dunque non c’è niente al di sopra dello strepito da pollaio che oggi chiamiamo “politica”. Qualcosa che rappresenti la Repubblica e dia un senso all’amor di patria, che in molti di noi è l’accorata compassione per una creatura svilita (come fosse la propria madre tuttavia, e questo fa male). Questo qualcosa però esiste solo nelle nostre coscienze, oltre che nelle carte dove abbiamo trascritto le Idee. Le Idee non sono invenzioni umane ma sono i vincoli dati, che “tengono insieme” l’identità delle cose. Una Repubblica democratica, un buon ragionamento, un’azione giusta. La riforma offre questo: lo svilimento della Norma.
Le conseguenze verranno da sé, una volta vanificato qualunque resto di rispetto per il nostro Noi, di fiducia nelle istituzioni e di amor di patria.
Le “forme” e i “limiti” sono le parole che la tradizione filosofica riserva a tutto ciò che è vincolo dato al nostro arbitrio, alla nostra ferinità strisciante sempre pronta a sopraffare la nostra umanità, alle derive imprevedibili della forza immane che la nostra socialità scatena, ben oltre le intenzioni dei singoli. Ma soprattutto alle forze distruttive della confusione, e anche dell’incompetenza e dell’idiozia, che necessariamente in noi tutti allignano. Per mettervi mano seriamente ci vogliono scienza, coscienza, attenzione, rispetto e amore. Invece vi è stata messa mano con ignoranza, incoscienza, sbadataggine, disprezzo e cinismo. Non ci resta che dire NO.
(L’Huffington Post, 27 novembre 2016)

 

 

 

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Giorgio Galli: «Il sì è l’ultima toppa al sistema»

Riproduco l’intervista a Giorgio Galli, definito “decano della politologia italiana”, da il manifesto di oggi. (Le evidenziazioni sono mie.)

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Giorgio Galli: «Il sì è l’ultima toppa al sistema»
di Daniela Preziosi
Al referendum del 4 dicembre votare sul governo «sarà inevitabile», spiega Giorgio Galli, decano della politologia italiana, docente di dottrine politiche all’Università degli Studi di Milano, studioso del «bipartitismo imperfetto» della Prima Repubblica quando Dc e Pci si confrontavano senza che questo producesse alternanza. Negli ultimi anni, fra l’altro, ha analizzato le riforme di Renzi (in L’urna di Pandora delle riforme, con l’avvocato Felice Besostri). Dunque si voterà su Renzi «innanzitutto perché lui stesso ha intrecciato la riforma e il suo futuro di presidente del consiglio. Per questo gli italiani voteranno più su sui mille giorni del governo che sulla riforma».
Il suo giudizio sui mille giorni di Renzi qual è?
Non molto positivo. È riuscito a fare molto meno di quello che aveva promesso. L’economia resta stagnante. Oggi sfida l’Europa come un euroscettico ma è un’oscillazione notevole rispetto al forte investimento di credibilità che aveva fatto sull’Europa.
Dal famoso semestre di presidenza del Consiglio dell’Unione oggi siamo allo sbianchettamento delle bandiere europee.
Nella prima parte della campagna referendaria ha sostenuto che a differenza dei suoi predecessori aveva ottenuto importanti risultati in Europa. Ora invece rinuncia a questo aspetto e mette in evidenza la forza con cui avanza le richieste.
Renzi dice: il Sì è cambiamento, il No è conservazione.
È il contrario. Il Sì è la continuità del sistema politico. Il capitalismo non garantisce più lo sviluppo, quello italiano è ormai sinonimo di stagnazione permanente. In questa stagnazione si cercano di porre continuamente delle pezze a un sistema politico al capolinea. Si è cominciato con la rielezione di Giorgio Napolitano al Quirinale: una toppa per tenere in piedi un sistema. Poi le prime larghe intese con tutto il centrodestra, le seconde con una parte del centrodestra. Tutti tentativi di rappezzare un sistema in grave difficoltà. L’ultimo di questi tentativi è il governo Renzi. Rafforzarlo significa rafforzare la continuità di questi rammendi. Il No, al contrario, renderà difficile mettere nuove toppe.
La vittoria del No rappresenta la possibilità di rompere la continuità?
Il No è la possibilità che i giochi si riaprano. Con un trauma, ma piccolo. Del resto ormai in tutti i paesi europei si esprime, in diversi modi, esigenze di cambiamento molto radicali.
Renzi invece oggi si presenta come una forza antisistema. Dice: «Il sistema è tutto schierato per il No».
È singolare che un governo si presenti antisistema. E comunque è evidente il contrario: dalla Confindustria alle banche fino all’ambasciatore americano, il sistema è pesantemente schierato dalla parte di Renzi.
Però non tutto il No è «antisistema». Il No di Berlusconi, ammesso che alla fine voti No, è chiaramente di altra natura.
Berlusconi sa, e dal suo punto di vista è giusto, che una vittoria del No lo metterebbe in una posizione di forza quando si ricostituirà un qualche tipo di Patto del Nazareno, cosa che accadrà in ogni caso. Ma la vittoria del No va al di là del contingente interesse tattico di ciascun protagonista. Sarebbe un’altra prova nella sfida al potere economico, abbastanza in linea con quello che succede in Europa, anche se con caratteristiche diverse.
Brexit è considerata una vittoria del vituperato populismo.
La democrazia rappresentativa è in crisi ovunque, in Europa e non solo. E non a causa di alcuni anni di populismo ma a causa di decenni di svuotamento del potere politico da parte del potere economico. Oggi il problema delle democrazie occidentali sono le 500 multinazionali che governano il mondo, non i populismi. E il piccolo trauma sarebbe prenderne atto. Finché il potere politico sarà quasi impotente di fronte al potere economico la continuità è garantita. Il No è la critica alla continuità. Una possibile sfida al sistema.
Negli Usa Trump è una sfida al sistema?
Al di là dei protagonisti, negli Usa come nella Brexit si è espresso il voto degli svantaggiati della globalizzazione. E a questa crisi c’è una declinazione italiana. Ne ho appena scritto in Scacco alla superclass (Mimesis Edizioni, ndr), ovvero scacco a quel mondo che si riunisce a Davos non per decidere i destini del mondo – lo fa in altri luoghi – ma per celebrare il proprio ruolo. Nella postdemocrazia il potere economico ha preso la supremazia su quello politico. O la democrazia rappresentativa affronta il potere economico o è destinata a decadere.
In Italia comanda la finanza, non il governo Renzi?
Nella stessa misura dei governi che lo hanno preceduto. La crescita del populismo è l’espressione di questa crisi. Che si affronta solo se il controllo dei cittadini si estende dall’area della politica a quella dell’economia.
È l’elogio della cittadinanza a 5 stelle?
I 5 stelle sopravvalutano la democrazia elettronica. Il sogno di Casaleggio in fondo era una democrazia diretta fatta di tecnologia informatica. Invece fare in modo che i cittadini si riapproprino della loro condizione è molto più complicato.
(il manifesto, 17 novembre 2016)
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