Koala

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I primi giorni del 2020 sono presi da due notizie diverse ma entrambe di guerra: dall’inconcepibile attacco statunitense in Iraq con l’uccisione del generale iraniano Soleimani e le reazioni conseguenti e dagli incendi che devastano l’Australia e colpiscono foreste e animali. Commentare e giudicare entrambe queste situazioni non è possibile in questo blog e vedrò eventualmente come seguirle negli aspetti più chiari ed importanti per noi.

Ma oggi mi permetto di riportare solo alcuni versi di un poeta tedesco, Jan Wagner, nato nel 1971 ad Amburgo e vivente a Berlino, da poco pubblicati da Einaudi nella raccolta Variazione sul barile dell’acqua piovana. E’ una sorta di preghiera scritta qualche anno fa, ma che oggi suona come epitaffio. Bellissimo e amaro anche il riferimento al ciclista.

koalas

so viel schlaf in nur einem baum,
so viele kugeln aus fell
in all den astgabeln, eine boheme
der trägheit, die sich in den wipfeln hält und hält

und hält mit ein paar klettereisen
als krallen, nie gerühmte erstbesteiger
über den flötenden terrassen
von regenwald, zerzauste stoiker,

verlauste buddhas, zäher als das gift,
das in den blättern wächst, mit ihren watte-
ohren gegen lockungen gefeit
in einem winkelchen von welt: kein water-

loo für sie, kein gang nach canossa.
betrachte, präge sie dir ein, bevor es
zu spät ist – dieses sanfte knauser-
gesicht, die miene eines radrennfahrers

kurz vorm etappensieg, dem grund entrückt,
und doch zum greifen nah ihr abgelebtes
grau –, bevor ein jeder wieder gähnt, sich streckt,
versinkt in einem traum aus eukalyptus.

koala

ma quanto sonno in un albero solo,
quante sfere pelose nel groviglio
dei rami, una bohème
dell’inerzia, che sulla cima si tiene e si tiene

e si tiene con un paio di grappette
come artigli, pionieri mai celebrati
della scalata sulle flautanti terrazze
della foresta pluviale, stoici arruffati,

pulciosi budda, più tenaci dei veleni
nel fogliame, con le loro ovattate
orecchie a respingere seduzioni
nel margine del mondo: niente water –

loo per loro, nessuna andata a canossa.
guardali, imprimeteli bene in testa,
prima che sia troppo tardi – quel viso
sereno di un taccagno o di un ciclista

prima della vittoria di tappa, il loro grigio
stanco, discosto dal suolo ma al tatto
prossimo -, prima che si stirino e con uno sbadiglio
sprofondino in un sogno d’eucalipto.

(Da Jan Wagner, Variazioni sul barile dell’acqua piovana [2014], trad. it. di Federico Italiano, Einaudi, Torino 2019.)

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“Il 14 novembre eravamo quattro trentenni”

In poco più di un mese è successo qualcosa di veramente strano per le abitudini della vita politica italiana. Il 14 novembre con una manifestazione a Bologna è nato il movimento delle sardine che però già il 14 dicembre ha riempito piazza San Giovanni di Roma con una manifestazione nazionale.

Di cosa si tratta? Per cominciare leggiamo la lettera dei primi quattro protagonisti pubblicata oggi da la Repubblica. Poi ne riparliamo. (Grassetti e evidenziazioni sono miei.)

Caro direttore
il 14 novembre eravamo quattro trentenni come ce ne sono tanti in Italia. Roberto in ufficio, Giulia in ambulatorio, Mattia in palestra, Andrea in piazza a farsi carico delle questioni logistiche. “Ma non dovresti essere qui, dovresti essere in piazza a preparare per stasera” ci veniva detto da clienti, pazienti, mamme e colleghi.
Dopo poche ore piazza Maggiore sarebbe stata strabordante di Sardine. In una misura che nessuno prevedeva, tantomeno noi. Nella notte, le foto di quella piazza avrebbero fatto il giro del mondo. La mattina seguente le Sardine erano già un fenomeno mediatico di portata internazionale, ma noi non lo sapevamo.
Avevamo scatenato un maremoto a nostra insaputa. Imprevisto quanto insperato. Quei giornalisti che nei giorni precedenti ci avevano ignorato sarebbero diventati la nostra ombra. È buffo ripensare a quanto fossimo infastiditi da quell’unica telecamera presente a Bologna. “La piazza non ha bisogno di eroi”, rivendicavamo con convinzione. Tre giorni dopo, a Modena, le telecamere sarebbero state una dozzina. Un mese dopo, a Roma, un centinaio. Ma ripartiamo dall’inizio.
Il 15 novembre eravamo quattro trentenni come ce ne sono tanti in Italia. Ma il telefono squilla e su Facebook spuntano i primi tre eventi spontanei: Modena, Firenze, Sorrento.
Nel marasma generale troviamo un secondo per confrontarci e prendiamo una decisione che ci avrebbe sconvolto la vita. Decidiamo che l’Emilia-Romagna non è la sola terra in cerca di un modo per esprimere un sentire diffuso e diamo vita a un coordinamento nazionale, con l’obiettivo di favorire lo sviluppo di un fenomeno culturale e sociale di resistenza all’avanzata del populismo e dei suoi meccanismi di attecchimento.
Ci è chiaro fin da subito che questo fenomeno deve rimanere in tutto e per tutto spontaneo, nutrirsi della ritrovata voglia di partecipare delle persone, e al contempo riproporre ogni volta, in chiave locale, le emozioni di piazza Maggiore.
Trovavamo giusto che il messaggio di rivalsa e speranza lanciato a Bologna potesse rivivere in tutte le piazze d’Italia. Ed era bello che questo avvenisse tramite persone che fino a quel momento non si erano mai conosciute tra loro. La forza delle Sardine è collegare il virtuale al reale, e non c’era niente di meglio che favorire la nascita di un fenomeno sociale fatto di individui in carne e ossa, capaci di mostrare che le piazze, virtuali e reali, sono di tutti.
La squadra bolognese si è allargata e questo ci ha permesso di rispondere alle centinaia di mail e messaggi che ricevevamo – e che tuttora riceviamo – ogni giorno.
Lo schema per gli organizzatori era semplice: prendi contatto con i bolognesi, valuta i suggerimenti, procurati i documenti necessari, lancia l’evento su Facebook, lavora per riempire la piazza di persone e contenuti, stupisciti di quanto la tua città sia migliore di come te l’aspettavi. Una volta lanciato, l’evento viene inserito nel calendario ufficiale della pagina “6000sardine” e un referente per piazza aggiunto alla chat nazionale.
Il 14 dicembre eravamo quattro trentenni come ce ne sono tanti in Italia, solo con tante ore di sonno perse. Dopo piazza San Giovanni era tempo di fare due calcoli. In 30 giorni si erano riempite 92 piazze in tutta Italia, a cui si sono aggiunte 24 piazze estere, europee e statunitensi. Circa mezzo milione di persone sono uscite di casa, al freddo e sotto la pioggia, per dire che la loro idea di società non rispecchiava per nulla quella presentata dall’attuale destra italiana, quella stessa destra che non perde occasione per affermare di avere il popolo dalla sua parte.
Hanno raggiunto piazze fidandosi di un invito giunto in maniera anonima. Talvolta non sono neanche riuscite a raggiungerle per via della massa che occupava gli ingressi, come a Firenze. Spesso, raggiunta la piazza, non sono riuscite ad ascoltare cosa veniva detto, letto o cantato, perché l’impianto audio non era adeguato. Eppure c’erano.
Hanno voluto esserci. Corpi fisici in uno spazio. L’unico elemento non manipolabile in un mondo pervaso dalla comunicazione “mediata”. C’è chi ha provato a dire che la foto di Bologna risaliva a un capodanno, chi ha affermato che a Roma c’erano solo 35.000 persone. Ma troppa gente poteva provare il contrario, troppi occhi, troppe orecchie, troppi cuori potevano riaffermare la verità.
Ogni piazza è stata diversa: per età, genere e provenienza politica. Nonostante gli attacchi e le sirene del populismo abbiano iniziato a mitragliare, le persone si sono fidate, hanno continuato a fidarsi. E lo hanno dimostrato diventando Sardine e riempiendo le piazze. Dalla Sicilia al Friuli Venezia Giulia. Dai feudi rossi alle roccaforti leghiste… Contribuendo ad inondare i giornali, i social e il web di foto di piazze gremite.
Il 15 dicembre eravamo 150 persone come ce ne sono tante in Italia. Solo con tante ore di sonno perse e il portafoglio più vuoto del solito. Operai, studenti, insegnanti, professionisti, precari, disoccupati. Militanti, ex politici, disillusi, attivisti, volontari. Un muro di giornalisti fuori, molta semplicità dentro.
Tante facce nuove. Forse troppe. Spazi spartani e molto freddo. Sensazione da primo giorno di scuola, gente troppo adulta per poterci essere abituata. Ma la classe è numerosa e ci accorgiamo subito che le cose che ci uniscono sono molte di più di quelle che ci dividono. Che in qualche modo siamo sempre stati fratelli e sorelle, solo non ci eravamo mai conosciuti.
Ci organizziamo in tavoli di lavoro geografici e scopriamo che l’integrazione è più facile a dirsi che a praticarsi. Ma ci serve. Nessuno è portatore di verità assolute e il dialogo, che passa dall’ascolto, è l’unica sintesi di quelle differenze che, contaminandosi, rimarranno tali anche dopo essersi confrontati.
Ci diamo una strada comune: tornare nelle piazze, nelle strade, nei territori. E, quando dopo un’ora, ci ritroviamo nell’auditorium per presentare le proposte, è un’emozione dietro l’altra. Ogni iniziativa scatena un applauso, suscita speranza, ci avvicina. La strada è lunga, lo sappiamo. La fretta è il nostro più grande nemico, sappiamo anche questo. Tutto sta nel trovare il ritmo giusto e soprattutto nel mantenere, proteggere e curare quel dialogo che ci ha permesso di vivere e condividere una mattinata che rimarrà nei nostri cuori per sempre. A prescindere da quello che sarà.
Il 20 dicembre siamo quattro trentenni come ce ne sono tanti in Italia. Il processo che abbiamo contribuito a creare sarà lungo ma intanto è iniziato. E per quanto possiamo essere qualcuno all’interno delle piazze, dei nostri collettivi e dei nostri circoli, non siamo nessuno all’interno di questo processo.
Le sardine non esistono, non sono mai esistite. Sono state solo un pretesto. Potevano essere storioni, salmoni o stambecchi. La verità è che la pentola era pronta per scoppiare. Poteva farlo e lasciare tutti scottati. Per fortuna le sardine le hanno permesso semplicemente di fischiare.
Non è stato grazie a noi, né tantomeno a chi ha organizzato le piazze dopo di noi. È stato grazie a un bisogno condiviso di tornare a sentirsi liberi. Liberi di esprimere pacificamente un pensiero e di farlo con il corpo, contro ogni tentativo di manipolazione imposto dai tunnel solipsistici dei social media.
La condivisione dello stesso male ci ha resi alleati coesi, ha unito il fronte. Le proteste sono frequenti come stelle cadenti, le rivolte sono rare come le eclissi. L’Italia è nel mezzo di una rivolta popolare pacifica che non ha precedenti negli ultimi decenni. Chi cercherà di osteggiarla sentirà solo più acuto il fischio, chi tenterà di cavalcarla rimarrà deluso.
La forma stessa di un partito sarebbe un oltraggio a ciò che è stato e che potrebbe essere. E non perché i partiti siano sbagliati, ma perché veniamo da una pentola e non è lì che vogliamo tornare. Chiedere che cornice dare a una rivolta è come mettere confini al mare. Puoi farlo, ma risulterai ridicolo. Noi ci chiediamo ogni giorno come fare, e ci sentiamo ridicoli, inadatti e impreparati… ma finalmente liberi.
L’unica certezza che abbiamo è che siamo stati sdraiati per troppo tempo. E che ora abbiamo bisogno di nuotare.
(la Repubblica, 20 dicembre 2019)
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La guerra del Mediterraneo

Riporto l’articolo pubblicato da il manifesto del 26 novembre. Le evidenziazioni sono mie.

«Sui migranti accuso l’Europa di crimini contro l’umanità»
di Flore Murard-Yovanovitch

Mediterraneo. «In mare è in corso una guerra ma il nemico non sono gli Stati, bensì civili vulnerabili che preferiscono morire che tornare nei campi»
L’avvocato Omer Shatz ha presentato un esposto alla Cpi in cui denuncia le responsabilità europee nei respingimenti in Libia
Lo scorso mese di giugno è stato presentato alla Corte penale internazionale (Cpi) un esposto che accusa l’Unione europea e gli Stati membri di «crimini contro l’umanità» per le politiche migratorie che hanno causato migliaia di morti in mare e respingimenti in Libia. La responsabilità europea nelle morti è dimostrata in un documento di 242 pagine che analizza ogni scelta, decisione, dichiarazione pubblica dei funzionari e dei politici dei Paesi membri e delle istituzioni comunitarie. Al cuore della denuncia, che prende in esame il periodo dal 2014 ad oggi, la consapevolezza delle autorità italiane e europee nella creazione di quella che è la «rotta migratoria più mortale del mondo» e delle conseguenze letali dei respingimenti sistematici dei migranti in Libia. I reati ipotizzati riguardano l’«omissione di soccorso» – l’Ue non avrebbe intenzionalmente salvato i migranti in difficoltà in mare per scoraggiare gli altri, nella consapevolezza del crescente numero di morti a seguito del passaggio dall’operazione «Mare nostrum» a «Triton» (2014-2016): quasi 20.000 morti; e «crimini per procura» – dopo che le navi delle Ong sono intervenute salvando i migranti e sbarcandoli in Europa, l’Ue ha delegato alla sedicente Guardia costiera libica l’intercettazione e il refoulement dei migranti nei campi libici, commettendo – secondo gli autori dell’esposto – crimini contro l’umanità di persecuzione, deportazione, detenzione, schiavitù, stupro, tortura e altri atti inumani (2016-2019): 50.000 i civili respinti in Libia. In particolare, vengono chiamati in causa i Paesi che hanno svolto un ruolo cruciale nella definizione della politica europea sulla migrazione, cioè Italia, Germania e Francia. Tra i nomi che compaiono negli atti d’accusa ci sono quelli dei primi ministri Matteo Renzi, Paolo Gentiloni, Emmanuel Macron e Angela Merkel. Ma anche quelli degli ex ministri dell’Interno Marco Minniti e Matteo Salvini. Ora l’ufficio della procura dell’Aia dovrà decidere se acquisire la denuncia, un primo passo che potrebbe portare all’apertura di una inchiesta.
Tra gli avvocati che hanno preparato il caso ci sono l’esperto di diritto internazionale dell’Istituto di studi politici di Parigi, Omer Shatz, a cui il manifesto ha rivolto alcune domande, e l’avvocato franco-spagnolo Juan Branco, consigliere di WikiLeaks. I due esperti discutono oggi della loro tesi alle ore 14.30 all’Università Europea di Firenze (School of Transnational Governance).
Avvocato Shatz, che esito prevede potrà avere il vostro esposto alla Cpi?
Il risultato non potrebbe essere più certo. Legalmente non esiste uno scenario in cui funzionari dell’Ue e degli Stati membri non possano essere processati per i crimini contro l’umanità commessi in Libia e nel Mediterraneo centrale. Se la Corte continuerà ad indagare per gli stessi crimini solo gli attori africani, lasciando ai loro omologhi europei piena impunità, sarà per sempre percepita come uno strumento colonialista e un tribunale parziale. Quindi, in un certo senso, la Cpi deve scegliere se sacrificarsi per salvare l’Ue: una scelta difficile, visto che l’Ue è il principale finanziatore e sostenitore della Corte.
Che conseguenze può avere la scelta della procuratrice Fatou Bensouda di indagare solo sui crimini commessi nei centri di detenzione contro migranti e rifugiati e di perseguire solo i trafficanti di esseri umani ed alcuni esponenti libici coinvolti nel traffico?
La procuratrice sta indagando solo 3 o 4 individui, che non sono i principali responsabili, e tutti africani. Poiché la corte ha completamente fallito in otto anni di indagini, ha rinviato i suoi poteri ai singoli Stati che non hanno interesse a indagare su questi crimini; perché i governi – libici ed europei – sono i principali trafficanti di esseri umani. Infine, la Cpi ha condiviso le sue prove e informazioni-chiave con i principali sospettati, contaminando l’intera indagine.
L’Italia ha appena rinnovato gli accordi con la cosiddetta guardia costiera libica, l’Ue prosegue la propaganda, l’inchiesta della Cpi evita di perseguire i più alti rappresentanti dell’Italia e della Ue… Come pensate di rompere questa impunità?
Al di là delle gravi implicazioni sulla legittimità e la credibilità di questo tribunale, se la Cpi non vuole andare avanti con le indagini sugli attori dell’Ue noi procederemo con l’azione penale nei tribunali nazionali sulla base della giurisdizione universale. Prima o poi, alla Cpi o altrove, ci sarà un secondo tribunale di Norimberga, perché per la prima volta dalla seconda guerra mondiale l’Europa è direttamente implicata in crimini contro l’umanità.
Il cuore della vostra tesi è che i politici europei avessero piena consapevolezza dei loro atti e delle loro conseguenze, sia nella creazione della «rotta migratoria più letale del mondo», sia dei crimini perpetrati nei campi di prigionia in Libia.
Stiamo assistendo a due fenomeni sorprendenti: il primo è il modo in cui l’Europa ha inventato dal nulla, con la disumanizzazione e la reificazione dei «migranti», una categoria fittizia di civili, solo allo scopo di colpirli. Ciò che è iniziato con la discriminazione e la criminalizzazione, è diventato poi rigetto e in ultima analisi sterminio. Questa deriva è accaduta a piccoli passi, così il processo per il quale siamo arrivati a tollerare il massacro sistematico di 20.000 bambini, donne e uomini, e il trasferimento forzato e la schiavitù di 50.000 sopravvissuti nei campi di concentramento, è quasi «invisibile». Il secondo fatto, è che descriviamo tutto questo come una «tragedia» o disastro naturale, mentre si tratta in realtà, in modo innegabile, di una decisione consapevole: una politica intenzionale, attentamente calcolata e pianificata con cura.
Parliamo dei rappresentanti al più alto livello europeo, tra cui Commissionari Ue, direttori di Frontex, ex ministri dell’Interno come Marco Minniti e Matteo Salvini? Psicologicamente abbiamo difficoltà a percepire che l’Ue, una democrazia liberale, sia implicata in atroci crimini.
Sono totalmente d’accordo. In risposta al nostro caso, la Commissione europea ha dichiarato che il suo «obiettivo primario è quello di salvare vite nel Mediterraneo»; ma se questo fosse vero, perché allora impediscono alle Ong di salvare vite in mare? Perché criminalizzano coloro che agiscono sulla base del diritto internazionale? Hanno anche detto che i campi in Libia devono essere chiusi e i sopravvissuti evacuati. Ma se fosse vero, perché continuano a rimandarci ogni giorno centinaia di persone?
Con il suo collega Juan Branco ha letto migliaia di pagine di rapporti, fonti diplomatiche, documenti interni della Commissione europea, di Frontex: quale idea vi siete fatta della catena di comando dell’Unione europea?
L’Ue è un apparato di potere molto burocratico, dove ogni parte del puzzle può razionalizzare al massimo il proprio processo decisionale. La dissonanza dell’Ue tra il suo discorso e la pratica è orwelliana, mentre si è arresa de facto alle teorie di destra populista sulla presunta «sostituzione etnica». L’Ue paga le milizie libiche per eseguire i crimini che non può commettere da sola, ad esempio il respingimento e l’internamento nei campi di concentramento; mentre paga anche l’Unhcr e l’Iom per mantenere in vita i sopravvissuti e fargli accettare di tornare nei loro Paesi; l’Unione europea finanzia l’operazione Sophia per addestrare le milizie libiche e gestire i droni per monitorare il refoulement. Abbiamo quindi a che fare con un apparato di potere molto sofisticato, che utilizza mezzi materiali, finanziari, tecnologici e simbolici per razionalizzare al massimo le proprie azioni illecite, tenerle lontane dall’attenzione pubblica ed evitare le proprie responsabilità. 
Infatti, dal cuore della civiltà occidentale, rimandiamo esseri umani in campi paragonabili ai Lager… Siamo di fronte ad una chiara svolta storica: qual è il peso morale per tutti noi, cittadini di uno spazio politico dove sono commessi tali crimini?
Ci siamo purtroppo abituati al modo in cui viene definita la popolazione bersaglio: i migranti come gruppo sono una invenzione degli ultimi anni. Prima parlavamo di “immigrati” o “emigranti”. A differenza degli Ebrei, Bosniaci, Uiguri, Yazidi, e Rohingya c’è poco di comune tra i membri di questo gruppo «migrante», a parte la loro caratteristica di essere in movimento: provengono da diverse nazionalità, religioni, culture e contesti socioeconomici, le loro motivazioni per il transito sono diverse. L’unico elemento comune per perseguitarli è il loro desiderio di fuggire da un’area di conflitto armato. Come scriveva Saviano, c’è una guerra tranquilla nel Mediterraneo. Ma il nemico di questa guerra non sono Stati o combattenti, ma civili vulnerabili che preferiscono «suicidarsi» in mare per non soffrire ulteriormente nei campi. Sono nato sulle rive del Mediterraneo e come padre di un bambino penso ogni giorno a come si sia trasformato questo bellissimo Mare nostrum, nel più grande cimitero del mondo, pieno di bambini morti di cui non conosceremo mai il nome. Il male radicale o banale forse significa proprio questo: non riuscire a capire come una «cortese» Unione europea, sia coinvolta in un’impresa così letale. L’ironia è che costruendo muri per proteggere i valori dell’Europa – la nozione liberale di diritto dell’uomo, i principi dei diritti umani – essi stessi vengano distrutti in modo irreversibile. Non c’è mai stata una «crisi migratoria» ma una «crisi esistenziale dell’Europa».
(il manifesto, 26 ottobre 2019)
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Venezia affonda

Riporto l’articolo comparso sul sito di DIEM25 in diretta con l’ultima acqua granda a Venezia.

Mose simbolo tangibile del cambiamento climatico

Venezia simbolo tangibile del cambiamento climatico.
Sono passati 53 anni dall’Acqua Granda che il 4 novembre 1966 ha sommerso Venezia, ma a cambiare è solo la frequenza con cui avvengono questi fenomeni, fino a non troppo tempo fa considerati straordinari e ora sempre più “ordinari” e devastanti.
“Per la sua particolare posizione geografica, in mezzo al mar Mediterraneo, l’Italia è da considerarsi uno hot spot climatico, un luogo cioè dove il cambiamento climatico è più rapido” – come spiega infatti questo articolo di Internazionale – e Venezia ne rappresenta il simbolo più drammatico ed eclatante.
Il climatologo e membro dell’Advisory Panel Diem25 Luca Mercalli lo aveva ampiamente denunciato nella mostra sul cambiamento climatico organizzata l’anno scorso al Museo di Scienze Naturali di Milano: se il livello dell’Adriatico aumentasse di un metro, Venezia e la sua laguna sarebbero sommerse dal mare. Uno scenario più che realistico che si prospetta entro il 2100, viste le attuali emissioni di gas serra.
Ma non si può parlare di cambiamento climatico senza denunciare il sistema che lo produce e le responsabilità, anche individuali, che su Venezia dovrebbe assumersi un’intera classe politica.
#Parlatecidelmose
L’idea «molto grandiosa» di costruire un «muro a archi» alle bocche di porto con «delle porte da alzare e bassare per regolare le acque in caso di bisogno» è datata 1672 a firma di un certo Augustino Martinello che ne aveva proposto il progetto al doge di allora, ma è Gianni De Michelis, denominato “doge” di Venezia e all’epoca vice presidente del Consiglio, che nel 1988 su spinta di Craxi presenterà ufficialmente il progetto del MOSE o Modulo di Sperimentazione Elettromeccanico, naufragato nel 2014 a seguito della corruzione emersa tra i suoi principali protagonisti e sostenitori.
Quali? L’allora premier Berlusconi, l’ex ministro dell’Ambiente e della Tutela del Territorio (!) Matteoli (Alleanza Nazionale poi Forza Italia), il presidente del Consorzio Venezia Nuova creato ad hoc per il MOSE Paolo Savona (uomo di fiducia della Lega e candidato a Ministro dell’Economia da Matteo Salvini a maggio 2018), il deputato europeo per Forza Italia nonché due volte candidato sindaco per Venezia Brunetta e, naturalmente, l’ex governatore leghista del Veneto Giancarlo Galan, condannato per corruzione nel 2017 a risarcire 5,8 milioni di euro proprio per l’affare Mose.
Tutti rappresentanti di un governo Berlusconi di chiara matrice leghista, immortalati in scatti ufficiali il 14 maggio 2003 mentre inauguravano l’inizio dei lavori per l’ecomostro. (Si vedano Corriere della Sera e Il Fatto Quotidiano del 19 novembre 2019).
inaugurazione_passante
I progetti alternativi al MOSE
Massimo Cacciari, rimpianto sindaco di Venezia dal 1993 al 2000 e poi dal 2005 al 2010, non era certo stato l’unico ad opporsi al progetto MOSE, pur avendone già all’epoca denunciato gli esiti e le enormi criticità: gli assurdi costi di manutenzione (ora calcolati in oltre 80 milioni di euro l’anno), il fatto che l’intero complesso delle opere per la sua salvaguardia e manutenzione fossero affidati al consorzio “Venezia Nuova” in veste di concessionario unico al di fuori di qualsiasi bando di gara e di ogni controllo, ma anche lo scempio che avrebbe causato uno scavo così drastico del fondo lagunare all’interno di un sistema ambientale unico e fragilissimo come quello di Venezia e delle sue isole.
C’erano state le 100 pagine del rapporto finale su Venezia realizzate già nel 2001 dagli esperti del dipartimento di Idraulica, Trasporti e Strade dell’Università La Sapienza di Roma che, insieme ai tecnici del Ministero dell’Ambiente, avevano proposto di restringere l’ampiezza delle 3 bocche di porto di Lido, Malamocco e Chioggia per limitare i danni dell’acqua alta, giudicando il MOSE “un’opera irreversibile dalle dimensioni ciclopiche” che avrebbe potuto comportare gravissimi rischi sia sul piano fisico che su quello ambientale.
C’erano stati una serie di incontri specialistici, un volume dedicato e perfino una mostra, promossi nel 2006 dal comune di Venezia per presentare almeno una decina di alternative più in linea con quanto prescritto dalla Legge speciale per Venezia, come ad esempio sistemi flessibili di paratoie a gravità, sbarramenti mobili, apparecchiature removibili e simili combinati con interventi di riequilibrio strutturale dell’ecosistema, con rialzi dei fondali e del terreno su cui poggia la città, con il ripristino della morfologia, il potenziamento dei litorali e restringimenti maggiori delle bocche di porto. Tutte alternative proposte al governo che, come scrive uno dei maggiori esperti di idraulica lagunare, il prof. Luigi D’Alpaos, furono escluse a favore del Mose.
E c’erano i diversi progetti ingegneristici olandesi, quelli cioè di un paese che al 40% è sotto il livello del mare e che con il suo sistema di dighe, polder, opere idrauliche e sbarramenti è riuscito a creare terra dall’acqua, esportando le sue soluzioni in tutto il mondo con un fatturato annuo di 7 miliardi di euro.
MOSE: a volte ritornano
Per il premier Conte arrivato a Venezia la sera del 13 novembre, così come per l’attuale sindaco Brugnaro e i redivivi Silvio Berlusconi e Renato Brunetta che il 14 hanno sfilato per la città in stivali da gomma, completare il Mose è “la priorità”. A loro qualche doverosa domanda:
(a) 
Volete scavare ancora i canali per far passare le grandi navi e incentivare il turismo di massa, ora calcolato in 30 milioni di visitatori l’anno nel centro storico contro ad esempio i 16 milioni di Barcellona, città di ben altra ampiezza?
(b) Volete procedere con il modello Disneyland, con lo sfruttamento compulsivo di una città unica che muore inghiottita dal turismo usa e getta, senza un progetto che non sia quello di svendere ogni suo bene pubblico, dalle isole agli edifici e palazzi storici, per trasformarlo in resort o in centro commerciale di lusso come è in progetto per l’Ospedale del Lido o come successo con lo storico Fontego dei Tedeschi?
Da Marghera al MOSE, le radici dello sfruttamento di Venezia
Cambia la tipologia di sfruttamento economico ma non cambiano i corsi e ricorsi della storia. Il presidente leghista della Regione Veneto Zaia e il sindaco Brugnaro infatti sono due figure farsesche se paragonate a Vittorio Cini e Giuseppe Volpi, i due “conti neri” a cui si deve l’ideazione di Porto Marghera, il polo industriale che svolge per Venezia il ruolo dell’Ilva per Taranto, o quello del polo petrolchimico per Augusta.
Due ministri del regime fascista divenuti milionari speculando sul lavoro e sulla cosa pubblica in una tragedia nella tragedia che porta al Vajont, della cui diga franata il 9 ottobre 1963 Giuseppe Volpi iniziò la progettazione nel 1926. Della “sua” Marghera, polo industriale edificato nelle casse di colmata lagunari 100 anni fa in faccia alla “Superba” togliendo respiro alle maree e velocizzandone i flussi, Venezia e la laguna pagano oggi le conseguenze e rappresentano gli esiti di un modello capitalistico che dallo sfruttamento di un territorio ambientale a fini industriali si è trasformato in puro sfruttamento turistico ad uso e consumo del qui ed ora, senza progettualità alcuna né rispetto.
Quella che ha colpito Venezia la notte tra il 12 e il 13 novembre e che minaccia nuovi attacchi infatti, non è solo una tragedia dovuta al drammatico cambiamento climatico in corso, ma anche alla drammatica corruzione e inadeguatezza di una classe politica incapace di progettare un futuro che non sia quello proprio e della propria famiglia. Una tragedia che ha il MOSE come il suo simbolo più eclatante.
Cosa possiamo fare
Come DiEM25 Italia, ora che continua la minaccia di nuove alte maree eccezionali, vogliamo segnalare l’iniziativa VENICE CALLS, l’associazione nata per fornire aiuto concreto ai veneziani che in questo momento stanno tentando di ripristinare l’agibilità delle loro case e delle loro attività distrutte dall’acqua.
Al momento sono oltre 500 i giovani volontari dell’associazione che stanno intervenendo nei luoghi dell’emergenza, ma auspichiamo che il loro numero aumenti: basterà contattare il gruppo Venice Calls su Telegram o sul sito  venicecalls.com  per contribuire in prima persona!
Tutti per Venezia, Venezia per tutti: carpe diem!
Martina Tarozzi (Collettivo Nazionale Diem25 Italia)
con il contributo di
Sandro Lazzaroni (DSC Venezia 1)
Edoardo Scatto (DSC Bologna 3)
15 novembre 2019
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Non basta un qualunque governo italiano

Mentre si sta tentando una nuova strada al dramma politico italiano è proprio difficile trovare commenti all’altezza dello stesso. Eppure, forse, un esito piuttosto che un altro potrebbe creare le condizioni per l’inizio di un percorso particolarmente diverso. Con questo auspicio riproduco l’articolo di Guido Viale sul manifesto del 22 agosto, l’unico tra quelli letti che mi sembri in grado di sintetizzare i veri problemi e le dure cose da fare. (Il grassetto e le evidenziazioni sono miei.)

Un’alternativa al governo uscente
di Guido Viale
Le analisi inconcludenti sulla crisi di governo oscurano la questione di fondo, che non è la crisi politica né quella sociale, ma la crisi climatica e ambientale ogni giorno più grave. Per molti Salvini è ormai un leader «sgonfiato» e così è; ma niente dice che sia per sempre. Potrebbe rigonfiarsi, o essere rigonfiato, in poco tempo: la storia ci offre numerosi esempi di vicende del genere. Il vero problema non è lui ma i suoi fans, cresciuti a milioni nei mesi della sua egemonia politica e mediatica con una trasformazione antropologica di buona parte della popolazione difficilmente reversibile.
Salvini è un negazionista climatico, come Trump, Bolsonero, Putin e molti altri capi di Governo che si dichiarano apertamente tali. Ma i negazionisti più pericolosi sono quelli nascosti: quelli per cui la crisi climatica c’è, ma tutto – il nostro modo di vivere e produrre – può continuare più o meno come prima, perché a tutti i guasti si troverà un rimedio che eviterà di sottoporci a grandi stress. Il problema è che i cambiamenti climatici che avanzano non mettono in crisi né i negazionisti, né quelli nascosti; anzi, ne rafforzano le politiche. Perché nel loro arsenale ci sono già tre false risposte pronte.
La prima è portare a termine il saccheggio dell’ambiente con politiche estrattiviste, con grandi progetti infrastrutturali devastanti consumando risorse fossili fino all’ultima goccia per tenere in piedi un’economia ormai in stagnazione secolare. Un secolo e mezzo di elucubrazioni per decidere se «la caduta tendenziale del saggio di profitto» avrebbe portato il capitalismo all’estinzione o a una crisi rivoluzionaria sono stati azzerati: a meno di una svolta radicale che sventi l’imminente catastrofe, a distruggere il capitalismo insieme alla vivibilità del pianeta e a miliardi di vite umane sarà la crisi climatica che lui stesso ha provocato.
La seconda risposta è la guerra ai migranti, tutti o quasi profughi ambientali generati dal saccheggio del pianeta. Per ora le vittime di questa guerra sono migliaia di profughi respinti ai confini di mare e di terra di Europa, Usa o Australia e chi è solidale con loro. Ma è solo un «allenamento» per predisporci ad accettare la guerra come unico mezzo per affrontare le centinaia di milioni di profughi che la crisi climatica finirà per produrre.
La terza risposta è l’instaurazione di un regime di polizia dentro le spoglie di ordinamenti formalmente democratici, per affrontare con nuove leggi e con la forza le lotte e le rivolte che la crisi climatica e quella economica, che non mancherà di accompagnarla, creeranno nelle fu «cittadelle del benessere».
Nessuna di queste risposte – e meno che mai tutte e tre insieme – ci salverà dalla catastrofe; ma, in mancanza di una vera alternativa, esse riescono a spingere milioni di persone ad accettarle o condividerle. Ma un’alternativa c’è? E se c’è, è stata messa in campo? E se no, che cosa si aspetta a farlo?
L’alternativa è quella per cui si battono tutti coloro che prendono sul serio, e non per finta, la crisi climatica: gli scienziati del clima, il movimento dei giovani che vedono distrutto il loro futuro (Fridays for future), la rete di Extinction Rebellion, decisa a usare ogni mezzo non violento per fermare la corsa verso il baratro, i popoli indigeni che difendono le loro terre e i movimenti contadini che difendono l’integrità dei suoli. Ma i passi da compiere sono ancora, per molti di noi, inconcepibili. Innanzitutto, si tratta di abbandonare nel giro di pochi anni cose che consideriamo naturali come auto privata, aria condizionata, viaggi aerei, vacanze esotiche, crociere, grandi opere, agricoltura chimica, pasti a base di carne, e tante altre cose. Ce ne sono sì tante altre che le possono sostituire con poco sacrificio e grande vantaggio.
Ma c’è da battere l’incredulità di chi sente dire per la prima queste cose, a cui i nostri governi avrebbero dovuto porre mano da anni, invece di inseguire il mito insensato di una crescita infinita. Confutare le illusioni di chi conta che de la si possa cavare con poco è oggi il compito più urgente e difficile. I migranti vanno accolti tutti; è l’unica alternativa a una guerra di sterminio permanente. Vanno inseriti nelle nostre comunità con un lavoro nelle tante opere necessarie per combattere la crisi climatica. Se l’Europa finanziasse i progetti di conversione ecologica in base al numero di migranti impiegati avremmo una gara per accaparrarseli invece dell’attuale corsa per respingerli.
Infine, la democrazia rappresentativa non è più un baluardo contro le derive autoritarie. Per prevenire un ritorno al fascismo veicolato dal razzismo contro i migranti ormai dilagante ci vuole una grande partecipazione popolare al governo dei progetti di conversione ecologica. È questo che bisogna proporre a un nuovo governo. Qualcuno si candida a farlo?
(il manifesto, 22 settembre 2019)
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La vera farsa italiana

(Elsa Morante amava le gatte)

Nei giorni successivi alle elezioni europee del 26 maggio in rete è comparso un testo interessante di Elsa Morante, la scrittrice italiana protagonista del nostro secondo Novecento, che risulta particolarmente adatto a commentare certi comportamenti politici e privati mettendo in chiaro parallelo, se non addirittura in stato di tacita corrispondenza e similitudine, due personaggi che distano quasi un secolo l’uno dall’altro, Benito Mussolini e Matteo Salvini.

In realtà il testo utilizzato era solo la seconda parte dello scritto della Morante, mentre la prima è secondo me assai più sicura ed efficace a descrivere la tragedia che stiamo vivendo noi italiani, anzi la farsa, visto che la stessa si sta ripetendo ma che secondo Karl Marx:

“Hegel nota in un passo delle sue opere che tutti i grandi fatti e i grandi personaggi della storia universale si presentano per, così dire, due volte. Ha dimenticato di aggiungere la prima volta come tragedia, la seconda volta come farsa.” (Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte, 1852)

Quindi riporto tutto il brano della scrittrice italiana, mentre quella già utilizzata in rete partiva perlopiù da “Debole in fondo”. Inoltre il testo viene un po’ riorganizzato nei blocchi per la migliore lettura su internet.

Infine, il testo è tratto dalle Opere. Volume primo (Meridiani Mondadori, Milano 1988, pp. L-LII) ed è estratto da un quadernetto dal titolo “Diario”. (Grassetti ed evidenziazione sono miei.)

Roma 1 maggio 1945
Mussolini e la sua amante Clara Petacci sono stati fucilati insieme, dai partigiani del Nord Italia. Non si hanno sulla loro morte e sulle circostanze antecedenti dei particolari di cui si possa essere sicuri. Così pure non si conoscono con precisione le colpe, violenze e delitti di cui Mussolini può essere ritenuto responsabile diretto o indiretto nell’alta Italia come capo della sua Repubblica Sociale. Per queste ragioni è difficile dare un giudizio imparziale su quest’ultimo evento con cui la vita del Duce ha fine.
Alcuni punti però sono sicuri e cioè: durante la sua carriera, Mussolini si macchiò più volte di delitti che, al cospetto di un popolo onesto e libero, gli avrebbe meritato, se non la morte, la vergogna, la condanna e la privazione di ogni autorità di governo (ma un popolo onesto e libero non avrebbe mai posto al governo un Mussolini). Fra tali delitti ricordiamo, per esempio: la soppressione della libertà, della giustizia e dei diritti costituzionali del popolo (1925), la uccisione di Matteotti (1924), l’aggressione all’Abissinia, riconosciuta dallo stesso Mussolini come consocia alla Società delle Nazioni, società cui l’Italia era legata da patti (1935),la privazione dei diritti civili degli Ebrei, cittadini italiani assolutamente pari a tutti gli altri fino a quel giorno (1938).
Tutti questi delitti di Mussolini furono o tollerati, o addirittura favoriti e applauditi. Ora, un popolo che tollera i delitti del suo capo, si fa complice di questi delitti. Se poi li favorisce e applaude, peggio che complice, si fa mandante di questi delitti.
Perché il popolo tollerò favorì e applaudì questi delitti? Una parte per viltà, una parte per insensibilità morale, una parte per astuzia, una parte per interesse o per machiavellismo. Vi fu pure una minoranza che si oppose; ma fu così esigua che non mette conto di parlarne. Finché Mussolini era vittorioso in pieno, il popolo guardava i componenti questa minoranza come nemici del popolo e della nazione, o nel miglior dei casi come dei fessi (parola nazionale assai pregiata dagli italiani).
Si rendeva conto la maggioranza del popolo italiano che questi atti erano delitti? Quasi sempre, se ne rese conto, ma il popolo italiano è cosìffatto da dare i suoi voti piuttosto al forte che al giusto; e se lo si fa scegliere fra il tornaconto e il dovere, anche conoscendo quale sarebbe il suo dovere, esso sceglie il suo tornaconto.
Mussolini, uomo mediocre, grossolano, fuori dalla cultura, di eloquenza alquanto volgare, ma di facile effetto, era ed è un perfetto esemplare e specchio del popolo italiano contemporaneo. Presso un popolo onesto e libero, Mussolini sarebbe stato tutto al più il leader di un partito con un modesto seguito e l’autore non troppo brillante di articoli verbosi sul giornale del suo partito. Sarebbe rimasto un personaggio provinciale, un po’ ridicolo a causa delle sue maniere e atteggiamenti, e offensivo per il buon gusto della gente educata a causa del suo stile enfatico, impudico e goffo. Ma forse, non essendo stupido, in un paese libero e onesto, si sarebbe meglio educato e istruito e moderato e avrebbe fatto migliore figura, alla fine.
In Italia, fu il Duce. Perché è difficile trovare un migliore e più completo esempio di Italiano.
Debole in fondo, ma ammiratore della forza, e deciso ad apparire forte contro la sua natura. Venale, corruttibile. Adulatore. Cattolico senza credere in Dio. Corruttore. Presuntuoso. Vanitoso. Bonario. Sensualità facile, e regolare. Buon padre di famiglia, ma con amanti. Scettico e sentimentale. Violento a parole, rifugge dalla ferocia e dalla violenza, alla quale preferisce il compromesso, la corruzione e il ricatto. Facile a commuoversi in superficie, ma non in profondità, se fa della beneficenza è per questo motivo, oltre che per vanità e per misurare il proprio potere.i proclama popolano, per adulare la maggioranza, ma è snob e rispetta il denaro. Disprezza sufficientemente gli uomini, ma la loro ammirazione lo sollecita. Come la cocotte che si vende al vecchio e ne parla male con l’amante più valido, così Mussolini predica contro i borghesi; accarezzando impudicamente le masse. Come la cocotte crede di essere amata dal bel giovane, ma è soltanto sfruttata da lui che la abbandonerà quando non potrà più servirsene, così Mussolini con le masse.
Lo abbaglia il prestigio di certe parole: Storia, Chiesa, Famiglia, Popolo, Patria, ecc., ma ignora la sostanza delle cose; pur ignorandole le disprezza o non cura, in fondo, per egoismo e grossolanità. Superficiale. Dà più valore alla mimica dei sentimenti , anche se falsa, che ai sentimenti stessi. Mimo abile, e tale da far effetto su un pubblico volgare. Gli si confà la letteratura amena (tipo ungherese), e la musica patetica (tipo Puccini). Della poesia non gli importa nulla, ma si commuove a quella mediocre (Ada Negri) e bramerebbe forte che un poeta lo adulasse. Al tempo delle aristocrazie sarebbe stato forse un Mecenate, per vanità; ma in tempi di masse, preferisce essere un demagogo.
Non capisce nulla di arte, ma, alla guisa di certa gente del popolo, e incolta, ne subisce un poco il mito, e cerca di corrompere gli artisti. Si serve anche di coloro che disprezza. Disprezzando (e talvolta temendo) gli onesti , i sinceri, gli intelligenti poiché costoro non gli servono a nulla, li deride, li mette al bando. Si circonda di disonesti, di bugiardi, di inetti, e quando essi lo portano alla rovina o lo tradiscono (com’è nella loro natura), si proclama tradito, e innocente, e nel dir ciò è in buona fede, almeno in parte; giacché, come ogni abile mimo, non ha un carattere ben definito, e s’immagina di essere il personaggio che vuole rappresentare.

 

 

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Il 26 maggio voto La Sinistra

Anche stavolta votare alle elezioni europee è un esercizio difficile, quasi impossibile per tanti cittadini italiani, ma non solo. Pensiamo solo che votano anche i cittadini del Regno Unito, nonostante due anni di gestione per uscire dall’Europa, la famigerata Brexit.

In molti paesi il voto è un vero referendum dove si tratta di confermare o smentire il recente approdo a politiche di chiusura, oggi chiamate sovranismo anziché nazionalismo. In altri si cerca di limitarne l’espansione. Questo appare lo scontro principale, praticamente è in gioco la stessa esistenza dell’Unione Europea.

Certo non mancano le ragioni per cambiare la politica europea ma anche stavolta si parla poco o niente di programmi, di veri obiettivi e piani d’azione per raggiungerli. E tutto ciò nonostante i problemi enormi che tutta l’umanità deve affrontare e risolvere e la necessità di farlo su scala globale, semplicemente planetaria, quali i cambiamenti climatici, le migrazioni, le crescenti disuguaglianze e i conflitti bellici in continua espansione. Problemi tutti indissolubilmente legati, non separabili.

Personalmente non ho trovato nessun programma più chiaro e coraggioso di quello espresso da DiEM25 e che potete trovare sintetizzato nell’articolo di Yanis Varoufakis qui pubblicato due mesi fa. Radicalità, concretezza, determinazione, questi gli elementi del «New Deal per l’Europa», un progetto globale per:

1. riorganizzare intelligentemente le istituzioni esistenti nell’interesse della maggioranza,
2. pianificare un futuro postcapitalista, radicale e verde,
3. essere pronti a raccogliere i pezzi se l’Unione europea dovesse collassare.

DiEM25 è l’unico partito transnazionale, con un programma unico in tutti i paesi e si presenta in quasi tutti paesi europei, ma non in Italia, dove – dopo una serie infinita di negoziati per arrivare ad un’unica lista italiana della sinistra radicale – gli stessi iscritti hanno deciso di non partecipare come sigla alla competizione elettorale.

Però alcuni iscritti DiEM25 partecipano come candidati alle due liste che condividono il Green New Deal, cioè nelle liste dei verdi (Europa Verde) e della sinistra radicale (La Sinistra).

Io voterò La Sinistra e darò la preferenza a:
Silvia Prodi (capolista): attuale consigliera regionale Emilia-Romagna;
Andrea Bellavite: attuale sindaco di Aiello del Friuli.
(Per entrambi si può leggere il curriculum vitae cliccando qui.)

Buone elezioni europee! Ne riparliamo subito dopo.

 

 

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Friday for Future

Oggi, 15 marzo 2019 è “Friday for Future“. Dall’agosto dello scorso anno ci sono stati altri venerdì di sciopero, ma inizialmente di una sola persona. Si tratta di Greta Thunberg, una ragazza svedese di sedici anni che può lasciare un segno indelebile sulle battaglie di questo nostro tempo.

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Qui sopra Greta è fuori della scuola con un semplice cartello: “Skolstrejk för klimatet”, sciopero scolastico per il clima.

Sembra una cosa nata dal niente e per alcuni senza futuro, ma vedremo, aspettiamo qualche mese e poi ne riparliamo.

 

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DiEM25 (2) Verso una primavera elettorale

Riporto qui sotto l’articolo di Yanis Varoufakis pubblicato sull’ultimo numero del mensile francese Le Monde Diplomatique e riprodotto nella versione italiana dell’inserto mensile del Manifesto. E’ la più autorevole e leggibile sintesi sul progetto di Diem25 di cui Varoufakis è uno dei principlai ispiratori. (Con miei grassetti e lievi formattazioni.)

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Yanis Varoufakis

Verso una primavera elettorale
di Yanis Varoufakis
La crisi finanziaria globale del 2008 – il 1929 della nostra generazione – ha innescato una reazione a catena in tutta Europa. All’inizio del 2010, aveva già minato le fondamenta dell’eurozona, portando i membri dell’establishment a rompere le proprie regole per tirar fuori dai guai i loro amici banchieri. Nel 2013, l’ideologia neoliberista che fino ad allora aveva legittimato la tecnocrazia oligarchica dell’Unione europea, dopo aver ridotto in miseria milioni di persone, si è trovata in grave difficoltà. E questo per la mera applicazione delle politiche ufficiali: il socialismo per i finanzieri e un’austerità implacabile per i più. Queste politiche sono state condotte sia dai conservatori che dai socialdemocratici.
Nell’estate del 2015, la capitolazione del governo di Syriza in Grecia ha avuto l’effetto di dividere e demoralizzare la sinistra, annientando l’effimera speranza che dei progressisti emersi dalle strade e dalle piazze potessero modificare i rapporti di forza in Europa. Da allora la collera, esacerbata dalla disperazione, ha lasciato un vuoto, rapidamente riempito da un’estremità all’altra dell’Europa dalla misantropia organizzata di un’Internazionale nazionalista molto apprezzata dal presidente statunitense Donald Trump.
Appesantita da una classe dirigente che ricorda sempre più la sfortunata repubblica di Weimar e dal razzismo alimentato dalle forze deflazionistiche, l’Unione si sta spaccando. La cancelliera tedesca sta per terminare il suo mandato e il progetto europeo del presidente francese sembra essere nato morto. Le elezioni del parlamento europeo del prossimo maggio sono l’ultima occasione per i progressisti di pesare a livello paneuropeo.
Dalla sua nascita, nel 2016, il Movimento per la democrazia in Europa 2025 (DiEm25) si è dato l’obiettivo di cogliere questa opportunità. Per prima cosa abbiamo preparato il nostro programma, il «New Deal per l’Europa». Abbiamo poi invitato altri movimenti e partiti ad arricchirlo e a dar vita con noi alla nostra Primavera europea, la prima lista transnazionale di candidati che sostengono un programma comune su scala europea. Come premessa alla discussione di questo progetto, la sinistra deve affrontare frontalmente due temi brucianti che la dividono e che indeboliscono i progressisti un po’ dappertutto nel continente: il problema delle frontiere e la questione dell’Unione.
Negli ultimi anni è successa una cosa singolare: molti cittadini di sinistra sono stati spinti a pensare che le frontiere aperte siano nocive per la classe operaia. «Non sono mai stato a favore della libertà di stabilimento», ha dichiarato più volte Jean-Luc Mélenchon (La France insoumise). Intervenendo al parlamento europeo nel luglio del 2016 sulla questione dei lavoratori distaccati, ha dichiarato che ogni volta che uno di questi arriva «ruba il pane ai lavoratori che si trovano sul posto». In seguito si è pentito di queste affermazioni, ma la sua analisi degli effetti delle migrazioni sui salari domestici non è cambiata.
Questo dibattito non è nuovo. Nel 1907, Morris Hillquit, il fondatore del Partito socialista d’America, ha presentato una risoluzione per porre fine all’«importazione deliberata di manodopera straniera a basso costo» sostenendo che «i migranti costitui[vano] senza esserne consapevoli un giacimento di crumiri». La novità di oggi è che gran parte della sinistra sembra aver dimenticato l’acuta critica di Lenin, formulata nel 1915 in questi termini: «Pensiamo che non si possa essere internazionalisti e allo stesso tempo favorevoli a tali restrizioni… Simili socialisti sono in realtà sciovinisti.»
In un articolo datato 29 ottobre 1913, Lenin aveva fornito il contesto di questo dibattito: «Non c’è dubbio che solo l’estrema povertà costringe gli uomini ad abbandonare la patria e che i capitalisti sfruttano nella maniera più disonesta gli operai immigrati. Ma solo i reazionari possono chiudere gli occhi sul significato progressivo di questa migrazione moderna di popoli. (…) Il capitalismo trascina le masse lavoratrici di tutto il modo (…) distruggendo le barriere e i pregiudizi nazionali, unendo gli operai di tutti i paesi.»
La vita della maggioranza dei cittadini può essere migliorata nel quadro delle regole esistenti
Il movimento DiEm25 riprende l’analisi di Lenin: le barriere che ostacolano la libera circolazione delle persone e delle merci sono una risposta reazionaria al capitalismo. La risposta socialista consiste nell’abbattere i muri, nel permettere al capitalismo di autodistruggersi mentre noi organizziamo la resistenza transnazionale allo sfruttamento. Non sono i migranti a rubare i posti di lavoro dei lavoratori locali, ma le politiche di austerity dei governi, che si inscrivono in una lotta di classe condotta a beneficio della borghesia nazionale.
Questo è il motivo per cui non permetteremo che una forma di xenofobia «light» contamini il nostro programma. Come ha detto Slavoj Žižek, il nazionalismo di sinistra non è una buona risposta al nazionalsocialismo. La nostra posizione sui nuovi immigrati si basa su due punti: ci rifiutiamo di distinguere tra migranti economici e rifugiati e chiediamo all’Europa di lasciarli entrare (#LetThemIn).
I compagni di molti paesi ci considerano degli utopisti. A loro avviso, Bruxelles non è riformabile. Anche se fosse vero, la migliore risposta dei progressisti sarebbe forse lavorare per la «Lexit», organizzando cioè una campagna di sinistra che abbia come obiettivo una disgregazione controllata dell’Unione?
Ho un ricordo commosso dei miei interventi in Germania, in sale piene fino a esplodere, all’indomani della capitolazione di Syriza di fronte ad Angela Merkel e alla «troika». Le persone presenti spiegavano che le decisioni riguardanti la Grecia non erano state prese in loro nome, in nome del popolo tedesco. Ricordo di quanto fossero stati sollevati nell’apprendere che DiEm25 aveva proposto la creazione di un movimento transnazionale per assumere il controllo delle istituzioni dell’Unione – Banca europea per gli investimenti (Bei) e Banca centrale europea (Bce) – e riorganizzarle nell’interesse di tutti i cittadini. Ho ancora in mente la gioia dei nostri compagni tedeschi quando è stata sottoposta loro l’idea di presentare alle elezioni europee dei candidati greci in Germania e dei candidati tedeschi in Grecia. Si trattava di dimostrare che il nostro movimento è transnazionale e che intende appropriarsi qui e ora delle istituzioni dell’ordine neoliberista. Non per distruggerle, ma metterle al servizio della maggioranza dei cittadini a Bruxelles, a Berlino, ad Atene e a Parigi. Ovunque.
Ora immaginate, al contrario, come si sarebbero sentiti se avessi tenuto il seguente discorso: «L’Unione non è riformabile e deve essere sciolta. Noi greci dobbiamo ripiegare sul nostro Stato-nazione e cercare di costruire il socialismo nel nostro paese. Spetta a voi fare lo stesso qui in Germania. Poi, quando avremo vinto, le nostre delegazioni si incontreranno per discutere la collaborazione tra i nostri nuovi Stati sovrani progressisti.» Senza ombra di dubbio, i nostri compagni tedeschi avrebbero perso ogni slancio e sarebbero tornati a casa demoralizzati alla prospettiva di affrontare l’establishment tedesco come tedeschi e non come membri di un movimento transnazionale.
Se la mia analisi è corretta, poco importa che l’Unione sia riformabile o meno. Ciò che conta è presentare proposte concrete su quello che intendiamo fare delle istituzioni europee. Non proposte stravaganti o utopiche, ma descrizioni dettagliate delle iniziative che attueremo in settimana, il mese successivo e nel corso dell’anno, nel quadro delle normative vigenti e con gli strumenti esistenti. Per esempio, come ridefiniremo il ruolo del cosiddetto Meccanismo europeo di stabilità (Mes), come riorienteremo la politica di «allentamento quantitativo» (quantitative easing) della Bce, come finanzieremo, immediatamente e senza introdurre nuove tasse, la transizione ecologica o una campagna di lotta alla povertà.
Perché proporre un programma così dettagliato? Per mostrare agli elettori che esistono delle soluzioni, anche all’interno delle regole stabilite per servire gli interessi del 1 % che sta meglio.
Naturalmente, nessuno – men che meno noi – si aspetta che le istituzioni dell’Unione accettino favorevolmente le nostre proposte. Quello che vogliamo è che gli elettori vedano cosa si potrebbe fare al posto di ciò che viene fatto, così che possano smascherare la classe dirigente senza orientarsi verso la destra xenofoba. Questo è l’unico modo, per la sinistra, di superare i suoi limiti attuali e di costruire un’ampia coalizione progressista.
Il «New Deal per l’Europa» ha esattamente questo obiettivo: dimostrare che la vita della maggioranza dei cittadini può essere migliorata a brevissimo termine nel quadro delle regole e delle istituzioni esistenti; delineare i contorni della trasformazione di queste istituzioni, mettendo in atto un processo costituente che, nel lungo periodo, porterà a un’Assemblea europea democratica chiamata a sostituire i trattati esistenti. Infine, bisognerà far vedere come i meccanismi che metteremo in atto fin dal primo giorno potrebbero aiutarci a raccogliere i pezzi se, nonostante i nostri sforzi, l’Unione dovesse disintegrarsi.
Sono in molti a parlare dell’importanza della transizione ecologica. Ma nessuno dice da dove verrà il denaro né chi stabilirà come usarlo. La nostra risposta è chiara: tra il 2019 e il 2023, l’Europa ha bisogno di investire 2.000 miliardi di euro in tecnologie verdi, energia verde, ecc. Noi proponiamo che la Bei emetta per quattro anni un volume di bond supplementari pari a 500 miliardi di euro. Allo stesso tempo, la Bce dovrà annunciare che, se il loro valore crollasse, li riacquisterebbe sul mercato secondario dei titoli obbligazionari. Tenuto conto di questo annuncio e della sovrabbondanza di risparmi in tutto il mondo, la Bce non dovrà sborsare neanche un euro, poiché tutti i suoi titoli saranno immediatamente sottoscritti. Sul modello dell’Organizzazione per la cooperazione economica europea (Oece) – antenata dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) – creata nel 1948 per distribuire gli stanziamenti del piano Marshall, una nuova Agenzia europea per la transizione ecologica canalizzerà questi fondi verso progetti verdi su tutto il continente.
Va osservato che questa proposta non richiede alcuna nuova tassa, si appoggia su titoli obbligazionari europei già esistente (ad esempio i bond della Bei) ed è del tutto legale in base alle norme vigenti. Lo stesso vale per altre proposte del nostro «New Deal» relative alle misure da attuare immediatamente.
Ad esempio, il nostro fondo anti-povertà. Noi proponiamo che i miliardi di utili del Sistema europeo delle banche centrali (Sebc), in particolare i profitti derivanti dai titoli acquistati nel contesto dell’allentamento quantitativo, siano utilizzati per garantire a ogni cittadino cibo, un tetto e la sicurezza energetica.
Un altro esempio: il nostro piano per ristrutturare il debito pubblico dell’eurozona. La Bce dovrà fare da mediatrice tra i mercati finanziari e gli Stati per ridurre il peso della totalità del loro debito senza stampare denaro e senza che la Germania paghi di tasca sua o sia costretta a garantire il debito pubblico dei paesi più indebitati.
Come dimostrano questi esempi, il nostro «New Deal» combina misure che richiedono un’alta competenza tecnica, applicabili nel quadro esistente dell’Unione, e una rottura radicale con l’austerity e con la logica del «salvataggio» imposto dalla funesta «troika».
Inoltre, esso prevede delle istituzioni che preparino il terreno per un futuro europeo postcapitalista. È il caso ad esempio di una proposta di socializzazione parziale del capitale e dei profitti derivanti dall’automazione: il diritto delle grandi imprese di operare nell’Unione sarà subordinato al trasferimento di una percentuale dei loro utili in un nuovo Fondo azionario europeo. I dividendi di queste azioni finanzieranno poi un reddito di base universale versato a tutti, indipendentemente da altre prestazioni sociali, sussidi di disoccupazione, ecc.
L’unità della sinistra è cruciale, ma non si deve ottenere a scapito della coerenza
Un altro esempio della radicalità delle nostre proposte: la riforma dell’euro. Prima di impantanarci nei cambiamenti da apportare agli statuti della Bce, noi prevediamo di creare una piattaforma di pagamento digitale pubblica garantita da quelle dei servizi fiscali di ciascun paese dell’eurozona. I contribuenti avranno così la possibilità di acquistare dei crediti fiscali digitali utilizzabili per effettuare delle transazioni tra loro o per pagare le imposte godendo di consistenti sgravi fiscali. Questi crediti saranno denominati in euro e potranno essere trasferiti solo tra i contribuenti di uno stesso paese, cosa che impedirà brusche fughe di capitali.
Allo stesso tempo, i governi potranno creare una quantità limitata di questi euro fiscali per destinarli ai cittadini bisognosi o per finanziare progetti pubblici. Gli euro fiscali permetterebbero ai governi sotto pressione di stimolare la domanda, di diminuire il loro debito, di ridurre l’onnipotenza della Bce e di evitare il costo di un’uscita dall’euro o della sua disintegrazione.
Nel lungo termine, queste piattaforme di pagamento digitali pubbliche potrebbero costituire un sistema regolamentato di euro specifici per ciascun paese, che funzionerebbe come una camera di compensazione internazionale. Sarebbe di fatto una versione modernizzata del sistema di Bretton Woods così come era stato immaginato da John Maynard Keynes nel 1944, sistema che purtroppo non è mai divenuto realtà.
Per riassumere, il nostro «New Deal per l’Europa» è un progetto globale per:
1. riorganizzare intelligentemente le istituzioni esistenti nell’interesse della maggioranza,
2. pianificare un futuro postcapitalista, radicale e verde,
3. essere pronti a raccogliere i pezzi se l’Unione europea dovesse collassare.
La sinistra ha due nemici: la mancanza di unità e l’incoerenza. L’unità è cruciale, ma non si deve ottenere a scapito della coerenza. Prendiamo, ad esempio, lo stato del Partito della sinistra europea. Come possono i suoi membri chiedere il voto degli elettori il prossimo maggio, quando in Grecia è rappresentato da un partito che, al governo, sta attuando il programma di austerity più brutale nella storia del capitalismo e in paesi come la Francia e la Germania molti dei suoi dirigenti sono euroscettici?
Degli amici di sinistra ben intenzionati ci chiedono perché DiEm25 non si allea con La France insoumise di Jean-Luc Mélenchon e, in Germania, con il movimento Aufstehen (In piedi) di Sahra Wagenknecht e di Oskar Lafontaine. La ragione è semplice: perché il nostro dovere è costruire l’unità sulla base di un umanesimo radicale, razionale e internazionalista. Questo significa un programma radicale comune per tutti gli europei e una politica a favore di un’Europa aperta, che consideri le frontiere come delle cicatrici sul pianeta e dia il benvenuto ai nuovi arrivati. Su questa base minima non si può transigere.
Il nostro appello all’unità si fondava su un’idea semplice: DiEm25 invitava tutti i progressisti a essere coautori del nostro «New Deal per l’Europa». L’appello è stato ascoltato. Génération·s (Francia), Razem (Insieme, Polonia), Alternativet (Danimarca), Democrazia e autonomia (Italia), MeRa25 (Grecia), Demokratie in Europa (Germania), Der Wandel (Il cambiamento, Austria), Actúa (Spagna), Livre (Libero, Portogallo) si sono uniti a noi. Altri sono sul punto di farlo. Insieme abbiamo costituito la coalizione della Primavera europea, che presenterà i suoi candidati alle elezioni del prossimo maggio.
Il nostro messaggio all’establishment autoritario europeo è il seguente: vi resisteremo attraverso un programma radicale più sofisticato del vostro sul piano tecnico. Il nostro messaggio agli xenofobi fascistoidi: vi combatteremo dappertutto.
Il nostro messaggio ai compagni dalla sinistra europea, di La France insoumise, ecc.: da noi potete aspettarvi una ferma solidarietà, nella speranza che un giorno le nostre strade convergeranno al servizio di un umanesimo radicale e transnazionale.
(il manifesto online, 14 marzo 2019)

 

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L’invenzione del Tav e le comiche attuali

Finalmente Guido Viale sul Tav, sul Manifesto di oggi (dove sennò?).

La discussione sul Tav, chiamiamola pure così, è chiaro che non ha per oggetto un treno, quel treno, ma qualcos’altro che aggrega forze economiche e politiche apparentemente maggioritarie, ma non per questo perfettamente illuminate o incontrovertibili. Non è un caso se sono quelle forze che ci hanno governato, più o meno alternativamente, in questi trent’anni.

Siamo di fronte ad una lunga costruzione che in molti anni è diventata e viene proprio presentatata come un feticcio. E i feticci vanno smascherati, decostruiti, abbattuti. Ora io non credo sia possibile in quest’Italia vincere la battaglia contro questo feticcio, ma è una battaglia da non lasciar fare solo alla grande maggioranza o – peggio ancora – all’interno dell’attuale maggioranza di governo. Bisogna opporsi a questo Tav e fare di questa battaglia l’oggetto per un altro progetto di vita, di civiltà, nazionale e oltre.

(Grassetto ed evidenziazioni sono miei.)

Guido Viale

La lunga guerra dei 30 anni che allunga il Tav
di Guido Viale
Come mai un moscerino come il Tav (“ma è solo un treno!” diceva Bersani) è diventato un elefante intorno a cui si giocano le sorti di governo, sviluppo, benessere e buon nome della nazione? Difficile capirlo da giornali e Tv.
Sono tutti in mano all’Union sacrée SìTav tra Meloni, Salvini, Zingaretti e Berlusconi; più Confindustria, sindacati, bocconiani e madamine. Un’Unione sacra si fa per andare in guerra; e infatti, sul Tav Torino-Lione c’è una guerra dei Trent’anni: dai ’90 del secolo scorso a oggi.
Tre precisazioni: il Tav è un treno; così lo chiamano i valsusini, i loro amici e i documenti tecnici, che loro conoscono bene; la Tav lo dicono invece i suoi supporter, per mancanza di rapporti sia con i valligiani che con i documenti tecnici. Poi il Tav Torino-Lione non è un treno ad alta velocità, ma ad alta capacità, per il trasporto di merci e, in subordine, passeggeri: ma alla velocità di convogli merci lunghi un chilometro e con 2000 tonnellate di carico. Eppure, tra i giornalisti di Repubblica c’è chi sostiene che i 5Stelle non vogliono “la Tav” perché sono contro la velocità, cifra irrinunciabile della modernità. Infine, il Tav Torino-Lione non è solo una galleria di 57 chilometri, cuore di quella guerra: è anche la tratta dalla galleria a Lione, che non sarà progettata prima del 2038 né realizzata prima del 2050, rendendo del tutto inutile la galleria superveloce, se mai verrà ultimata prima; e la tratta verso Torino, che non si sa ancora da dove dovrebbe passare. Effetto analogo: rende inutile la galleria.
In questa guerra gli avversari si sono costruiti nel corso del tempo. Trent’anni fa, all’idea di far attraversare da una nuova ferrovia ad alto impatto una valle lunga e stretta, già gravata da una strada statale, un’autostrada, una linea ferroviaria e un elettrodotto ad altissima tensione, la popolazione era insorta. Nel conflitto –cariche, arresti, denunce, calunnie non sono mai mancate: tutte da parte dei “galleristi” – si sono andati costituendo cultura e vita quotidiana di una vera comunità; anche grazie a una capillare informazione: non solo su quel treno, ma sull’intero futuro del pianeta. Per questo oggi i valsusini sono la popolazione più acculturata d’Italia. Cultura diffusa vuol dire democrazia, scelte consapevoli; proprio quello che ha scatenato governi e opposizioni contro la valle.
Unica eccezione, i 5Stelle, che ne hanno sostenuto le lotte. Ma la democrazia colta e radicata di una comunità in lotta non è quella di un comico un po’ bollito. Molti hanno spinto perché il movimento si identificasse con i seguaci di Grillo, che, dopo la sua prima affermazione elettorale, ingiungeva ai NoTav di abbassare le loro bandiere, perché da quel momento la bandiera della valle sarebbero state le 5Stelle. Per fortuna non è andata così. Dietro bandiere e striscioni NoTav erano andate nel frattempo raccogliendosi tutte le mobilitazioni in atto nel paese. NoTav è diventato il riferimento di tutte le lotte contro le Grandi opere, i Grandi eventi, i Grandi sprechi: una minaccia mortale per un capitalismo che ormai vive quasi solo di queste cose. Ecco perché alla fine il moscerino è diventato elefante.
Poi c’è la storia dell’altro fronte di questa guerra: l’idea di un Tav Torino-Lione era nata per i passeggeri, auspice la Fiat che con Impregilo, allora sua controllata, si era già accaparrata senza gara la tratta AV Torino-Milano. Ma era subito apparso chiaro che per riempire quel treno i passeggeri non c’erano né ci sarebbero mai stati; così, pur di farlo, il progetto era stato convertito al trasporto merci. Che bisogno ci fosse di una galleria da alta velocità per trasportare merci che se hanno fretta viaggiano in aereo, e se viaggiano in treno non hanno fretta, non è chiaro. Per spiegarlo erano state inventate quantità esorbitanti di merci in attesa di andare in Francia dall’Italia (o viceversa): stime sballate e poi rimangiate dagli stessi promotori. Che nel frattempo erano però riusciti a inserire quel “Tav non più Tav” in una rete di trasporto (Tnt-T) disegnata con il pennarello dalla Commissione europea, non diversamente da come Berlusconi aveva presentato il suo programma di Grandi opere nel salotto di Bruno Vespa; e la tratta Torino-Lione era così entrata in un fantomatico “corridoio” Lisbona-Kiev che c’è solo nelle menti dei SìTav, perché 4/5 delle tratte per completarlo né ci sono né saranno mai progettate e lungo quel percorso non ci sono né mai ci saranno merci o passeggeri da trasportare.
Ma la Commissione ha stanziato un budget per coprire i costi di un pezzo di galleria (il resto è quasi tutto a carico del bilancio italiano, perché la Francia ne ha scaricato i costi sull’Italia, che pur di farla non bada a spese). Quei soldi europei sono ora l’unica ragione per cui il Tav Torino-Lione “si deve fare”: non la fretta dei passeggeri, che ormai viaggiano in aereo; non la quantità delle merci, che non giustificano una seconda linea ferroviaria (quella che già c’è basta e avanza); non l’ambiente (cioè la riduzione delle emissioni del trasporto su gomma: la tangenziale di Torino, con o senza Tav, ne produce e continuerà a produrne cinque volte più della Valle).
Peraltro, per dimezzare le emissioni del trasporto su strada, come calcolate dalla vituperata analisi costi-benefici del prof. Ponti, bisogna che il treno si sostituisca ai Tir non solo nel varcare le Alpi, ma dall’origine alla destinazione dei viaggi, per centinaia o migliaia di chilometri. Ma le merci dell’Italia non viaggiano in treno non perché manca una galleria ferroviaria veloce tra Bussoleno e Saint Jean de la Maurienne, ma perché, come ha spiegato Sergio Bologna – e il prof. Ponti, pontefice dei trasportisti, dovrebbe saperlo – mettere insieme il carico di un treno è molto più complicato che caricare cento camion: richiede competenze e organizzazioni che in Italia mancano; proprio ciò a cui dovrebbe dedicarsi un’imprenditoria intelligente che cerca invece di sopravvivere con Grandi opere. Ma non saranno certo le madamine dell’«andiamo avanti» a promuovere quel cambio di rotta.
(il manifesto, 12 marzo 2019)
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