Le inutili e pericolose grandi opere

Ho dovuto aspettare fino ad oggi per leggere un commento che mettesse insieme il passato, il presente ed il futuro dell’Italia (ma non solo) che piange il crollo del ponte Morandi a Genova, alla vigilia del Ferragosto 2018. E’ l’articolo di Guido Viale, pubblicato oggi dal Manifesto, che risponde già ad alcune penose posizioni contro i critici delle grandi opere. (Non ho abbastanza spazio per le citazioni.)

Risultati immagini per ponte morandi foto

Dal Tav alla Gronda, le inutili Grandi opere
di Guido Viale
Ai sostenitori senza se e senza ma delle Grandi opere, che nel crollo del ponte Morandi vedono solo l’occasione per recriminare la mancata realizzazione della Gronda, passaggio complementare e non alternativo al ponte crollato, va ricordato che anche quel ponte è (era) una «Grande opera»: dannosa per l’ambiente e per le comunità tra cui sorge e pericolosa per la vita e la salute di tutti. L’idea di piantare dei pilastri di 90 metri in mezzo a edifici abitati da centinaia di persone e di farvi passare sopra milioni di veicoli era e resta demenziale; come lo era e resta la sopraelevata che ha cancellato e devastato uno dei fronte-mare più belli e pregiati (forse il più bello e pregiato) del mondo: non a vantaggio di Genova, ma per fluidificare il traffico del turismo automobilistico delle Riviera di Levante, così come il ponte Morandi serviva a quello della Riviera di Ponente, negli anni “gloriosi” (?) della moltiplicazione delle automobili. Con la conseguenza che quei nastri di asfalto sono stati presi in ostaggio dal trasporto merci su gomma, per il quale non erano stati pensati, lasciando languire la ferrovia, tanto che la linea Genova-Ventimiglia (principale collegamento tra Italia e Francia e, se vogliamo, con Spagna e Portogallo; altro che Torino-Lione!) è ancor oggi a binario unico.
Un’invasione di campo, quella dei Tir, moltiplicata dalla successiva produzione just-in-time che li ha trasformati in magazzini semoventi, cosa impossibile se le autostrade non fossero state messe a loro completa disposizione e la ferrovia avesse mantenuto il primato che le spetta.
Da almeno 30 anni si sa che il cemento armato, specie se sottoposto a forti sollecitazioni come il passaggio di milioni di Tir ed esposto alla pioggia, al gelo, ai veleni delle emissioni, al sale antigelo, non dura più di cinquant’anni o poco più; e forse anche meno; ma nessuno, e meno che mai i fautori della Gronda, avevano programmato una data certa per la demolizione di quel ponte che oggi richiede anche la demolizione delle case sottostanti. E oggi si scopre che i ponti autostradali nelle stesse condizioni pre-crollo sono almeno 10mila in Italia; e altrettanti in Francia, Germania e in qualsiasi altro paese. Perché la grande “esplosione” automobilistica del miracolo economico, che doveva aprire le porte al futuro, al futuro proprio non guardava: né in Italia, paese orograficamente disadatto a quel mezzo, né in paesi ad esso più consoni.
Chiunque abbia anche solo ristrutturato il bagno di casa sa che costruire è (relativamente) facile; demolire è più complicato, rimuovere (le macerie) è difficilissimo; anche se forse non sa che smaltirle è devastante, soprattutto in Italia dove scarseggiano gli impianti di recupero e mancano le leggi per promuovere l’utilizzo dei materiali di risulta. Così, del futuro di tutti quei manufatti stradali non ci si è mai occupati, nonostante che oggi, “cadendo dalle nuvole”, si scopra che la loro demolizione e sostituzione rientra nell’ordinaria, perché necessaria, manutenzione.
No. Il futuro del ponte Morandi non era la sua demolizione; era la Gronda: 70 e più chilometri di gallerie e viadotti (in cemento armato) lungo le alture di Genova: un’opera devastante in uno dei territori più fragili della penisola, come dimostrano gli smottamenti e le alluvioni sempre più gravi che ormai colpiscono la città quasi ogni anno. E cinque miliardi, ma probabilmente molti di più, regalati ai Benetton con l’aumento delle tariffe autostradali in tutta Italia invece di destinare quelle e altre risorse al risanamento di un territorio ormai vicino al tracollo; il tutto per liberare il ponte, se fosse rimasto in piedi, da non più del 20 per cento del suo traffico… Non c’è esempio che spieghi meglio quanto le risorse destinate alle Grandi opere inutili e dannose siano sottratte al riassetto idrogeologico del territorio e alla manutenzione di ciò che già c’è, abbandonandolo a un degrado incontrollato: lo stesso vale per il Tav (Torino Lione, ma anche Genova-Tortona), il Mose; la Brebemi (che vuol dire Brescia-Bergamo-Milano, ma che stranamente non passa per Bergamo) le autostrade in costruzione in Lombardia e Veneto; il ponte sullo stretto (altro che ponte Morandi!) che ha già divorato più di 500 milioni; un gasdotto che attraversa territori in preda a eventi sismici quasi permanenti invece di ricostruire quei paesi crollati per incuria e puntare all’abbandono dei fossili. E così via. Con altrettante opportunità di creare lavoro finalmente utile.
E giù a dare del “troglodita”, del nemico del progresso, dell’oscurantista medioevale a chi, in nome della salvaguardia del territorio, della convivenza sociale, della necessità di mettere in sicurezza, e possibilmente di valorizzare, l’esistente, si oppone alle tante Grandi opere inutili e devastanti promuovendo l’unica vera modernità possibile, che è la cura e la manutenzione del proprio territorio, che è anche difesa di tutto il paese e dell’intero pianeta: da restituire alla cura di chi vi abita, vi lavora e lo conosce a fondo. Si discute di queste cose prigionieri di un eterno presente, senza passato né futuro, come se tutto dovesse continuare allo stesso modo; mentre si sa – o si dovrebbe sapere – che tra non più di due o tre decenni, se vorremo sopravvivere ai cambiamenti climatici che incombono, saremo costretti, volenti o nolenti, a cambiare radicalmente stili di vita, modi di coltivare la terra e di nutrirci, uso dei suoli, modalità di trasporto. Con tanti saluti sia al ponte Morandi, da non ricostruire, che alla Gronda, da non realizzare.
(il manifesto, 19 agosto 2018)

 

Pubblicato in Politica, Società | Contrassegnato , | 1 commento

Ritorno a Luciano Gallino

Stavo cercando in rete qualche video sulle posizioni di Paolo Savona sull’euro o meglio sull’uscita da questo, ma mi sono naturalmente trovato a riascoltare il professor Luciano Gallino che su cio’ ci ha lasciato alcuni dei suoi ultimi scritti.

Qui però collego un’intervista su temi più generali della nostra condizione economica che questo intellettuale ha dato nel marzo 2015. (Gallino è morto all’inizio di novembre dello stesso anno e le sue sintesi mi mancano assai. C’è qualcuno che si fa avanti?)

Pubblicato in Critica, Economia, Politica | Lascia un commento

«La discussione mi pare inadeguata»

E’ passato un mese dalle elezioni del 4 marzo e si comincia a leggere qualche analisi non superficiale e con qualche riferimento al processo storico.

Riporto l’intervista lasciata da Rossana Rossanda al suo vecchio giornale, il manifesto, al quale riserva anche qualche frecciata. Vista la densità del testo non faccio evidenziazione alcuna.

Rossana Rossanda: «Non dobbiamo semplificare il nuovo caso italiano»
di Tommaso Di Francesco
«A dir la verità, gli interrogativi e le domande che proponi meriterebbero un libro. Del resto la mia idea del manifesto era già negli anni ‘80 del secolo scorso che dovesse essere un laboratorio nel quale coinvolgere alcune persone appunto attorno ai temi principali». Così inizia la nostra intervista a Rossana Rossanda.
Il risultato elettorale vede l’affermazione di due forze politiche «antisistema», il M5 Stelle «populista giustizialista» a Sud e nella coalizione di destra, la Lega, populista-razzista a Nord. Che rischio vedi?
Non credo che il maggior disastro sia la separazione fra l’Italia del nord e quella del sud, per altro non nuova. La cosa più grave è che l’Italia non è mai stata cosi totalmente a destra come dopo questa elezione. In particolare, c’è stata una vera e propria distruzione di una delle sinistre europee più importanti.
Nel 1989, Achille Occhetto ha praticamente accettato la proposta di Craxi sulla totale colpevolizzazione del partito comunista italiano, la cui identità si poteva invece seriamente difendere, anche grazie a una specificità che non si è mai smentita, e che rendeva difficile il suo rapporto con gli altri partiti comunisti, come quello francese.
Non giova certo adesso l’insistenza sul tema «non rimane che un mucchio di macerie», sul quale anche il manifesto è stato assai indulgente.
È mancata una lettura della «società rancorosa», come diceva l’ultimo rapporto Censis? E’ la conseguenza di una visione dell’Europa subalterna alla logica monetaria e con il vincolo di bilancio finito in Costituzione?
Mantengo la tesi che proprio gli stessi dirigenti del partito comunista hanno mandato alle ortiche la tematica teorica e politica, sulla base della quale si sarebbe potuto fare, e si potrebbe ancora fare, una analisi effettiva dei processi che hanno investito l’Italia da ormai quasi un secolo. Il risentimento espresso dal voto, come osserva già il Censis, si basa in parte anche su questa incapacità di analisi.
Come pensi si possa rimettere al centro la lotta per e sul lavoro, di fronte a una così diffusa frantumazione del lavoro stesso (figure professionali difformi, geograficamente sparpagliate ma anche culturalmente e produttivamente isolate); con l’estensione del precariato ad ogni livello? Il proletariato così come l’abbiamo conosciuto non esiste più, eppure la sua diffusione nel mondo non è mai stata così grande. Come leggere questa disparità tra espansione numerica e azzeramento nella consapevolezza politica?
Non penso che una lotta per difesa del lavoro sia messa in difficoltà da una sua particolare frantumazione. Questa esiste, ma è poco più che fisiologica: si potrebbe ripartire, se ne se avesse la voglia, dalla crisi del fordismo e dalla analisi gramsciana della sua natura e fine. Ci sono anche le analisi più recenti di Luciano Gallino, che sarebbero di grande utilità (e spiegherebbero anche alcuni ragioni di fondo dei flussi elettorali).
Insomma, la vecchia esclamazione di Brecht: «Compagni, ricordiamoci dei rapporti di produzione» si potrebbe e si dovrebbe realizzare ancora oggi. Ma dovremmo fare i conti con la liquidazione del marxismo avvenuta nell’ultimo mezzo secolo, e alla quale neanche il manifesto si è realmente opposto.
Luigi Pintor già all’inizio del 2003 scriveva che «la sinistra che abbiamo conosciuto non esiste più». Che cosa rimane di quello che ci ostiniamo a chiamare sinistra? Il riformismo antioperaio di Matteo Renzi (v. Jobs act) è davvero finito con il disastro del Pd? O il neoliberismo vive in altre dimensioni? Quanto quelle macerie impediscono la ricostruzione necessaria?
Le parole di Pintor valgono purtroppo ancor oggi: fra l’altro non credo che si possa definire riformismo anti operaio quello di Matteo Renzi, ammesso che la definizione abbia un senso. Renzi ha semplicemente obbedito alla maggioranza liberista che ha investito l’Europa e ha trovato nella classe dirigente italiana soltanto degli accordi: basta pensare alle scelte di Marchionne sulla Fiat.
Perché in Italia non c’è una sinistra legata ai nuovi movimenti anticapitalistici, che abbia forza anche numerica e capacità di convinzione – fatte le debite differenze tra queste formazioni – come Podemos, Linke, Syriza?
Non mi pare che la nostra situazione sia analoga a quella che ha dato luogo a Podemos, alla ormai vecchia Linke e a Syriza. Una traccia interessante sarebbe un aggiornamento molto preciso della situazione economica italiana alla tematica proposta dall’Unione Europea.
I vincoli dell’Unione europea «reale» hanno ridotto i poteri e i processi democratici, di fatto cancellando spazi fondanti di democrazia e obiettivi di trasformazione sociale. L’Unione europea ridotta a sola moneta unica è ancora il campo per una democrazia avanzata e progressiva?
Credo che bisognerebbe riflettere sul fatto che più che aggredire un comunismo che in Europa occidentale non c’è mai stato, quel che è stato aggredito dopo la caduta del muro di Berlino è stata una certa interpretazione keynesiana che ha caratterizzato le costituzioni europee post-belliche.
Ne ho scritto qualcosa l’anno in cui ho lasciato il giornale. Credo proprio nel mese di settembre.
Trump è arrivato alla guida degli Stati uniti perché premiato dalla promessa populista del protezionismo. Ma «l’unica potenza rimasta» non lo è più, né economicamente né politicamente e rischia di assumere il primato di una ideologia di scontro, isolazionista e razzista. Che resta delle ragioni democratiche dall’Occidente neoliberista?
Per quanto riguarda la vittoria di Trump e la sua localizzazione, un buon libro mi sembra Populismo 2.0 di Marco Revelli. Il problema è pero che anche in Europa spunti populisti nascono dappertutto e non hanno la stessa origine. In modo particolare sono nati nell’Europa dell’Est, Cechia, Ungheria e Polonia, dove sembrano configurarsi come «sistemi».
Sarebbe interessante che il manifesto osservasse quali sono i loro temi principali, diversi da quelli degli Stati Uniti.
È possibile, con contenuti innovativi e per una possibile ricostruzione – a partire dall’analisi del 1989 – , insieme attivare movimenti intorno a nuovi temi di classe internazionali?
Sarebbe indispensabile un lungo lavoro comune, anche a livello internazionale, sulla evoluzione economica dell’Europa: per quanto riguarda Trump, non abbiamo granché da dire, e soprattutto mancano rapporti comuni con le posizioni del Partito democratico americano, molto diverso dalle posizioni europee.
In Italia si discute di un soggetto politico, dopo lo smacco elettorale e lo scarso risultato delle liste a sinistra, LeU e Potere al popolo. Anche alla luce della deriva dell’89, della fine Pci, della riduzione della politica a tecnicismi – per i quali l’affermazione del centrista Macron in Francia rappresenta forse l’ultimo significativo e vincente episodio – fino al protagonismo rottamatorio dell’era renziana anch’essa rottamata. Cosa pensi della discussione in corso?
La discussione mi pare inadeguata. Bisognerebbe iniziare dal fatto che il risultato elettorale non è stato inaspettato, bensì una logica conseguenza delle posizioni liquidazioniste del Partito Democratico e delle conseguenze della totale sparizione dei partiti socialisti. L’affermazione di Macron in Francia è un semplice adeguamento alla scelta maggioritaria dell’Unione europea, e in particolare delle Cdu tedesca.
Dove stanno sfruttamento e sofferenza, dovrebbe esserci «rivolta» o almeno costruzione di una’alternativa. Non ne vedo tracce consistenti in Italia: le posizioni più interessanti sono quelle di una parte del sindacato (la Fiom), ma il compito di un partito è diverso e politicamente molto più radicale.
Quanto alle liste come LeU e Potere al Popolo, mi sembra assai ingeneroso valutarne il risultato, dopo una breve campagna elettorale e sotto il diluvio dei populismi o l’estrema destra della Lega: per iniziare una ricostruzione, occorrerebbe un atteggiamento molto più seriamente analitico e unitario.
E probabilmente questo esigerebbe anche un esame che non si è fatto sull’andamento dei cosiddetti «socialismi reali». Si tratterebbe di fare quello che Stalin ha impedito, e cioè un bilancio serio del leninismo alla fine della vita di Lenin, nei tentativi teorici del conciliarismo, che in Italia hanno avuto un seguito soltanto dopo il 1972.
Insomma, non è possibile risparmiarsi un lavoro molto ravvicinato, che in italia non è stato fatto nell’ultimo mezzo secolo. In questo lavoro sarebbe da esaminare anche al di fuori di certe facilità «la linea togliattiana». Ricordo che con qualche esortazione ad andare in questa direzione non ho avuto fortuna neanche nel nostro giornale.
(il manifesto, 5 aprile 2018)
Pubblicato in Politica, Storia | Contrassegnato , | Lascia un commento

Karl Marx (1818-1883)

Sabato 17 marzo 1883Karl Marx  fu sepolto nel cimitero londinese di Highgate, nella stessa tomba nella quale sua moglie era stata seppellita quindici mesi prima. Era morto mercoledì 14, esattamente centotrentacinque anni fa. Per l’occasione, Friedrich Engels tenne il seguente discorso in inglese.

“On the 14th of March, at a quarter to three in the afternoon, the greatest living thinker ceased to think. He had been left alone for scarcely two minutes, and when we came back we found him in his armchair, peacefully gone to sleep-but forever.
“An immeasurable loss has been sustained both by the militant proletariat of Europe and America, and by historical science, in the death of this man. The gap that has been left by the departure of this mighty spirit will soon enough make itself felt.
“Just as Darwin discovered the law of development of organic nature, so Marx discovered the law of development of human history: the simple fact, hitherto concealed by an overgrowth of ideology, that mankind must first of all eat, drink, have shelter and clothing, before it can pursue politics, science, art, religion, etc.; that therefore the production of the immediate material means of subsistence and consequently the degree of economic development attained by a given people or during a given epoch form the foundation upon which the state institutions, the legal conceptions, art, and even the ideas on religion, of the people concerned have been evolved, and in the light of which they must, therefore, be explained, instead of vice versa, as had hitherto been the case.
“But that is not all. Marx also discovered the special law of motion governing the present-day capitalist mode of production and the bourgeois society that this mode of production has created. The discovery of surplus value suddenly threw light on the problem, in trying to solve which all previous investigations, of both bourgeois economists and socialist critics, had been groping in the dark.
“Two such discoveries would be enough for one lifetime. Happy the man to whom it is granted to make even one such discovery. But in every single field which Marx investigated – and he investigated very many fields, none of them superficially – in every field, even in that of mathematics, he made independent discoveries.
“Such was the man of science. But this was not even half the man. Science was for Marx a historically dynamic, revolutionary force. However great the joy with which he welcomed a new discovery in some theoretical science whose practical application perhaps it was as yet quite impossible to envisage, he experienced quite another kind of joy when the discovery involved immediate revolutionary changes in industry and in historical development in general. For example, he followed closely the development of the discoveries made in the field of electricity and recently those of Marcel Deprez.
“For Marx was before all else a revolutionist. His real mission in life was to contribute, in one way or another, to the overthrow of capitalist society and of the state institutions which it had brought into being, to contribute to the liberation of the modern proletariat, which he was the first to make conscious of its own position and its needs, conscious of the conditions of its emancipation. Fighting was his element. And he fought with a passion, a tenacity and a success such as few could rival. His work on the first Rheinische Zeitung (1842), the Paris Vorwarts! (1844), Brusseler Deutsche Zeitung (1847), the Neue Rheinische Zeitung (1848-49), the New York Tribune (1852-61), and in addition to these a host of militant pamphlets, work in organisations in Paris, Brussels and London, and finally, crowning all, the formation of the great International Working Men’s Association – this was indeed an achievement of which its founder might well have been proud even if he had done nothing else.
“And, consequently, Marx was the best-hated and most calumniated man of his time. Governments, both absolutist and republican, deported him from their territories. Bourgeois, whether conservative or ultra-democratic, vied with one another in heaping slanders upon him. All this he brushed aside as though it were cobweb, ignoring it, answering only when extreme necessity compelled him. And he died beloved, revered and mourned by millions of revolutionary fellow-workers – from the mines of Siberia to California, in all parts of Europe and America – and I make bold to say that though he may have had many opponents he had hardly one personal enemy.
“His name will endure through the ages, and so also will his work!”

Der Sozialdemokrat, March 22, 1883

Pubblicato in Cultura, Politica, Società, Storia | Lascia un commento

“Liberi e uguali”, un progetto da votare

Cinque anni fa, alla vigilia delle elezioni del 2013, il mio appello riportava un’osservazione di ALBA, il soggetto politico nuovo che sarebbe fallito poco dopo, a due anni dalla nascita:

Al centro di questa campagna elettorale non ci sono affatto le grandi crisi che stiamo vivendo: la crisi economica, la crisi del lavoro, la crisi ambientale, la crisi della democrazia, la crisi della cultura e del sistema formativo, la crisi dell’Europa e la crisi dei partiti e delle classi dirigenti italiane. E infine quella delle sinistre. Un nuovo pensiero politico, un progetto politico nuovo devono invece cimentarsi con questo scenario, perché i temi del rinnovamento della politica e di una risposta altra ad una crisi di sistema sono sempre più all’ordine del giorno.

Da allora cos’è cambiato? Rispetto alle questioni di fondo, le crisi elencate, direi niente. Mancava allora la crisi dell’immigrazione, che a ben vedere è una conseguenza della successiva miseria della politica, nazionale e internazionale. E’ infatti su questa nuova rotatoria che girano quelle promesse ed azioni che hanno spostato con naturalezza lo scontro sul terreno più vitale alle destre, vecchie o riciclate.

Certo, è cambiato in peggio anche il mondo politico esterno, in Europa come in America, ma in Italia in cinque anni di governi centrati sul Pd e con alleati di destra, gli interventi legislativi, le cosiddette riforme, sono stati portati avanti senza l’opposizione di un’adeguata forza parlamentare di sinistra e senza una reazione degna della società civile, dai sindacati ai gruppi ambientalisti in testa. Così l’inerzia della fine della precedente legislatura, il governo Monti, è rimasta senza attriti. Un’inerzia che potrebbe risultare fatale per un altro ventennio nazionale.

Un’inerzia che ha stabilizzato il M5S al 25-30%. Un’entità politica frutto di un esperimento possibile solo nella società unidimensionale, quindi senza una cultura storica e senza una prassi critica e democratica interna, capace oggi di orientamenti random su tutte le questioni strategiche.

Un’inerzia che ha permesso la ricostruzione di una coalizione di destra che – con il 35-40% dei sondaggi recenti – si candida a rigovernare dopo i disastri provocati nella legislatura 2008-2013. E questo anche grazie ad una legge elettorale attentamente concordata col Pd per scegliere e controllare con cura i parlamentari eletti.

Un’inerzia che ha alimentato il protagonismo di ben due formazioni neofasciste, una bigotta ed una materialista (roba da non crederci), capaci di tornar utili in qualche modo, almeno fuori, se non proprio in parlamento.

In questi cinque anni si è tentato di cancellare la storia e l’idea stessa della sinistra italiana. Questo è successo. Oggi nessuno parla più di alleanze o compromessi a sinistra o di centro-sinistra, neanche tra laici e cattolici, tra progressisti ed ambientalisti, tra riformisti e radicali di sinistra. Niente più Ulivo, figurarsi Arcobaleno, superati da vocazioni maggioritarie e da personalissime ingegnerie elettoralistiche dell’ultimo momento (che portano anche al fallimento emblematico di un politico esperto come Pisapia).

Però ora a sinistra non siamo all’anno zero, ma almeno all’anno -2. E’ chiaro infatti che per affrontare da sinistra un’elezione nazionale ci volevano almeno 18-24 mesi di analisi, discussioni, rotture e sintesi. Non c’è stato nessun tempo a disposizione, fondamentalmente perchè dopo l’approvazione del Jobs Act (novembre 2014) e l’uscita di Civati dal Pd (maggio 2015) la sinistra interna la Pd si è trastullata per due anni sperando nella caduta di qualche meteorite su Renzi. Ma neanche la sconfitta al referendum costituzionale (dicembre 2016) ha cambiato l’inerzia. E la responsabilità di questa abulìa resterà scritta nella storia politica di questo nostro paese.

Eppure adesso a sinistra c’è una chiara novità. Si è formata una lista, Liberi e Uguali, che poggia su tre forze esistenti, Possibile di Giuseppe Civati, Sinistra Italiana di Nicola Fratoianni, Art.1-Mdp (Articolo1 Movimento Democratico Progressista) di Roberto Speranza e tante altre figure di intellettuali e della società civile, tra cui Anna Falcone. Lo speaker di questa campagna elettorale è Pietro Grasso, presidente del Senato uscente, uno che non teme certo di metterci la faccia. E lo fanno anche alcuni già segretari dei partiti post Pci come Massimo D’Alema e Pier Luigi Bersani. E coi nomi mi fermo, non è detto che sia produttivo elencarne troppi.

La parte più interessante è infatti il progetto che ha una premessa chiara:

Il progetto di Liberi e Uguali nasce per restituire speranza nella democrazia a milioni di cittadine e cittadini che oggi non si sentono più rappresentati da nessuno e che hanno bisogno di un cambiamento concreto nell’interesse dei molti che hanno poco e non dei pochi che hanno troppo.

Per me, il testo completo riflette l’antico approccio economicista, del tutto obsoleto. C’è infatti sempre l’orizzonte progressista – tradotto nella famigerata crescita – e la manovra keynesiana, ma in assenza di un’adeguata analisi della finanza globale. E non si dà lo spazio necessario al nodo dell’Unione Europea. Probabilmente dentro c’è più prudenza che slancio, in un momento in cui servono passione, lucidità e concretezza inauditi. Ma c’è anche un buon, anzi ottimo, fondamento.

Nel progetto di Liberi e Uguali è espresso chiaramente il ruolo del principio eguaglianza. In questi ultimi dieci anni è la prima prima volta che nella politica italiana questo principio è la base di una forza politica che può avere un ruolo importante, con consensi non marginali, per non dire fallimentari come negli ultimi tentativi (Arcobaleno nel 2008, Rivoluzione Civile nel 2013).

E io credo che su questa base sia possibile avere un buon risultato elettorale, per riprendere il discorso già il 5 marzo, per cominciare a cambiare veramente lo stato di cose esistente. Siamo all’inizio di un cambiamento possibile, non certo automatico. Andiamo quindi a votare.

Io voto e chiedo di votare Liberi e Uguali. Buon 4 marzo a tutti noi!

(Questo invito al voto è mio personale e ovviamente non impegna la lista della Città Futura.)

Pubblicato in Politica | Contrassegnato , | Lascia un commento

Mungiamo la mucca, ma con giudizio

Risultati immagini per mucca montasio

Finisco l’anno pubblicando l’articolo odierno di Giorgio Nebbia, il decano dei nostri ambientalisti, sulla presenza della mucca, un animale amato da tutti noi. Bisogna riflettere sempre e su tutto. (Grassetto e evidenziazioni sono miei.)

La mucca, una «fabbrica» a caro prezzo
di Giorgio Nebbia
A guardarla da lontano, con il suo lento ruminare, non si pensa che quel tranquillo animale sia una macchina, non molto diversa da quelle di una fabbrica. L’erba o il mangime sono le materie prime per il funzionamento della mucca.
Immaginiamo una mucca media che pesa 500 chili; nel corso di un anno questa mucca mangia circa 3.000 chili di erba e mangimi, e beve circa 10.000 chili di acqua. Qualche tempo prima, la mucca era stata fecondata e aveva partorito un vitello per la cui alimentazione la mucca (come succede per tutte le femmine di mammiferi) trasforma una parte del suo cibo nel latte. Per nostra fortuna il latte della mucca è abbondante e in eccesso rispetto alle necessità del vitello, tanto che una mucca media è in grado di rendere disponibili a noi umani da 5.000 a 8.000 (in Italia) chili all’anno di latte, ricco di proteine, grassi, zuccheri, vitamine e sali contenenti gli elementi calcio e fosforo.
Di tutto il latte prodotto in un paese, in Italia circa 10 milioni di tonnellate all’anno, a cui si aggiungono altri tre milioni di tonnellate di latte importato, soltanto circa un terzo viene avviato al consumo diretto. Il resto viene inviato nei caseifici dove viene trasformato in parte nei numerosissimi formaggi commerciali, dopo separazione della maggior parte del grasso che viene commerciato come burro. La soluzione restante viene fatta coagulare: la parte dei grassi e delle proteine insolubili in acqua (globuline) si separa dalla soluzione acquosa in cui restano disciolti una parte delle proteine (le albumine), e gli zuccheri.
Una parte del cibo ingerito dalla nostra mucca, nel corso del processo vitale viene trasformata in rifiuti gassosi: circa 3.000 chili all’anno di anidride carbonica immessi nell’aria con la respirazione, e anche in una certa quantità di gas puzzolenti che fuoriescono da una parte del corpo della mucca che non nomino, fra cui il metano, circa 100 chili all’anno. Anidride carbonica e metano sono gas che, immessi nell’atmosfera, contribuiscono a modificare negativamente il clima.
Infine la nostra mucca elimina una parte dell’acqua e dei residui del cibo sotto forma di escrementi: circa 6.000 chili all’anno di una miscela puzzolente e inquinante di sostanze liquide e solide fangose, contenenti azoto, fosforo e molecole organiche.
Nel mondo ci sono circa 1.300 milioni di bovini, 6 milioni in Italia.
Un bel po’ delle modificazioni climatiche sono dovute anche alla zootecnia: il prezzo ambientale che si deve pagare per avere carne, latte e formaggi. Niente è gratis in natura.
(il manifesto, 28 settembre 2017)
Pubblicato in Ecologia, Economia | Contrassegnato , | Lascia un commento

Migranti, crimini europei contro l’umanità

Riporto senza commenti, solo qualche evidenziazione, un commento pubblicato sul manifesto di oggi. Sul documento di Amnesty International ci sono notizie già da ieri su Ansa, la Repubblica, Il Fatto Quotidiano e chissà quant’altri, ma non ho sentito niente del genere in tv.

Nessuno può ignorare queste accuse
di Alessandro Dal Lago
Amnesty. Se l’Europa collabora direttamente con chi commette crimini contro l’umanità, è responsabile di crimini contro l’umanità
Che cosa dirà ora Minniti? Ma dirà qualcosa? O farà spallucce, come qualche giorno fa, quando l’Onu ha pesantemente criticato l’Italia per gli accordi con La Libia?
E Gentiloni? Farà finta di nulla? Proprio lui che è appena tornato da un tour in Africa, dove ha promesso investimenti in cambio di un freno all’emigrazione?
Le accuse di Amnesty International, diffuse ieri nel rapporto La rete oscura libica della collusione e riprese da tutta la stampa, sono terribili e circostanziate.
I governi europei, tutti i governi dell’Unione europea, sono consapevolmente complici degli abusi e dei crimini commessi dalle autorità libiche su decine di migliaia di migranti detenuti illegalmente in Libia.
I governi europei conoscono le spaventose condizioni di internamento dei migranti, e quindi sanno di stupri, torture e uccisioni (e ci mancherebbe, con tutti i servizi segreti e le forze speciali che operano in Libia). Inoltre, collaborano al sofisticato sistema di sfruttamento dei rifugiati e dei migranti. Non si tratta solo di collaborazione indiretta, ma di sostegno attivo, come nel caso della Ras Jadir, la nave donata dall’Italia alla Guardia costiera libica e responsabile di una manovra che ha portato, nel novembre 2017, all’annegamento di un numero imprecisato di migranti.
Gli europei hanno allestito il grottesco sistema Frontex, che si occupa di pattugliare le frontiere terrestri e marine dell’Unione e che ha ritirato le sue navi nei porti, per timore che salvassero qualcuno. Hanno elargito quattrini all’Italia, diverse centinaia di milioni di Euro, per fare da sentinella marina e gestire i rapporti con i libici, proprio come avevano finanziato Erdogan per riprendersi i profughi siriani e internarli in campi le cui condizioni disumane sono note. Gli europei, insomma, hanno attuato una strategia di contenimento e dissuasione delle migrazioni che arriva fino alla connivenza attiva con torturatori e criminali di guerra (e di pace).
Ora, se l’Europa collabora direttamente con chi commette crimini contro l’umanità, è responsabile di crimini contro l’umanità. Non giriamo intorno alla questione.
Le accuse di Amnesty contengono accuse che da noi nessuno può ignorare. Non lo può fare il governo, che deve dare una riposta e subito, perché è primo attore della strategia libica. Non lo può fare il presidente della Repubblica, che è garante anche del trattamento degli esseri umani coinvolti dalle politiche migratorie italiane. E non lo può fare la magistratura, che ha il dovere di intervenire sull’azione del governo se ha notizia di reati.
Finora, alcuni magistrati inquirenti si sono mostrati solerti e loquaci solo quando si trattava di accusare le Ong di collusione con i trafficanti, dando la sensazione di agire a sostegno del governo. Come i procuratori di Trapani che hanno sequestrato la nave Juventa della Ong Jugend Rettet. O come il mitico procuratore di Catania Zuccaro, che ha accusato ripetutamente le Ong di accordi con gli scafisti, per dire poi che non aveva prove e che le sue erano mere «ipotesi di lavoro».
Noi, come manifesto queste cose le scriviamo, le diciamo e le denunciamo da sempre. E vorremmo sapere che ne pensa il presidente Grasso, ora che è un leader politico nazionale della sinistra e su queste tragedie dovrà misurarsi non più solo in chiave istituzionale come ha fatto finora, ma di movimento.
Soprattutto che cosa ha da dire l’ex presidente del Consiglio Renzi che voleva «aiutare i migranti a casa loro». E che ha da dire l’onorevole Di Maio, il giulivo candidato premier dei 5 Stelle, che ha attaccato le Ong come «taxi del mare». E ora ci appelliamo a chi non è obnubilato dalla paura dell’invasione degli stranieri perché si faccia sentire e alzi la voce. Perché, se il nostro paese si rende responsabile di crimini contro l’umanità e noi stiamo zitti, anche noi siamo corresponsabili.
(il manifesto, 13 dicembre 2017)

 

Pubblicato in Cronaca, Politica | 2 commenti

26 ragazze morte e il nostro squallore quotidiano

Riporto senza commenti un articolo comparso sulla pagina odierna di Avvenire.it.

Naufragio nel deserto di umanità. Le 26 migranti morte e i commenti sui social
di Antonella Mariani
Una, due, tre, quattro… venticinque e ventisei. Ventisei. Tutte ragazze tra i 14 e i 18 anni. Un’enormità. Un’intera classe femminile di una nostra scuola superiore cancellata. Immaginate un insegnante che legga 26 nomi, all’appello del mattino, in aula: servirebbero lunghi minuti e ogni alunna risponderebbe «presente» e alzandosi in piedi riempirebbe la stanza con il suo pezzo di vita, la sua attesa di futuro, la propria originalissima umanità, nessuna uguale a un’altra. Ecco, ventisei ragazze, probabilmente nigeriane, venerdì scorso sono morte nel Mediterraneo. I loro corpi recuperati da una nave della Marina militare spagnola, intervenuta per salvare i passeggeri di un gommone semiaffondato. Perché sono morte solo ragazze? E perché erano radunate in quell’imbarcazione precaria? E perché tutte così giovani?
Le risposte a queste domande ancora non ci sono. Ci sono ipotesi però, che chi indaga sta cercando di verificare: forse sono annegate solo loro proprio perché indifese, più deboli fisicamente e dunque svantaggiate nel momento in cui ciascuno dei naufraghi – in gran parte uomini – ha provato a salvare la propria vita restando aggrappato come poteva alle sponde della barca, magari facendosi disperatamente e cinicamente spazio tra gli altri. Forse era un gruppo di prede destinato alla tratta della carne umana, ed erano sotto la «custodia» di qualcuno che quando l’acqua ha iniziato a salire le ha abbandonate a se stesse, senza dar loro una possibilità di sopravvivere. Forse, ancora, erano indebolite perché già pesantemente provate nel viaggio dalla Nigeria fino alle coste libiche: violentate e torturate, come ha raccontato una donna sopravvissuta e sbarcata ieri al porto di Salerno.
Per quanto ne sappiamo le 26 ragazze potrebbero anche essersi lasciate scivolare giù dal gommone insieme al loro dolore e al loro futuro mancato. Il destino, in ognuna di queste ipotesi, non c’entra. Come spesso accade nei naufragi (l’Organizzazione mondiale delle migrazioni in un rapporto diffuso il primo novembre parla di 111.552 persone approdate in Italia nei primi 10 mesi del 2017 e di 2.639 morti), i corpi delle 26 ragazze non verranno reclamati. Ci saranno madri e padri e nonni e fratelli che non sapranno più nulla: resteranno congelate per sempre nei loro 14, 16, 18 anni e le famiglie forse si illuderanno che l’Europa sia stata madre generosa per le loro bambine. Non sanno e non sapranno che in tanti, in Italia, non hanno avuto pietà. Nemmeno davanti al corteo funebre delle 26 bare, che avrebbero potuto essere bianche, calate dalla nave dei soccorsi, i codardi senza cuore si sono zittiti con l’unico gesto degno, anche da lontano: il segno della croce. E invece no.
Le cronache sulla morte delle 26 ragazze, diffuse già domenica dalle testate giornalistiche attraverso i profili social, sono stati sommerse da commenti impietosi. A chi, come il sindaco di Salerno Vincenzo Natale, turbato, domandava silenzio e raccoglimento davanti alla tragedia, è stato risposto con decine di post agghiaccianti, dal «se ne devono andare» al classico «ci rubano il lavoro», per non contare quelli che alle ragazze morte hanno riservato il più spregevole degli oltraggi, immaginando quella che sarebbe stata la destinazione finale del loro lungo viaggio, il marciapiedi. Quanti animi rimpiccioliti dagli egoismi, dalla superficialità, ristretti dall’incapacità di cogliere in quelle 26 migranti morte da sole, senza famiglia accanto, senza un nome e un volto, quell’umanità che ci accomuna tutti. E quell’attesa di futuro che appartiene a tutte le giovani donne del mondo.
Ma il deserto di umanità rappresentato da tanti post su Facebook non rispecchia (fortunatamente) tutta la realtà: perché le ultime vittime del grande esodo africano, in terra italiana avranno almeno una degna sepoltura. Ieri alcuni Comuni del Salernitano, oltre al capoluogo, hanno dato disponibilità ad accoglierle nei propri cimiteri: e vorremmo che almeno lì ciascuna di loro riavesse, se non il proprio, almeno un nome. E non un freddo numero da 1 a 26.
Avvenire.it – 7 novembre 2107
Pubblicato in Cronaca, Politica, Società | Contrassegnato | 1 commento

Un’altra legge elettorale che puzza

In queste ore in Parlamento si sta consumando l’ennesima porcheria tra personaggi pressoché innominabili nel tentativo di imporre una legge elettorale che permetta di eleggere nomi già designati e garantire la sopravvivenza politica di strutture personali. Purtroppo sembra che la massima istituzione, la Presidenza della Repubblica, permetta o addirittura avvali tutto ciò. Tomaso Montanari, presidente di Libertà e Giustizia, ha scritto sul Fatto Quotidiano di oggi proprio l’appello che riportiamo senza ulteriori commenti (ma con le evidenziazioni).

“Mattarella non si lasci coinvolgere”
di Tomaso Montanari
Nel 2014, per la prima volta, la Consulta ha dichiarato incostituzionale la legge elettorale. In nome del principio della continuità dello Stato la sentenza non ha travolto deputati e senatori eletti l’anno precedente, ma ha comunque sancito espressamente la rottura del rapporto di rappresentanza tra i parlamentari e il corpo elettorale. In poche parole, ha sancito la non rappresentatività del Parlamento attualmente in carica.
Ciononostante, la maggioranza parlamentare non si è fatta scrupolo di abusare dei numeri che l’avevano incostituzionalmente resa tale, riscrivendo a proprio vantaggio le regole del sistema istituzionale. Un tentativo vanificato da un doppio fallimento: la bocciatura referendaria della riforma costituzionale e l’incostituzionalità anche della nuova legge elettorale.
Oggi, incredibilmente, ci risiamo. Ancora una volta una maggioranza parlamentare non rappresentativa degli italiani prova a imporre una legge elettorale segnata da astuzie e forzature: mancanza di un chiaro principio ispiratore, divieto del voto disgiunto, ripartizione pro-quota del voto maggioritario tra i partiti della coalizione nel proporzionale, ritorno delle liste-civetta, candidature plurime, liste bloccate… Alla base, un patto apertamente rivolto a danneggiare le forze politiche lasciate escluse e a privare i cittadini del potere di determinare la composizione del futuro Parlamento. Il risultato che si va costruendo sotto i nostri occhi è talmente artificioso e incomprensibile che gli stessi fautori della legge non hanno potuto evitare il ridicolo di prevedere l’inserimento nella scheda elettorale di istruzioni per l’uso agli elettori!
Da più di dieci anni i partiti elaborano leggi elettorali rivolte non ai cittadini, ma esclusivamente a se stessi. Non mirano a valorizzare la volontà popolare, ma a distorcerla a loro favore. Non si interrogano su quale strumento sia più adeguato alle esigenze sociali, ma su quello più utile ai loro regolamenti di conti. È ora di dire basta.
I vertici istituzionali hanno il dovere di garantire il corretto rispetto delle regole della competizione politica. Vogliamo credere che questa volta le presidenze delle Camere sapranno difendere il dettato costituzionale respingendo l’inammissibile pretesa del governo di apporre la fiducia sulla legge elettorale. E vogliamo credere che questa volta il Presidente della Repubblica non accetterà di farsi coinvolgere in un’operazione finalizzata, a pochi mesi dal voto, a predefinire incostituzionalmente il risultato delle elezioni a discapito della volontà degli elettori.
(Il Fatto Quotidiano, 11 ottobre 2017)
Pubblicato in Politica | Contrassegnato , | Lascia un commento

“Si apre un autunno cruciale”

In queste settimane pensavo di dedicare un po’ di tempo e di riflessione ai cento anni della Rivoluzione d’ottobre , ma qualcuno (giustamente) scrive che “si apre un autunno cruciale”. E’ Tomaso Montanari, presidente di Libertà e Giustizia, autore con Anna Falcone del recente appello Un’alleanza popolare per la democrazia e l’uguaglianza, che fa bene a sottolineare la gravità della crisi in atto e quindi dei compiti di tutti noi. Prepariamoci e partecipiamo.

Non possiamo essere pedine di questo gioco al massacro
di Tomaso Montanari
Se l’emigrazione è così massiccia vuol dire che le minacce alla vita sono insostenibili in gran parte del pianeta. Significa che la politica deve cambiare. Anche a sinistra
L’articolo 10 della Costituzione prescrive che gli stranieri che non possono esercitare le «libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana» hanno diritto ad essere accolti nel nostro Paese, in quanto «persone» titolari, ai sensi del nostro articolo 2 della Costituzione, di diritti inviolabili a prescindere dalla loro nazionalità o Paese di provenienza.
Non è una vaga, utopica aspirazione, ma il cuore del progetto della nostra Costituzione: «La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo (non solo dei cittadini italiani, nda), sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale». È per questo che in Italia esiste un «diritto costituzionalmente garantito» all’asilo: non si può decidere se applicare o meno questa norma, dobbiamo chiederne noi l’attuazione, insieme a quella di tutti i principi che qualificano la nostra democrazia, e che ad oggi restano in gran parte inattuati.
Eppure, in queste drammatiche settimane estive, lo Stato italiano – attraverso il suo governo, e segnatamente il suo ministro dell’Interno – non solo non ha attuato questo principio fondamentale ma ha decisivamente scoraggiato le organizzazioni non governative che soccorrevano in mare i migranti, e ha preso accordi con le autorità di Paesi in cui non sono garantite le «libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana», affinché i loro cittadini e i migranti che ne attraversino i territori non possano fuggirne: cioè non possano aspirare, come noi tutti, a una vita libera e dignitosa.
Siamo di fronte a un grave tradimento della nostra Carta fondamentale e dei Trattati e documenti internazionali che riconoscono e tutelano i diritti delle persone e dei richiedenti asilo. Crediamo che di fronte alle masse che lasciano la propria casa in cerca di diritti, di vita e di futuro la risposta dell’Occidente non possa essere la chiusura e il tradimento dei principi su cui si fondano le nostre democrazie.
Il fenomeno migratorio non si fermerà di fronte al nostro egoismo. Anzi, rischierà di degenerare in uno scontro di civiltà, già abilmente fomentato da chi coltiva la guerra come forma di lucro e dominio sui popoli, a prezzo del sangue dei più deboli e innocenti.
Non possiamo, non dobbiamo, essere pedine di questo gioco al massacro. Abbiamo un orizzonte diverso, che guarda al mondo come casa di tutti e alla globalizzazione dei diritti, come fine dell’azione politica internazionale di chi crede davvero nella democrazia e nell’universalità dei diritti fondamentali.
Tutti i Paesi più ricchi, a partire dall’Italia, devono garantire non solo l’accoglienza promessa delle Carte, ma impegnarsi in una strategia condivisa a livello sovranazionale che crei e garantisca ovunque le condizioni di eguaglianza e giustizia sociale la cui assenza è la vera e prima causa della grande migrazione in atto.
E anche sulla natura e le dimensioni di questo fenomeno la Sinistra ha, innanzi tutto, il dovere di dire la verità: le migrazioni sono processi fisiologici e costanti in un mondo globalizzato, diventano massicce quando le minacce alla vita delle persone diventano intollerabili, quando una parte del mondo vive in condizioni disumane, o non vive affatto, e una piccola parte di privilegiati vive con le risorse di tutti.
Ecco: questo egoismo rischia di trasformarsi in un detonatore. Dobbiamo disinnescarlo. Anche perché sui migranti si sta costruendo l’ennesima menzogna mediatica, che devia l’attenzione dalle emergenze reali della politica, dalle cause reali dei nostri problemi. Insomma: prima si è provato a dire che era colpa della Costituzione. Sappiamo come è finita, il 4 dicembre scorso. Ma ora i mali del Paese, le nostre vite precarie, il taglio orizzontale di diritti e futuro: tutto è colpa dei migranti! Fumo negli occhi di una politica che non sa cambiare e non vuole rimettere al centro le persone, ma spera di «neutralizzarle» mettendo poveri contro poveri, disperati contro disperati. Non ci siamo cascati il 4 dicembre, non ci cascheremo adesso.

Anche perché la piccola parte di migranti che sbarca sulle nostre coste rappresenta solo l’1% del flusso migratorio globale. Fra questi, solo una piccola parte aspira a fermarsi in Italia: non sono un’invasione, né un’ondata oceanica. Non rappresentano affatto una minaccia, semmai una grande opportunità: umana, culturale e anche economica.
Il nostro Paese, in drammatica crisi demografica, ha bisogno di nuovi italiani. Le nostre antiche città aspettano nuovi cittadini. E la perfino timida legge sullo ius soli in discussione in Parlamento è davvero il minimo che si possa fare per costruire questa nuova Italia.
Ecco: stiamo lavorando a un progetto condiviso che permetta a questo Paese di risollevarsi e ripartire, in cui ci sia lavoro vero per tutti, non elemosine e precarietà per pochi. Chi non si ponga in questa prospettiva, chi non ambisca a creare le condizioni per un «Nuovo Inizio» democratico, sociale ed economico, non ha capito qual è il compito fondamentale della politica che vogliono gli italiani.
Ancora una volta: è di questi nodi cruciali che dobbiamo e vogliamo discutere, non della sterile alchimia di sigle e leader. Continuiamo a credere nella formula che abbiamo proposto al Brancaccio il 18 giugno scorso: ci vuole una sola lista a sinistra del Partito Democratico – un partito la cui involuzione a destra è apparsa, proprio sui temi dell’immigrazione, palese.
Crediamo che anche la situazione della Sicilia confermi questa lettura: mentre il Pd guarda a destra, la sinistra cerca l’unità e la forza per proporre alternative radicali allo stato delle cose.
Si apre un autunno cruciale: proseguono le assemblee regionali, si moltiplicano quelle in città di ogni dimensioni, si preparano quelle tematiche fissate per il fine settimana a cavallo tra settembre e ottobre. Il loro formato è quello che abbiamo sperimentato da giugno in poi: aperto a tutti (associazioni, partiti, singoli cittadini) e senza dirigenze, egemonie o portavoce autonominati.
Decideremo poi insieme, e democraticamente, in una grande assemblea nazionale che sarà indetta alla fine del lavoro sul programma, il tipo di organizzazione che vorremo darci. Tutto questo è importante: ma è solo un mezzo, uno strumento per metterci in grado di dare il nostro contributo all’attuazione della Costituzione. Il primo traguardo da cui ripartire per costruire un nuovo orizzonte di democrazia partecipata e di cittadini liberi.
(il manifesto, 7 settembre 2017)
Pubblicato in Politica | Contrassegnato | 1 commento