Verso Norimberga

(il manifesto, 30 gennaio 2019)
RISVEGLISalvini alla Camera dei deputati, 30 gennaio 2019

Per documentazione metto il link alla lettera del Ministro degli interni pubblicata oggi dal Corriere della Sera. Adesso non vuole più andare in giudizio e spera che qualcuno lo salvi. Vedremo.

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“Non siamo pesci”

Oggi, con esemplare chiarezza, è Marco Revelli che scrive perché il ministro dell’interno non può dire e fare impunemente ciò che vuole. In effetti, non si tratta solo di fermare “il  Truce” – “che è un razzista, uno xenofobo attivo, e un furbo fesso” – come lo definiva Giuliano Ferrara il 30 luglio 2018, ma un intero processo che abbiamo già visto o letto nella storia italiana di quasi un secolo fa. (Grassetto e evidenziazione sono miei.)

Salvini e i galoppini a 5 stelle: una sfida alla democrazia
di Marco Revelli
Un ministro dell’interno che delinque è un oltraggio per il proprio Paese. Un segno di vergogna che ci accompagna ovunque andiamo. Un ministro dell’interno che oltre a delinquere irride la giustizia del proprio Paese, dichiara di infischiarsene dei giudici e promette di reiterare il reato, è qualcosa di peggio. È una sfida vivente alla nostra democrazia e alla Costituzione che la garantisce. Una sfida che deve essere accettata e vinta, pena la caduta irrimediabile in un limbo della civiltà senza uscita.
Forse Matteo Salvini fa il gradasso perché sa che la sua banda lo tutelerà in Parlamento, che con la complicità della sua maggioranza di governo si salverà dal giudizio del Tribunale dei ministri. Possibile. Anzi probabile. Ma sappia che prima o poi ci sarà una Norimberga. Che quei crimini contro l’umanità, consumati o minacciati, non resteranno ingiudicati e impuniti, quando l’umanità ritornerà in sé, e il consenso degli accecati non basterà più a far da scudo agli specialisti del disumano.
Non sono solo i 177 della Diciotti, sequestrati come fossero un carico di bestiame e segregati contro la loro volontà e contro ogni principio politico e morale; e nemmeno i 47 della Sea Watch messi a rischio della vita per un basso calcolo politico e elettorale. Nel conto ci sono anche i 100 ricacciati indietro dal «moderato» Conte, il devoto di padre Pio che ha fatto il miserabile miracolo di spedire nelle piccole Auschwitz libiche chi dichiarava di preferire morire che ritornare in quell’inferno, e che pure pretende di aver compiuto un atto di beneficenza.
Né possono chiamarsi fuori i galoppini 5 Stelle, quelli che gridavano «Onestà Onestà» e ora nicchiano e tacciono sull’immunità parlamentare per quello che ha stracciato il diritto positivo e quello naturale, violando Costituzione e convenzioni internazionali. Per tutto questo i colpevoli dovranno pagare il proprio prezzo alla giustizia, perché non c’è ragione politica o Ragion di Stato che tengano: l’argomento di chi sostiene che tutto ciò rientrava nel campo della discrezionalità di governo è ridicola, come se si vivesse ancora nell’epoca dell’assolutismo, quando il sovrano era legibus solutus e non si fosse ancora affermato lo Stato di diritto, dove un reato – tanto più se penalmente grave come il sequestro di persona o la messa a rischio della vita di decine di innocenti – resta un reato, anche se commesso dal titolare del potere.
Il cerchio perverso dell’abuso di potere va spezzato. Perché se l’ostentazione plateale della brutalità non viene sanzionata, diventa virale. Contagiosa come una febbre maligna. Quanto accadde all’origine del fascismo insegna. Se restasse impunita otterrebbe una legittimazione che apre al consenso.
Per questo si impone, oggi, una mobilitazione eccezionale, all’altezza della gravità dei tempi. L’appello «Non siamo pesci» affinché venga immediatamente istituita una Commissione parlamentare d’inchiesta sulle stragi in mare è un primo passo importante. Un’occasione – un dovere – per tutti di schierarsi. E oltre l’appello la presa di parola, in ogni ambito della società si operi, dai media alle professioni, dall’università ai tribunali, dall’associazionismo alle realtà territoriali e di lavoro.
(il manifesto, 26 gennaio 2019)
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“Ci sarà una Norimberga per queste stragi”

Quello che sta accadendo in tema d’immigrazione e le politiche che si stanno attuando non mi sono solo inaccettabili ma perfino incredibili. Certo l’attuale impotenza di noi buonisti viene da lontano, come non bastano invettive o maledizioni di stampo verdiano per cambiare minimamente il corso delle cose. Ma intanto io assumo in pieno il finale di questo articolo di Donatella Di Cesare come una previsione, quindi l’inizio di un cambiamento reale delle cose. (Grassetto ed evidenziazioni sono miei.)

Come trasformare anche la vittima in carnefice
di Donatella Di Cesare
Gommoni vuoti e vite consegnate per sempre agli abissi. Di chi è la colpa? Chi chiamare in causa? Perché, certo, se quei corpi non fossero scomparsi così nelle acque, senza quasi lasciare traccia, se fossero insepolti, l’uno accanto all’altro, nello spasimo dell’ultimo respiro, nello strazio della speranza sfuggita, la strage sarebbe mediaticamente più vistosa.
Com’è facile lasciar morire grazie alla complicità del mare! Poi diventa agevole presentarsi con il volto ipocrita e cinico del governante innocente sollevando da ogni peso il pubblico grato dei votanti.
Basta ricorrere ad una strategia narrativa ormai da tempo collaudata: usurpare alla vittima persino la sua condizione, farne un carnefice. I veri colpevoli sarebbero, dunque, gli africani – mentre gli europei, in primo luogo gli italiani, subirebbero il crimine. Quale? Ad esempio la «sostituzione etnica» divulgata dai complottisti giallobruni. È un bel conforto non solo essere scagionati da ogni colpa, ma venire addirittura proclamati «vittime». Questa inversione delle parti è stata reiterata senza pietà e senza scrupoli.
Già gli ultimi governi hanno inaugurato l’ignobile formula «traffico di esseri umani». Ignobile per due motivi. Anzitutto perché riduce il fenomeno complesso della migrazione a un trasferimento coatto, come se i migranti fossero esseri subumani, incapaci di intendere, quasi oggetti, pacchi. Sennonché, anche in quei casi estremi in cui sono sottoposti al raggiro, al ricatto, i migranti mantengono il margine di scelta – fosse pure quello di chi rischia la morte nella certezza che non esistano altre vie d’uscita. Ma quella formula è ignobile anche perché consente di eludere ogni responsabilità addossandola a un paio di «scafisti», «negrieri», «trafficanti», unica vera causa della migrazione. Se ci sono, come sempre, coloro che traggono profitto dalle disgrazie altrui, molti dei cosiddetti «trafficanti» sono i migranti stessi, timonieri improvvisati dei barconi, che poi finiscono in galera. Accusato di essere il «capitano» del gommone, rovesciatosi in modo maldestro, era Abdullah Kurdi, il padre del piccolo Alyan, il bambino la cui immagine ha impietosito e indignato per un po’.
La gestione poliziesca dei respingimenti, assurta nel frattempo a politica dei porti chiusi, può essere dunque spacciata per «guerra ai trafficanti». L’ipocrisia giunge al punto di ergersi a liberatori dei migranti, da un canto criminalizzati, dall’altro considerati individui affetti da minorità.
Importante è contenere la responsabilità entro i confini africani. Colpa loro, se si sono mossi – ognuno, si sa, dovrebbe restare al suo posto; colpa loro, se si sono affidati allo «scafista» di turno. Perché vengono a chiedere aiuto? Soccorrerli? Non se ne parla. Se affondano, hanno quel che si meritano. La cosa non ci riguarda. Noi non c’entriamo. Al crimine dei «trafficanti», che li hanno portati (o «deportati» nel gergo complottista), si associano le Ong, quei «taxi del mare» che soccorrono impunemente.
Questo racconto, che inverte abilmente le parti, ha anche il pregio di coprire la guerra non dichiarata ai migranti, combattuta grazie al semplice potere biopolitico di lasciar morire. Così si tenta di negare e cancellare a priori ogni colpa.
Tutto ciò è agevolato dalla frantumazione della responsabilità che caratterizza il mondo globalizzato. La serie di cause concatenanti si allunga e impedisce di vedere gli effetti delle proprie azioni. Come non è lecito usufruire a cuor leggero di beni a basso prezzo, costati lo sfruttamento disumano, così non si può essere indifferenti alla vendita d’armi compiuta più o meno sottobanco dalla propria nazione. I vantaggi di cui si dispone qui sono all’origine del malessere, dell’agonia, della morte, dall’altra parte del mondo. L’interdipendenza della società planetaria richiederebbe semmai un sovrappiù di responsabilità.
Non vedere non significa essere innocenti. Aver esternalizzato la violenza contro i migranti, grazie all’accordo con la Libia, non scagiona i cittadini italiani. Potranno dichiararsi inconsapevoli, ma sono già colpevoli. Un velo di lutto, mestizia, malinconia, avvolge questo paese e si estende ormai anche a chi alle vittime si rifiuta di pensare. Ci sarà una Norimberga per queste stragi e i veri responsabili saranno chiamati davanti al tribunale della storia.
(il manifesto, 22 gennaio 2019)

 

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DiEM25, con Yanis Varoufakis

Ecco una vera novità nel panorama politico italiano, anzi europeo, anzi internazionale. Ne riparliamo senz’altro.

Quota 100? Solo per lavori manuali
di Carlo Marroni
Yanis Varoufakis, economista greco, ex ministro delle Finanze del primo Governo Tsipras da cui uscì sbattendo la porta, ha lanciato il movimento politico transnazionale Diem25 per un’alleanza europeo progressista, con il quale si candida alle elezioni europee del 2019 in Germania. Da domani è in Italia per due giorni per un ciclo di appuntamenti, tra cui quello a Roma presso lo studio legale Curtis dove, assieme a Sir Martin Sorrell, incontrerà un centinaio di esponenti della business community.
Spread Btp-Bund stabilmente oltre 300. Ci risiamo con il rischio-Grecia per l’Italia?
La somiglianza è che la Ue, in entrambi i casi, sta creando una crisi finanziaria per costringere un governo ad arrendersi. La principale differenza è che la minaccia di gettare l’Italia fuori dalla zona euro è molto meno credibile di quanto non fosse nel caso della Grecia. 
Anche per la differenza delle dimensioni, certo. Ma a questi tassi i timori aumentano, e parecchio…
Sono comprensibili i timori che le autorità dell’Ue hanno in considerazione del fatto che l’Italia è troppo grande per fallire e per subire ricatti e troppo vicina ad un’implosione finanziaria che né Ue né Bce hanno gli strumenti per affrontare. 
Manovra bocciata da Bruxelles ma il governo tira dritto. È un gioco delle parti o si va davvero allo scontro in un quadro di radicalizzazione dei rapporti tra forze politiche tradizionali e nuovi poteri?
Bruxelles sta cadendo nella trappola di Matteo Salvini. Stanno diffondendo minacce nei confronti di Salvini che rafforzano la sua presa all’interno del governo italiano. Salvini è una nuova forza? Sì, è ma, allo stesso tempo, è il prodotto della ridicola gestione da parte dell’Ue della inevitabile crisi dell’eurozona. Inoltre, in modo paradossale, Salvini e Bruxelles hanno bisogno l’uno dell’altro. Bruxelles ha bisogno di qualcuno come Salvini poiché offre a Juncker, Macron e Merkel l’opportunità di affermare :«Potremmo aver commesso degli errori ma siamo l’unica protezione che l’Europa ha per Salvini e gli altri». E Salvini ha bisogno di Juncker, Macron e Merkel perché le loro politiche fallite stanno suscitando il malcontento e la rabbia che Salvini sfrutta. 
Ma il reddito di cittadinanza, così come prefigurato, può essere una strada? Molti hanno dubbi…
Non ci saranno redditi di cittadinanza. Tutto ciò che il M5S propone è un reddito minimo garantito standard che è subordinato all’accettazione di offerte di lavoro, anche se terribili. Questo schema esiste nella maggior parte dei paesi europei e non c’è nulla di radicale al riguardo. Mentre può aiutare alcuni italiani poveri per un pò, non offre alcuna soluzione al problema strutturale di ristagno di posti di lavoro e redditi a causa di investimenti molto bassi. 
E la contro-riforma della legge Fornero, che fu varata proprio a fine 2011, con lo spread poco sotto 600: non si rischia di far saltare il banco per le generazioni future? I numeri sono numeri.
È importante non confondere ciò che sta accadendo nei mercati obbligazionari, il famigerato spread, con i problemi del sistema pensionistico. Gli spread stanno aumentando perché l’Ue e la Bce li stanno spingendo nel loro scontro con il governo di Roma. Sarebbero aumentati indipendentemente dalla politica del governo sulle riforme pensionistiche.
Resta però il tema dell’età pensionabile e della cosiddetta “quota 100”?
Per quanto riguarda la riduzione dell’età alla quale gli italiani si qualificano per una pensione, cioè invertire le riforme di Monti, ritengo che questa riduzione dovrebbe andare avanti solo per i lavoratori manuali e quelli a bassa retribuzione, ma non per quelli con redditi più alti che lavorano in finanza, pubblica amministrazione o nelle professioni. Qualsiasi cifra venga risparmiata dovrebbe essere investita in progetti infrastrutturali verdi.
Alle elezioni europee e si presenterà con il suo movimento Diem25, con un programma molto anti-establishment, ma da posizioni di sinistra. Ora in Italia queste posizioni però vengono soprattutto da destra.
Per anni ho sostenuto che il futuro della democrazia e dell’Ue dipendono dalla capacità dei progressisti – o europeisti radicali – di presentare in modo convincente un’agenda paneuropea che sfidi simultaneamente l’establishment austerità e la destra xenofoba che vuole smantellare l’Ue. Diem25 ha presentato un programma del genere (lo chiamiamo il New Deal europeo) e, nel maggio 2019, lo presenteremo agli elettori di tutta Europa.
Il M5S può essere un modello per la sinistra europea?
Francamente, no. Soprattutto da quando hanno accettato di essere la stampella su cui Salvini si appoggia per promuovere il suo nuovo movimento fascista, M5S ha perso ogni pretesa di essere un modello per i progressisti.
La sfida alla “dittatura” della burocrazia europea somiglia molto alle sue posizioni di qualche anno fa.
La tragedia della sinistra nel periodo tra le due guerre fu che i fascisti riuscirono a rubare la nostra narrativa – ad esempio lo sfruttamento dei lavoratori, la tirannia dei banchieri, la dittatura della borghesia – al fine di potenziare i loro partiti pseudo-antiestablishment, conquistare il potere e, in definitiva, per introdurre la peggior dittatura di sempre a sostegno… dell’establishment. La sinistra ha il dovere morale di non permettere ai Salvini d’Europa di avere successo allo stesso modo.
Esponenti della maggioranza Lega-M5S ripetono che alla fine l’Italia dovrà uscire dall’Euro. Ci crede?
L’Italia non può prosperare all’interno dell’attuale architettura dell’eurozona. Questo è vero. Ma l’uscita dall’euro causerebbe costi ingenti ai più vulnerabili degli italiani. Naturalmente, Diem25 ritiene che dovremmo prepararci all’uscita dall’euro perché è fondamentale essere pronti anche per gli sviluppi che non vogliamo che accadano. 
Questo governo durerà 5 anni?
No. Salvini sta usando M5S per aumentare la percentuale di voti della Lega fino a quando, dopo le elezioni europee, potrà governare da solo.
(Il Sole 24 ORE, 25 novembre 2018)

 

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Il ministro della clandestinità programmata

Come al solito Guido Viale è il più chiaro e realista commentatore della politica italiana e anche oggi sul Manifesto ci racconta come stanno veramente le cose in questi tragici momenti della nostra vita civile. (L’opera fotografata è di Bruno Catalano. Il grassetto è originale, le evidenziazioni sono mie.)

Il decreto Salvini vuole gonfiare la clandestinità
di Guido Viale
Un’ondata incontrollata di “clandestini” sta per abbattersi sul nostro paese. Provengono dall’Italia: dall’Italia legale a quella “clandestina”. Saranno più di centomila nel giro del prossimo anno (oltre a chi arriverà via mare). Ma chi sta organizzando quel viaggio? Il ministro Salvini con il decreto sicurezza. Chiuderà molti Sprar, cioè l’accoglienza gestita dai Comuni che curano l’inclusione sociale di chi chiede protezione.
Si chiudono gli Sprar per trasferirne gli ospiti nei Cas e nei Cara (centri affidati a privati, che spesso ci speculano sopra), ma che chiuderà anche molti Cas, tagliandone i fondi e riducendo drasticamente le protezioni umanitaria, internazionale e sussidiaria che “legalizzano” la permanenza di un profugo in Italia.
Una volta persa la protezione, alle persone cacciate da Sprar e Cas verrà ingiunto di ritornare entro sette giorni nel loro paese. Ma nessuno lo farà, perché nessuno di loro ha i mezzi per farlo, perché dal paese di origine sono dovuti fuggire, perché a tornare corrono il rischio di essere imprigionati, torturati, uccisi o fatti sparire. E non lo farà nemmeno il governo che non ha mezzi e fondi per rimpatriare neppure il mezzo milione di “clandestini” di cui, in campagna elettorale, Salvini aveva promesso di sbarazzarsi mentre ora dichiara che ci vorranno almeno ottanta anni per mandarli via tutti.
Che ne sarà allora degli oltre centomila che si andranno ad aggiungere grazie al nuovo decreto? Una piccola parte – qualche migliaio – verrà rinchiuso nei Cpr (centri di permanenza per i rimpatri) ancora da costruire; che si riempiranno presto, ma non si svuoteranno altrettanto rapidamente per far posto a nuovi prigionieri perché quelli che finiscono lì potranno restarvi rinchiuso fino a 180 giorni, per poi uscirne, perché il loro rimpatrio sarà sempre più difficile. Così verranno lasciati per strada, nella condizione di “clandestini” (una figura giuridica introdotta con la legge Bossi-Fini), come già succede a coloro cui è stato negata la protezione o a cui non è stato rinnovato il permesso di soggiorno perché hanno perso il lavoro.
Li ritroveremo – ne ritroveremo sempre più – agli angoli delle strade con il cappello in mano a chiedere la carità, a dormire sotto i viadotti o nelle fabbriche abbandonate, nella migliore delle ipotesi. Oppure a lavorare in nero nei campi, nell’edilizia, nei retrobottega di bar e ristoranti. Oppure a prostituirsi, se donne, o a spacciare, se uomini; a fornire carne umana e manodopera a una criminalità, italiana e straniera, che cresce di giorno in giorno sotto i nostri occhi e che è ormai additata come la fonte principale di insicurezza per tutti; dimenticando che le cause maggiori di questa insicurezza sono la corruzione, le mafie e la criminalità organizzata, ben inserite dentro molte strutture dello Stato e delle attività produttive. Pensare di restituire la sicurezza agli italiani rendendo la vita sempre più difficile a che è costretto alla “clandestinità”, senza alcuna alternativa possibile, significa solo moltiplicare le cause dell’insicurezza.
Più insicurezza c’è più le false promesse di Salvini di eliminarla hanno presa sul suo elettorato. Per questo il ministro e il suo governo combattono in tutti i modi le esperienze – come gli Sprar o i Comuni che accolgono i migranti, prime tra tutti, ma non solo, Riace – che producono inclusione e, insieme all’inclusione, sicurezza e benessere per tutti.
A Riace, in una regione dominata dalla n’drangheta, malavita e insicurezza sono state sconfitte, lo spopolamento è stato arrestato e il territorio è rinato a beneficio tanto dei vecchi abitanti che dei nuovi arrivati. Il problema dell’Italia, e non solo di Riace, o degli altri comuni della Calabria e di altre regioni che si sono impegnate nell’accoglienza, non è l’immigrazione ma l’emigrazione: i tanti giovani e non giovani, spesso laureati e diplomati, costretti a emigrare per cercare lavoro all’estero, e che nella rinascita dei borghi come delle periferie, proprio grazie all’arrivo degli immigrati, potrebbero trovare invece una ragione per restare.
Una ragione valida per milioni di persone se in tutto il paese venissero intraprese quelle opere di risanamento del territorio e del tessuto sociale imposte dal deterioramento locale e globale dell’ambiente e che potrebbero dare una collocazione produttiva, invece di costringerli a una inattività forzata (di cui si parla con disprezzo come “stare sul divano a guardare la tv”), tanto gli italiani che tanti i migranti imprigionati nei Cas che non aspettano altro che di potersi impegnare per il bene sia loro che di tutti.
(il manifesto, 26 ottobre 2018)
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Le inutili e pericolose grandi opere

Ho dovuto aspettare fino ad oggi per leggere un commento che mettesse insieme il passato, il presente ed il futuro dell’Italia (ma non solo) che piange il crollo del ponte Morandi a Genova, alla vigilia del Ferragosto 2018. E’ l’articolo di Guido Viale, pubblicato oggi dal Manifesto, che risponde già ad alcune penose posizioni contro i critici delle grandi opere. (Non ho abbastanza spazio per le citazioni.)

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Dal Tav alla Gronda, le inutili Grandi opere
di Guido Viale
Ai sostenitori senza se e senza ma delle Grandi opere, che nel crollo del ponte Morandi vedono solo l’occasione per recriminare la mancata realizzazione della Gronda, passaggio complementare e non alternativo al ponte crollato, va ricordato che anche quel ponte è (era) una «Grande opera»: dannosa per l’ambiente e per le comunità tra cui sorge e pericolosa per la vita e la salute di tutti. L’idea di piantare dei pilastri di 90 metri in mezzo a edifici abitati da centinaia di persone e di farvi passare sopra milioni di veicoli era e resta demenziale; come lo era e resta la sopraelevata che ha cancellato e devastato uno dei fronte-mare più belli e pregiati (forse il più bello e pregiato) del mondo: non a vantaggio di Genova, ma per fluidificare il traffico del turismo automobilistico delle Riviera di Levante, così come il ponte Morandi serviva a quello della Riviera di Ponente, negli anni “gloriosi” (?) della moltiplicazione delle automobili. Con la conseguenza che quei nastri di asfalto sono stati presi in ostaggio dal trasporto merci su gomma, per il quale non erano stati pensati, lasciando languire la ferrovia, tanto che la linea Genova-Ventimiglia (principale collegamento tra Italia e Francia e, se vogliamo, con Spagna e Portogallo; altro che Torino-Lione!) è ancor oggi a binario unico.
Un’invasione di campo, quella dei Tir, moltiplicata dalla successiva produzione just-in-time che li ha trasformati in magazzini semoventi, cosa impossibile se le autostrade non fossero state messe a loro completa disposizione e la ferrovia avesse mantenuto il primato che le spetta.
Da almeno 30 anni si sa che il cemento armato, specie se sottoposto a forti sollecitazioni come il passaggio di milioni di Tir ed esposto alla pioggia, al gelo, ai veleni delle emissioni, al sale antigelo, non dura più di cinquant’anni o poco più; e forse anche meno; ma nessuno, e meno che mai i fautori della Gronda, avevano programmato una data certa per la demolizione di quel ponte che oggi richiede anche la demolizione delle case sottostanti. E oggi si scopre che i ponti autostradali nelle stesse condizioni pre-crollo sono almeno 10mila in Italia; e altrettanti in Francia, Germania e in qualsiasi altro paese. Perché la grande “esplosione” automobilistica del miracolo economico, che doveva aprire le porte al futuro, al futuro proprio non guardava: né in Italia, paese orograficamente disadatto a quel mezzo, né in paesi ad esso più consoni.
Chiunque abbia anche solo ristrutturato il bagno di casa sa che costruire è (relativamente) facile; demolire è più complicato, rimuovere (le macerie) è difficilissimo; anche se forse non sa che smaltirle è devastante, soprattutto in Italia dove scarseggiano gli impianti di recupero e mancano le leggi per promuovere l’utilizzo dei materiali di risulta. Così, del futuro di tutti quei manufatti stradali non ci si è mai occupati, nonostante che oggi, “cadendo dalle nuvole”, si scopra che la loro demolizione e sostituzione rientra nell’ordinaria, perché necessaria, manutenzione.
No. Il futuro del ponte Morandi non era la sua demolizione; era la Gronda: 70 e più chilometri di gallerie e viadotti (in cemento armato) lungo le alture di Genova: un’opera devastante in uno dei territori più fragili della penisola, come dimostrano gli smottamenti e le alluvioni sempre più gravi che ormai colpiscono la città quasi ogni anno. E cinque miliardi, ma probabilmente molti di più, regalati ai Benetton con l’aumento delle tariffe autostradali in tutta Italia invece di destinare quelle e altre risorse al risanamento di un territorio ormai vicino al tracollo; il tutto per liberare il ponte, se fosse rimasto in piedi, da non più del 20 per cento del suo traffico… Non c’è esempio che spieghi meglio quanto le risorse destinate alle Grandi opere inutili e dannose siano sottratte al riassetto idrogeologico del territorio e alla manutenzione di ciò che già c’è, abbandonandolo a un degrado incontrollato: lo stesso vale per il Tav (Torino Lione, ma anche Genova-Tortona), il Mose; la Brebemi (che vuol dire Brescia-Bergamo-Milano, ma che stranamente non passa per Bergamo) le autostrade in costruzione in Lombardia e Veneto; il ponte sullo stretto (altro che ponte Morandi!) che ha già divorato più di 500 milioni; un gasdotto che attraversa territori in preda a eventi sismici quasi permanenti invece di ricostruire quei paesi crollati per incuria e puntare all’abbandono dei fossili. E così via. Con altrettante opportunità di creare lavoro finalmente utile.
E giù a dare del “troglodita”, del nemico del progresso, dell’oscurantista medioevale a chi, in nome della salvaguardia del territorio, della convivenza sociale, della necessità di mettere in sicurezza, e possibilmente di valorizzare, l’esistente, si oppone alle tante Grandi opere inutili e devastanti promuovendo l’unica vera modernità possibile, che è la cura e la manutenzione del proprio territorio, che è anche difesa di tutto il paese e dell’intero pianeta: da restituire alla cura di chi vi abita, vi lavora e lo conosce a fondo. Si discute di queste cose prigionieri di un eterno presente, senza passato né futuro, come se tutto dovesse continuare allo stesso modo; mentre si sa – o si dovrebbe sapere – che tra non più di due o tre decenni, se vorremo sopravvivere ai cambiamenti climatici che incombono, saremo costretti, volenti o nolenti, a cambiare radicalmente stili di vita, modi di coltivare la terra e di nutrirci, uso dei suoli, modalità di trasporto. Con tanti saluti sia al ponte Morandi, da non ricostruire, che alla Gronda, da non realizzare.
(il manifesto, 19 agosto 2018)

 

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Ritorno a Luciano Gallino

Stavo cercando in rete qualche video sulle posizioni di Paolo Savona sull’euro o meglio sull’uscita da questo, ma mi sono naturalmente trovato a riascoltare il professor Luciano Gallino che su cio’ ci ha lasciato alcuni dei suoi ultimi scritti.

Qui però collego un’intervista su temi più generali della nostra condizione economica che questo intellettuale ha dato nel marzo 2015. (Gallino è morto all’inizio di novembre dello stesso anno e le sue sintesi mi mancano assai. C’è qualcuno che si fa avanti?)

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«La discussione mi pare inadeguata»

E’ passato un mese dalle elezioni del 4 marzo e si comincia a leggere qualche analisi non superficiale e con qualche riferimento al processo storico.

Riporto l’intervista lasciata da Rossana Rossanda al suo vecchio giornale, il manifesto, al quale riserva anche qualche frecciata. Vista la densità del testo non faccio evidenziazione alcuna.

Rossana Rossanda: «Non dobbiamo semplificare il nuovo caso italiano»
di Tommaso Di Francesco
«A dir la verità, gli interrogativi e le domande che proponi meriterebbero un libro. Del resto la mia idea del manifesto era già negli anni ‘80 del secolo scorso che dovesse essere un laboratorio nel quale coinvolgere alcune persone appunto attorno ai temi principali». Così inizia la nostra intervista a Rossana Rossanda.
Il risultato elettorale vede l’affermazione di due forze politiche «antisistema», il M5 Stelle «populista giustizialista» a Sud e nella coalizione di destra, la Lega, populista-razzista a Nord. Che rischio vedi?
Non credo che il maggior disastro sia la separazione fra l’Italia del nord e quella del sud, per altro non nuova. La cosa più grave è che l’Italia non è mai stata cosi totalmente a destra come dopo questa elezione. In particolare, c’è stata una vera e propria distruzione di una delle sinistre europee più importanti.
Nel 1989, Achille Occhetto ha praticamente accettato la proposta di Craxi sulla totale colpevolizzazione del partito comunista italiano, la cui identità si poteva invece seriamente difendere, anche grazie a una specificità che non si è mai smentita, e che rendeva difficile il suo rapporto con gli altri partiti comunisti, come quello francese.
Non giova certo adesso l’insistenza sul tema «non rimane che un mucchio di macerie», sul quale anche il manifesto è stato assai indulgente.
È mancata una lettura della «società rancorosa», come diceva l’ultimo rapporto Censis? E’ la conseguenza di una visione dell’Europa subalterna alla logica monetaria e con il vincolo di bilancio finito in Costituzione?
Mantengo la tesi che proprio gli stessi dirigenti del partito comunista hanno mandato alle ortiche la tematica teorica e politica, sulla base della quale si sarebbe potuto fare, e si potrebbe ancora fare, una analisi effettiva dei processi che hanno investito l’Italia da ormai quasi un secolo. Il risentimento espresso dal voto, come osserva già il Censis, si basa in parte anche su questa incapacità di analisi.
Come pensi si possa rimettere al centro la lotta per e sul lavoro, di fronte a una così diffusa frantumazione del lavoro stesso (figure professionali difformi, geograficamente sparpagliate ma anche culturalmente e produttivamente isolate); con l’estensione del precariato ad ogni livello? Il proletariato così come l’abbiamo conosciuto non esiste più, eppure la sua diffusione nel mondo non è mai stata così grande. Come leggere questa disparità tra espansione numerica e azzeramento nella consapevolezza politica?
Non penso che una lotta per difesa del lavoro sia messa in difficoltà da una sua particolare frantumazione. Questa esiste, ma è poco più che fisiologica: si potrebbe ripartire, se ne se avesse la voglia, dalla crisi del fordismo e dalla analisi gramsciana della sua natura e fine. Ci sono anche le analisi più recenti di Luciano Gallino, che sarebbero di grande utilità (e spiegherebbero anche alcuni ragioni di fondo dei flussi elettorali).
Insomma, la vecchia esclamazione di Brecht: «Compagni, ricordiamoci dei rapporti di produzione» si potrebbe e si dovrebbe realizzare ancora oggi. Ma dovremmo fare i conti con la liquidazione del marxismo avvenuta nell’ultimo mezzo secolo, e alla quale neanche il manifesto si è realmente opposto.
Luigi Pintor già all’inizio del 2003 scriveva che «la sinistra che abbiamo conosciuto non esiste più». Che cosa rimane di quello che ci ostiniamo a chiamare sinistra? Il riformismo antioperaio di Matteo Renzi (v. Jobs act) è davvero finito con il disastro del Pd? O il neoliberismo vive in altre dimensioni? Quanto quelle macerie impediscono la ricostruzione necessaria?
Le parole di Pintor valgono purtroppo ancor oggi: fra l’altro non credo che si possa definire riformismo anti operaio quello di Matteo Renzi, ammesso che la definizione abbia un senso. Renzi ha semplicemente obbedito alla maggioranza liberista che ha investito l’Europa e ha trovato nella classe dirigente italiana soltanto degli accordi: basta pensare alle scelte di Marchionne sulla Fiat.
Perché in Italia non c’è una sinistra legata ai nuovi movimenti anticapitalistici, che abbia forza anche numerica e capacità di convinzione – fatte le debite differenze tra queste formazioni – come Podemos, Linke, Syriza?
Non mi pare che la nostra situazione sia analoga a quella che ha dato luogo a Podemos, alla ormai vecchia Linke e a Syriza. Una traccia interessante sarebbe un aggiornamento molto preciso della situazione economica italiana alla tematica proposta dall’Unione Europea.
I vincoli dell’Unione europea «reale» hanno ridotto i poteri e i processi democratici, di fatto cancellando spazi fondanti di democrazia e obiettivi di trasformazione sociale. L’Unione europea ridotta a sola moneta unica è ancora il campo per una democrazia avanzata e progressiva?
Credo che bisognerebbe riflettere sul fatto che più che aggredire un comunismo che in Europa occidentale non c’è mai stato, quel che è stato aggredito dopo la caduta del muro di Berlino è stata una certa interpretazione keynesiana che ha caratterizzato le costituzioni europee post-belliche.
Ne ho scritto qualcosa l’anno in cui ho lasciato il giornale. Credo proprio nel mese di settembre.
Trump è arrivato alla guida degli Stati uniti perché premiato dalla promessa populista del protezionismo. Ma «l’unica potenza rimasta» non lo è più, né economicamente né politicamente e rischia di assumere il primato di una ideologia di scontro, isolazionista e razzista. Che resta delle ragioni democratiche dall’Occidente neoliberista?
Per quanto riguarda la vittoria di Trump e la sua localizzazione, un buon libro mi sembra Populismo 2.0 di Marco Revelli. Il problema è pero che anche in Europa spunti populisti nascono dappertutto e non hanno la stessa origine. In modo particolare sono nati nell’Europa dell’Est, Cechia, Ungheria e Polonia, dove sembrano configurarsi come «sistemi».
Sarebbe interessante che il manifesto osservasse quali sono i loro temi principali, diversi da quelli degli Stati Uniti.
È possibile, con contenuti innovativi e per una possibile ricostruzione – a partire dall’analisi del 1989 – , insieme attivare movimenti intorno a nuovi temi di classe internazionali?
Sarebbe indispensabile un lungo lavoro comune, anche a livello internazionale, sulla evoluzione economica dell’Europa: per quanto riguarda Trump, non abbiamo granché da dire, e soprattutto mancano rapporti comuni con le posizioni del Partito democratico americano, molto diverso dalle posizioni europee.
In Italia si discute di un soggetto politico, dopo lo smacco elettorale e lo scarso risultato delle liste a sinistra, LeU e Potere al popolo. Anche alla luce della deriva dell’89, della fine Pci, della riduzione della politica a tecnicismi – per i quali l’affermazione del centrista Macron in Francia rappresenta forse l’ultimo significativo e vincente episodio – fino al protagonismo rottamatorio dell’era renziana anch’essa rottamata. Cosa pensi della discussione in corso?
La discussione mi pare inadeguata. Bisognerebbe iniziare dal fatto che il risultato elettorale non è stato inaspettato, bensì una logica conseguenza delle posizioni liquidazioniste del Partito Democratico e delle conseguenze della totale sparizione dei partiti socialisti. L’affermazione di Macron in Francia è un semplice adeguamento alla scelta maggioritaria dell’Unione europea, e in particolare delle Cdu tedesca.
Dove stanno sfruttamento e sofferenza, dovrebbe esserci «rivolta» o almeno costruzione di una’alternativa. Non ne vedo tracce consistenti in Italia: le posizioni più interessanti sono quelle di una parte del sindacato (la Fiom), ma il compito di un partito è diverso e politicamente molto più radicale.
Quanto alle liste come LeU e Potere al Popolo, mi sembra assai ingeneroso valutarne il risultato, dopo una breve campagna elettorale e sotto il diluvio dei populismi o l’estrema destra della Lega: per iniziare una ricostruzione, occorrerebbe un atteggiamento molto più seriamente analitico e unitario.
E probabilmente questo esigerebbe anche un esame che non si è fatto sull’andamento dei cosiddetti «socialismi reali». Si tratterebbe di fare quello che Stalin ha impedito, e cioè un bilancio serio del leninismo alla fine della vita di Lenin, nei tentativi teorici del conciliarismo, che in Italia hanno avuto un seguito soltanto dopo il 1972.
Insomma, non è possibile risparmiarsi un lavoro molto ravvicinato, che in italia non è stato fatto nell’ultimo mezzo secolo. In questo lavoro sarebbe da esaminare anche al di fuori di certe facilità «la linea togliattiana». Ricordo che con qualche esortazione ad andare in questa direzione non ho avuto fortuna neanche nel nostro giornale.
(il manifesto, 5 aprile 2018)
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Karl Marx (1818-1883)

Sabato 17 marzo 1883Karl Marx  fu sepolto nel cimitero londinese di Highgate, nella stessa tomba nella quale sua moglie era stata seppellita quindici mesi prima. Era morto mercoledì 14, esattamente centotrentacinque anni fa. Per l’occasione, Friedrich Engels tenne il seguente discorso in inglese.

“On the 14th of March, at a quarter to three in the afternoon, the greatest living thinker ceased to think. He had been left alone for scarcely two minutes, and when we came back we found him in his armchair, peacefully gone to sleep-but forever.
“An immeasurable loss has been sustained both by the militant proletariat of Europe and America, and by historical science, in the death of this man. The gap that has been left by the departure of this mighty spirit will soon enough make itself felt.
“Just as Darwin discovered the law of development of organic nature, so Marx discovered the law of development of human history: the simple fact, hitherto concealed by an overgrowth of ideology, that mankind must first of all eat, drink, have shelter and clothing, before it can pursue politics, science, art, religion, etc.; that therefore the production of the immediate material means of subsistence and consequently the degree of economic development attained by a given people or during a given epoch form the foundation upon which the state institutions, the legal conceptions, art, and even the ideas on religion, of the people concerned have been evolved, and in the light of which they must, therefore, be explained, instead of vice versa, as had hitherto been the case.
“But that is not all. Marx also discovered the special law of motion governing the present-day capitalist mode of production and the bourgeois society that this mode of production has created. The discovery of surplus value suddenly threw light on the problem, in trying to solve which all previous investigations, of both bourgeois economists and socialist critics, had been groping in the dark.
“Two such discoveries would be enough for one lifetime. Happy the man to whom it is granted to make even one such discovery. But in every single field which Marx investigated – and he investigated very many fields, none of them superficially – in every field, even in that of mathematics, he made independent discoveries.
“Such was the man of science. But this was not even half the man. Science was for Marx a historically dynamic, revolutionary force. However great the joy with which he welcomed a new discovery in some theoretical science whose practical application perhaps it was as yet quite impossible to envisage, he experienced quite another kind of joy when the discovery involved immediate revolutionary changes in industry and in historical development in general. For example, he followed closely the development of the discoveries made in the field of electricity and recently those of Marcel Deprez.
“For Marx was before all else a revolutionist. His real mission in life was to contribute, in one way or another, to the overthrow of capitalist society and of the state institutions which it had brought into being, to contribute to the liberation of the modern proletariat, which he was the first to make conscious of its own position and its needs, conscious of the conditions of its emancipation. Fighting was his element. And he fought with a passion, a tenacity and a success such as few could rival. His work on the first Rheinische Zeitung (1842), the Paris Vorwarts! (1844), Brusseler Deutsche Zeitung (1847), the Neue Rheinische Zeitung (1848-49), the New York Tribune (1852-61), and in addition to these a host of militant pamphlets, work in organisations in Paris, Brussels and London, and finally, crowning all, the formation of the great International Working Men’s Association – this was indeed an achievement of which its founder might well have been proud even if he had done nothing else.
“And, consequently, Marx was the best-hated and most calumniated man of his time. Governments, both absolutist and republican, deported him from their territories. Bourgeois, whether conservative or ultra-democratic, vied with one another in heaping slanders upon him. All this he brushed aside as though it were cobweb, ignoring it, answering only when extreme necessity compelled him. And he died beloved, revered and mourned by millions of revolutionary fellow-workers – from the mines of Siberia to California, in all parts of Europe and America – and I make bold to say that though he may have had many opponents he had hardly one personal enemy.
“His name will endure through the ages, and so also will his work!”

Der Sozialdemokrat, March 22, 1883

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“Liberi e uguali”, un progetto da votare

Cinque anni fa, alla vigilia delle elezioni del 2013, il mio appello riportava un’osservazione di ALBA, il soggetto politico nuovo che sarebbe fallito poco dopo, a due anni dalla nascita:

Al centro di questa campagna elettorale non ci sono affatto le grandi crisi che stiamo vivendo: la crisi economica, la crisi del lavoro, la crisi ambientale, la crisi della democrazia, la crisi della cultura e del sistema formativo, la crisi dell’Europa e la crisi dei partiti e delle classi dirigenti italiane. E infine quella delle sinistre. Un nuovo pensiero politico, un progetto politico nuovo devono invece cimentarsi con questo scenario, perché i temi del rinnovamento della politica e di una risposta altra ad una crisi di sistema sono sempre più all’ordine del giorno.

Da allora cos’è cambiato? Rispetto alle questioni di fondo, le crisi elencate, direi niente. Mancava allora la crisi dell’immigrazione, che a ben vedere è una conseguenza della successiva miseria della politica, nazionale e internazionale. E’ infatti su questa nuova rotatoria che girano quelle promesse ed azioni che hanno spostato con naturalezza lo scontro sul terreno più vitale alle destre, vecchie o riciclate.

Certo, è cambiato in peggio anche il mondo politico esterno, in Europa come in America, ma in Italia in cinque anni di governi centrati sul Pd e con alleati di destra, gli interventi legislativi, le cosiddette riforme, sono stati portati avanti senza l’opposizione di un’adeguata forza parlamentare di sinistra e senza una reazione degna della società civile, dai sindacati ai gruppi ambientalisti in testa. Così l’inerzia della fine della precedente legislatura, il governo Monti, è rimasta senza attriti. Un’inerzia che potrebbe risultare fatale per un altro ventennio nazionale.

Un’inerzia che ha stabilizzato il M5S al 25-30%. Un’entità politica frutto di un esperimento possibile solo nella società unidimensionale, quindi senza una cultura storica e senza una prassi critica e democratica interna, capace oggi di orientamenti random su tutte le questioni strategiche.

Un’inerzia che ha permesso la ricostruzione di una coalizione di destra che – con il 35-40% dei sondaggi recenti – si candida a rigovernare dopo i disastri provocati nella legislatura 2008-2013. E questo anche grazie ad una legge elettorale attentamente concordata col Pd per scegliere e controllare con cura i parlamentari eletti.

Un’inerzia che ha alimentato il protagonismo di ben due formazioni neofasciste, una bigotta ed una materialista (roba da non crederci), capaci di tornar utili in qualche modo, almeno fuori, se non proprio in parlamento.

In questi cinque anni si è tentato di cancellare la storia e l’idea stessa della sinistra italiana. Questo è successo. Oggi nessuno parla più di alleanze o compromessi a sinistra o di centro-sinistra, neanche tra laici e cattolici, tra progressisti ed ambientalisti, tra riformisti e radicali di sinistra. Niente più Ulivo, figurarsi Arcobaleno, superati da vocazioni maggioritarie e da personalissime ingegnerie elettoralistiche dell’ultimo momento (che portano anche al fallimento emblematico di un politico esperto come Pisapia).

Però ora a sinistra non siamo all’anno zero, ma almeno all’anno -2. E’ chiaro infatti che per affrontare da sinistra un’elezione nazionale ci volevano almeno 18-24 mesi di analisi, discussioni, rotture e sintesi. Non c’è stato nessun tempo a disposizione, fondamentalmente perchè dopo l’approvazione del Jobs Act (novembre 2014) e l’uscita di Civati dal Pd (maggio 2015) la sinistra interna la Pd si è trastullata per due anni sperando nella caduta di qualche meteorite su Renzi. Ma neanche la sconfitta al referendum costituzionale (dicembre 2016) ha cambiato l’inerzia. E la responsabilità di questa abulìa resterà scritta nella storia politica di questo nostro paese.

Eppure adesso a sinistra c’è una chiara novità. Si è formata una lista, Liberi e Uguali, che poggia su tre forze esistenti, Possibile di Giuseppe Civati, Sinistra Italiana di Nicola Fratoianni, Art.1-Mdp (Articolo1 Movimento Democratico Progressista) di Roberto Speranza e tante altre figure di intellettuali e della società civile, tra cui Anna Falcone. Lo speaker di questa campagna elettorale è Pietro Grasso, presidente del Senato uscente, uno che non teme certo di metterci la faccia. E lo fanno anche alcuni già segretari dei partiti post Pci come Massimo D’Alema e Pier Luigi Bersani. E coi nomi mi fermo, non è detto che sia produttivo elencarne troppi.

La parte più interessante è infatti il progetto che ha una premessa chiara:

Il progetto di Liberi e Uguali nasce per restituire speranza nella democrazia a milioni di cittadine e cittadini che oggi non si sentono più rappresentati da nessuno e che hanno bisogno di un cambiamento concreto nell’interesse dei molti che hanno poco e non dei pochi che hanno troppo.

Per me, il testo completo riflette l’antico approccio economicista, del tutto obsoleto. C’è infatti sempre l’orizzonte progressista – tradotto nella famigerata crescita – e la manovra keynesiana, ma in assenza di un’adeguata analisi della finanza globale. E non si dà lo spazio necessario al nodo dell’Unione Europea. Probabilmente dentro c’è più prudenza che slancio, in un momento in cui servono passione, lucidità e concretezza inauditi. Ma c’è anche un buon, anzi ottimo, fondamento.

Nel progetto di Liberi e Uguali è espresso chiaramente il ruolo del principio eguaglianza. In questi ultimi dieci anni è la prima prima volta che nella politica italiana questo principio è la base di una forza politica che può avere un ruolo importante, con consensi non marginali, per non dire fallimentari come negli ultimi tentativi (Arcobaleno nel 2008, Rivoluzione Civile nel 2013).

E io credo che su questa base sia possibile avere un buon risultato elettorale, per riprendere il discorso già il 5 marzo, per cominciare a cambiare veramente lo stato di cose esistente. Siamo all’inizio di un cambiamento possibile, non certo automatico. Andiamo quindi a votare.

Io voto e chiedo di votare Liberi e Uguali. Buon 4 marzo a tutti noi!

(Questo invito al voto è mio personale e ovviamente non impegna la lista della Città Futura.)

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