Non basta un qualunque governo italiano

Mentre si sta tentando una nuova strada al dramma politico italiano è proprio difficile trovare commenti all’altezza dello stesso. Eppure, forse, un esito piuttosto che un altro potrebbe creare le condizioni per l’inizio di un percorso particolarmente diverso. Con questo auspicio riproduco l’articolo di Guido Viale sul manifesto del 22 agosto, l’unico tra quelli letti che mi sembri in grado di sintetizzare i veri problemi e le dure cose da fare. (Il grassetto e le evidenziazioni sono miei.)

Un’alternativa al governo uscente
di Guido Viale
Le analisi inconcludenti sulla crisi di governo oscurano la questione di fondo, che non è la crisi politica né quella sociale, ma la crisi climatica e ambientale ogni giorno più grave. Per molti Salvini è ormai un leader «sgonfiato» e così è; ma niente dice che sia per sempre. Potrebbe rigonfiarsi, o essere rigonfiato, in poco tempo: la storia ci offre numerosi esempi di vicende del genere. Il vero problema non è lui ma i suoi fans, cresciuti a milioni nei mesi della sua egemonia politica e mediatica con una trasformazione antropologica di buona parte della popolazione difficilmente reversibile.
Salvini è un negazionista climatico, come Trump, Bolsonero, Putin e molti altri capi di Governo che si dichiarano apertamente tali. Ma i negazionisti più pericolosi sono quelli nascosti: quelli per cui la crisi climatica c’è, ma tutto – il nostro modo di vivere e produrre – può continuare più o meno come prima, perché a tutti i guasti si troverà un rimedio che eviterà di sottoporci a grandi stress. Il problema è che i cambiamenti climatici che avanzano non mettono in crisi né i negazionisti, né quelli nascosti; anzi, ne rafforzano le politiche. Perché nel loro arsenale ci sono già tre false risposte pronte.
La prima è portare a termine il saccheggio dell’ambiente con politiche estrattiviste, con grandi progetti infrastrutturali devastanti consumando risorse fossili fino all’ultima goccia per tenere in piedi un’economia ormai in stagnazione secolare. Un secolo e mezzo di elucubrazioni per decidere se «la caduta tendenziale del saggio di profitto» avrebbe portato il capitalismo all’estinzione o a una crisi rivoluzionaria sono stati azzerati: a meno di una svolta radicale che sventi l’imminente catastrofe, a distruggere il capitalismo insieme alla vivibilità del pianeta e a miliardi di vite umane sarà la crisi climatica che lui stesso ha provocato.
La seconda risposta è la guerra ai migranti, tutti o quasi profughi ambientali generati dal saccheggio del pianeta. Per ora le vittime di questa guerra sono migliaia di profughi respinti ai confini di mare e di terra di Europa, Usa o Australia e chi è solidale con loro. Ma è solo un «allenamento» per predisporci ad accettare la guerra come unico mezzo per affrontare le centinaia di milioni di profughi che la crisi climatica finirà per produrre.
La terza risposta è l’instaurazione di un regime di polizia dentro le spoglie di ordinamenti formalmente democratici, per affrontare con nuove leggi e con la forza le lotte e le rivolte che la crisi climatica e quella economica, che non mancherà di accompagnarla, creeranno nelle fu «cittadelle del benessere».
Nessuna di queste risposte – e meno che mai tutte e tre insieme – ci salverà dalla catastrofe; ma, in mancanza di una vera alternativa, esse riescono a spingere milioni di persone ad accettarle o condividerle. Ma un’alternativa c’è? E se c’è, è stata messa in campo? E se no, che cosa si aspetta a farlo?
L’alternativa è quella per cui si battono tutti coloro che prendono sul serio, e non per finta, la crisi climatica: gli scienziati del clima, il movimento dei giovani che vedono distrutto il loro futuro (Fridays for future), la rete di Extinction Rebellion, decisa a usare ogni mezzo non violento per fermare la corsa verso il baratro, i popoli indigeni che difendono le loro terre e i movimenti contadini che difendono l’integrità dei suoli. Ma i passi da compiere sono ancora, per molti di noi, inconcepibili. Innanzitutto, si tratta di abbandonare nel giro di pochi anni cose che consideriamo naturali come auto privata, aria condizionata, viaggi aerei, vacanze esotiche, crociere, grandi opere, agricoltura chimica, pasti a base di carne, e tante altre cose. Ce ne sono sì tante altre che le possono sostituire con poco sacrificio e grande vantaggio.
Ma c’è da battere l’incredulità di chi sente dire per la prima queste cose, a cui i nostri governi avrebbero dovuto porre mano da anni, invece di inseguire il mito insensato di una crescita infinita. Confutare le illusioni di chi conta che de la si possa cavare con poco è oggi il compito più urgente e difficile. I migranti vanno accolti tutti; è l’unica alternativa a una guerra di sterminio permanente. Vanno inseriti nelle nostre comunità con un lavoro nelle tante opere necessarie per combattere la crisi climatica. Se l’Europa finanziasse i progetti di conversione ecologica in base al numero di migranti impiegati avremmo una gara per accaparrarseli invece dell’attuale corsa per respingerli.
Infine, la democrazia rappresentativa non è più un baluardo contro le derive autoritarie. Per prevenire un ritorno al fascismo veicolato dal razzismo contro i migranti ormai dilagante ci vuole una grande partecipazione popolare al governo dei progetti di conversione ecologica. È questo che bisogna proporre a un nuovo governo. Qualcuno si candida a farlo?
(il manifesto, 22 settembre 2019)
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La vera farsa italiana

(Elsa Morante amava le gatte)

Nei giorni successivi alle elezioni europee del 26 maggio in rete è comparso un testo interessante di Elsa Morante, la scrittrice italiana protagonista del nostro secondo Novecento, che risulta particolarmente adatto a commentare certi comportamenti politici e privati mettendo in chiaro parallelo, se non addirittura in stato di tacita corrispondenza e similitudine, due personaggi che distano quasi un secolo l’uno dall’altro, Benito Mussolini e Matteo Salvini.

In realtà il testo utilizzato era solo la seconda parte dello scritto della Morante, mentre la prima è secondo me assai più sicura ed efficace a descrivere la tragedia che stiamo vivendo noi italiani, anzi la farsa, visto che la stessa si sta ripetendo ma che secondo Karl Marx:

“Hegel nota in un passo delle sue opere che tutti i grandi fatti e i grandi personaggi della storia universale si presentano per, così dire, due volte. Ha dimenticato di aggiungere la prima volta come tragedia, la seconda volta come farsa.” (Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte, 1852)

Quindi riporto tutto il brano della scrittrice italiana, mentre quella già utilizzata in rete partiva perlopiù da “Debole in fondo”. Inoltre il testo viene un po’ riorganizzato nei blocchi per la migliore lettura su internet.

Infine, il testo è tratto dalle Opere. Volume primo (Meridiani Mondadori, Milano 1988, pp. L-LII) ed è estratto da un quadernetto dal titolo “Diario”. (Grassetti ed evidenziazione sono miei.)

Roma 1 maggio 1945
Mussolini e la sua amante Clara Petacci sono stati fucilati insieme, dai partigiani del Nord Italia. Non si hanno sulla loro morte e sulle circostanze antecedenti dei particolari di cui si possa essere sicuri. Così pure non si conoscono con precisione le colpe, violenze e delitti di cui Mussolini può essere ritenuto responsabile diretto o indiretto nell’alta Italia come capo della sua Repubblica Sociale. Per queste ragioni è difficile dare un giudizio imparziale su quest’ultimo evento con cui la vita del Duce ha fine.
Alcuni punti però sono sicuri e cioè: durante la sua carriera, Mussolini si macchiò più volte di delitti che, al cospetto di un popolo onesto e libero, gli avrebbe meritato, se non la morte, la vergogna, la condanna e la privazione di ogni autorità di governo (ma un popolo onesto e libero non avrebbe mai posto al governo un Mussolini). Fra tali delitti ricordiamo, per esempio: la soppressione della libertà, della giustizia e dei diritti costituzionali del popolo (1925), la uccisione di Matteotti (1924), l’aggressione all’Abissinia, riconosciuta dallo stesso Mussolini come consocia alla Società delle Nazioni, società cui l’Italia era legata da patti (1935),la privazione dei diritti civili degli Ebrei, cittadini italiani assolutamente pari a tutti gli altri fino a quel giorno (1938).
Tutti questi delitti di Mussolini furono o tollerati, o addirittura favoriti e applauditi. Ora, un popolo che tollera i delitti del suo capo, si fa complice di questi delitti. Se poi li favorisce e applaude, peggio che complice, si fa mandante di questi delitti.
Perché il popolo tollerò favorì e applaudì questi delitti? Una parte per viltà, una parte per insensibilità morale, una parte per astuzia, una parte per interesse o per machiavellismo. Vi fu pure una minoranza che si oppose; ma fu così esigua che non mette conto di parlarne. Finché Mussolini era vittorioso in pieno, il popolo guardava i componenti questa minoranza come nemici del popolo e della nazione, o nel miglior dei casi come dei fessi (parola nazionale assai pregiata dagli italiani).
Si rendeva conto la maggioranza del popolo italiano che questi atti erano delitti? Quasi sempre, se ne rese conto, ma il popolo italiano è cosìffatto da dare i suoi voti piuttosto al forte che al giusto; e se lo si fa scegliere fra il tornaconto e il dovere, anche conoscendo quale sarebbe il suo dovere, esso sceglie il suo tornaconto.
Mussolini, uomo mediocre, grossolano, fuori dalla cultura, di eloquenza alquanto volgare, ma di facile effetto, era ed è un perfetto esemplare e specchio del popolo italiano contemporaneo. Presso un popolo onesto e libero, Mussolini sarebbe stato tutto al più il leader di un partito con un modesto seguito e l’autore non troppo brillante di articoli verbosi sul giornale del suo partito. Sarebbe rimasto un personaggio provinciale, un po’ ridicolo a causa delle sue maniere e atteggiamenti, e offensivo per il buon gusto della gente educata a causa del suo stile enfatico, impudico e goffo. Ma forse, non essendo stupido, in un paese libero e onesto, si sarebbe meglio educato e istruito e moderato e avrebbe fatto migliore figura, alla fine.
In Italia, fu il Duce. Perché è difficile trovare un migliore e più completo esempio di Italiano.
Debole in fondo, ma ammiratore della forza, e deciso ad apparire forte contro la sua natura. Venale, corruttibile. Adulatore. Cattolico senza credere in Dio. Corruttore. Presuntuoso. Vanitoso. Bonario. Sensualità facile, e regolare. Buon padre di famiglia, ma con amanti. Scettico e sentimentale. Violento a parole, rifugge dalla ferocia e dalla violenza, alla quale preferisce il compromesso, la corruzione e il ricatto. Facile a commuoversi in superficie, ma non in profondità, se fa della beneficenza è per questo motivo, oltre che per vanità e per misurare il proprio potere.i proclama popolano, per adulare la maggioranza, ma è snob e rispetta il denaro. Disprezza sufficientemente gli uomini, ma la loro ammirazione lo sollecita. Come la cocotte che si vende al vecchio e ne parla male con l’amante più valido, così Mussolini predica contro i borghesi; accarezzando impudicamente le masse. Come la cocotte crede di essere amata dal bel giovane, ma è soltanto sfruttata da lui che la abbandonerà quando non potrà più servirsene, così Mussolini con le masse.
Lo abbaglia il prestigio di certe parole: Storia, Chiesa, Famiglia, Popolo, Patria, ecc., ma ignora la sostanza delle cose; pur ignorandole le disprezza o non cura, in fondo, per egoismo e grossolanità. Superficiale. Dà più valore alla mimica dei sentimenti , anche se falsa, che ai sentimenti stessi. Mimo abile, e tale da far effetto su un pubblico volgare. Gli si confà la letteratura amena (tipo ungherese), e la musica patetica (tipo Puccini). Della poesia non gli importa nulla, ma si commuove a quella mediocre (Ada Negri) e bramerebbe forte che un poeta lo adulasse. Al tempo delle aristocrazie sarebbe stato forse un Mecenate, per vanità; ma in tempi di masse, preferisce essere un demagogo.
Non capisce nulla di arte, ma, alla guisa di certa gente del popolo, e incolta, ne subisce un poco il mito, e cerca di corrompere gli artisti. Si serve anche di coloro che disprezza. Disprezzando (e talvolta temendo) gli onesti , i sinceri, gli intelligenti poiché costoro non gli servono a nulla, li deride, li mette al bando. Si circonda di disonesti, di bugiardi, di inetti, e quando essi lo portano alla rovina o lo tradiscono (com’è nella loro natura), si proclama tradito, e innocente, e nel dir ciò è in buona fede, almeno in parte; giacché, come ogni abile mimo, non ha un carattere ben definito, e s’immagina di essere il personaggio che vuole rappresentare.

 

 

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Il 26 maggio voto La Sinistra

Anche stavolta votare alle elezioni europee è un esercizio difficile, quasi impossibile per tanti cittadini italiani, ma non solo. Pensiamo solo che votano anche i cittadini del Regno Unito, nonostante due anni di gestione per uscire dall’Europa, la famigerata Brexit.

In molti paesi il voto è un vero referendum dove si tratta di confermare o smentire il recente approdo a politiche di chiusura, oggi chiamate sovranismo anziché nazionalismo. In altri si cerca di limitarne l’espansione. Questo appare lo scontro principale, praticamente è in gioco la stessa esistenza dell’Unione Europea.

Certo non mancano le ragioni per cambiare la politica europea ma anche stavolta si parla poco o niente di programmi, di veri obiettivi e piani d’azione per raggiungerli. E tutto ciò nonostante i problemi enormi che tutta l’umanità deve affrontare e risolvere e la necessità di farlo su scala globale, semplicemente planetaria, quali i cambiamenti climatici, le migrazioni, le crescenti disuguaglianze e i conflitti bellici in continua espansione. Problemi tutti indissolubilmente legati, non separabili.

Personalmente non ho trovato nessun programma più chiaro e coraggioso di quello espresso da DiEM25 e che potete trovare sintetizzato nell’articolo di Yanis Varoufakis qui pubblicato due mesi fa. Radicalità, concretezza, determinazione, questi gli elementi del «New Deal per l’Europa», un progetto globale per:

1. riorganizzare intelligentemente le istituzioni esistenti nell’interesse della maggioranza,
2. pianificare un futuro postcapitalista, radicale e verde,
3. essere pronti a raccogliere i pezzi se l’Unione europea dovesse collassare.

DiEM25 è l’unico partito transnazionale, con un programma unico in tutti i paesi e si presenta in quasi tutti paesi europei, ma non in Italia, dove – dopo una serie infinita di negoziati per arrivare ad un’unica lista italiana della sinistra radicale – gli stessi iscritti hanno deciso di non partecipare come sigla alla competizione elettorale.

Però alcuni iscritti DiEM25 partecipano come candidati alle due liste che condividono il Green New Deal, cioè nelle liste dei verdi (Europa Verde) e della sinistra radicale (La Sinistra).

Io voterò La Sinistra e darò la preferenza a:
Silvia Prodi (capolista): attuale consigliera regionale Emilia-Romagna;
Andrea Bellavite: attuale sindaco di Aiello del Friuli.
(Per entrambi si può leggere il curriculum vitae cliccando qui.)

Buone elezioni europee! Ne riparliamo subito dopo.

 


 

 

 

 

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DiEM25 (2) Verso una primavera elettorale

Riporto qui sotto l’articolo di Yanis Varoufakis pubblicato sull’ultimo numero del mensile francese Le Monde Diplomatique e riprodotto nella versione italiana dell’inserto mensile del Manifesto. E’ la più autorevole e leggibile sintesi sul progetto di Diem25 di cui Varoufakis è uno dei principlai ispiratori. (Con miei grassetti e lievi formattazioni.)

Risultati immagini per yanis varoufakis

Yanis Varoufakis

Verso una primavera elettorale
di Yanis Varoufakis
La crisi finanziaria globale del 2008 – il 1929 della nostra generazione – ha innescato una reazione a catena in tutta Europa. All’inizio del 2010, aveva già minato le fondamenta dell’eurozona, portando i membri dell’establishment a rompere le proprie regole per tirar fuori dai guai i loro amici banchieri. Nel 2013, l’ideologia neoliberista che fino ad allora aveva legittimato la tecnocrazia oligarchica dell’Unione europea, dopo aver ridotto in miseria milioni di persone, si è trovata in grave difficoltà. E questo per la mera applicazione delle politiche ufficiali: il socialismo per i finanzieri e un’austerità implacabile per i più. Queste politiche sono state condotte sia dai conservatori che dai socialdemocratici.
Nell’estate del 2015, la capitolazione del governo di Syriza in Grecia ha avuto l’effetto di dividere e demoralizzare la sinistra, annientando l’effimera speranza che dei progressisti emersi dalle strade e dalle piazze potessero modificare i rapporti di forza in Europa. Da allora la collera, esacerbata dalla disperazione, ha lasciato un vuoto, rapidamente riempito da un’estremità all’altra dell’Europa dalla misantropia organizzata di un’Internazionale nazionalista molto apprezzata dal presidente statunitense Donald Trump.
Appesantita da una classe dirigente che ricorda sempre più la sfortunata repubblica di Weimar e dal razzismo alimentato dalle forze deflazionistiche, l’Unione si sta spaccando. La cancelliera tedesca sta per terminare il suo mandato e il progetto europeo del presidente francese sembra essere nato morto. Le elezioni del parlamento europeo del prossimo maggio sono l’ultima occasione per i progressisti di pesare a livello paneuropeo.
Dalla sua nascita, nel 2016, il Movimento per la democrazia in Europa 2025 (DiEm25) si è dato l’obiettivo di cogliere questa opportunità. Per prima cosa abbiamo preparato il nostro programma, il «New Deal per l’Europa». Abbiamo poi invitato altri movimenti e partiti ad arricchirlo e a dar vita con noi alla nostra Primavera europea, la prima lista transnazionale di candidati che sostengono un programma comune su scala europea. Come premessa alla discussione di questo progetto, la sinistra deve affrontare frontalmente due temi brucianti che la dividono e che indeboliscono i progressisti un po’ dappertutto nel continente: il problema delle frontiere e la questione dell’Unione.
Negli ultimi anni è successa una cosa singolare: molti cittadini di sinistra sono stati spinti a pensare che le frontiere aperte siano nocive per la classe operaia. «Non sono mai stato a favore della libertà di stabilimento», ha dichiarato più volte Jean-Luc Mélenchon (La France insoumise). Intervenendo al parlamento europeo nel luglio del 2016 sulla questione dei lavoratori distaccati, ha dichiarato che ogni volta che uno di questi arriva «ruba il pane ai lavoratori che si trovano sul posto». In seguito si è pentito di queste affermazioni, ma la sua analisi degli effetti delle migrazioni sui salari domestici non è cambiata.
Questo dibattito non è nuovo. Nel 1907, Morris Hillquit, il fondatore del Partito socialista d’America, ha presentato una risoluzione per porre fine all’«importazione deliberata di manodopera straniera a basso costo» sostenendo che «i migranti costitui[vano] senza esserne consapevoli un giacimento di crumiri». La novità di oggi è che gran parte della sinistra sembra aver dimenticato l’acuta critica di Lenin, formulata nel 1915 in questi termini: «Pensiamo che non si possa essere internazionalisti e allo stesso tempo favorevoli a tali restrizioni… Simili socialisti sono in realtà sciovinisti.»
In un articolo datato 29 ottobre 1913, Lenin aveva fornito il contesto di questo dibattito: «Non c’è dubbio che solo l’estrema povertà costringe gli uomini ad abbandonare la patria e che i capitalisti sfruttano nella maniera più disonesta gli operai immigrati. Ma solo i reazionari possono chiudere gli occhi sul significato progressivo di questa migrazione moderna di popoli. (…) Il capitalismo trascina le masse lavoratrici di tutto il modo (…) distruggendo le barriere e i pregiudizi nazionali, unendo gli operai di tutti i paesi.»
La vita della maggioranza dei cittadini può essere migliorata nel quadro delle regole esistenti
Il movimento DiEm25 riprende l’analisi di Lenin: le barriere che ostacolano la libera circolazione delle persone e delle merci sono una risposta reazionaria al capitalismo. La risposta socialista consiste nell’abbattere i muri, nel permettere al capitalismo di autodistruggersi mentre noi organizziamo la resistenza transnazionale allo sfruttamento. Non sono i migranti a rubare i posti di lavoro dei lavoratori locali, ma le politiche di austerity dei governi, che si inscrivono in una lotta di classe condotta a beneficio della borghesia nazionale.
Questo è il motivo per cui non permetteremo che una forma di xenofobia «light» contamini il nostro programma. Come ha detto Slavoj Žižek, il nazionalismo di sinistra non è una buona risposta al nazionalsocialismo. La nostra posizione sui nuovi immigrati si basa su due punti: ci rifiutiamo di distinguere tra migranti economici e rifugiati e chiediamo all’Europa di lasciarli entrare (#LetThemIn).
I compagni di molti paesi ci considerano degli utopisti. A loro avviso, Bruxelles non è riformabile. Anche se fosse vero, la migliore risposta dei progressisti sarebbe forse lavorare per la «Lexit», organizzando cioè una campagna di sinistra che abbia come obiettivo una disgregazione controllata dell’Unione?
Ho un ricordo commosso dei miei interventi in Germania, in sale piene fino a esplodere, all’indomani della capitolazione di Syriza di fronte ad Angela Merkel e alla «troika». Le persone presenti spiegavano che le decisioni riguardanti la Grecia non erano state prese in loro nome, in nome del popolo tedesco. Ricordo di quanto fossero stati sollevati nell’apprendere che DiEm25 aveva proposto la creazione di un movimento transnazionale per assumere il controllo delle istituzioni dell’Unione – Banca europea per gli investimenti (Bei) e Banca centrale europea (Bce) – e riorganizzarle nell’interesse di tutti i cittadini. Ho ancora in mente la gioia dei nostri compagni tedeschi quando è stata sottoposta loro l’idea di presentare alle elezioni europee dei candidati greci in Germania e dei candidati tedeschi in Grecia. Si trattava di dimostrare che il nostro movimento è transnazionale e che intende appropriarsi qui e ora delle istituzioni dell’ordine neoliberista. Non per distruggerle, ma metterle al servizio della maggioranza dei cittadini a Bruxelles, a Berlino, ad Atene e a Parigi. Ovunque.
Ora immaginate, al contrario, come si sarebbero sentiti se avessi tenuto il seguente discorso: «L’Unione non è riformabile e deve essere sciolta. Noi greci dobbiamo ripiegare sul nostro Stato-nazione e cercare di costruire il socialismo nel nostro paese. Spetta a voi fare lo stesso qui in Germania. Poi, quando avremo vinto, le nostre delegazioni si incontreranno per discutere la collaborazione tra i nostri nuovi Stati sovrani progressisti.» Senza ombra di dubbio, i nostri compagni tedeschi avrebbero perso ogni slancio e sarebbero tornati a casa demoralizzati alla prospettiva di affrontare l’establishment tedesco come tedeschi e non come membri di un movimento transnazionale.
Se la mia analisi è corretta, poco importa che l’Unione sia riformabile o meno. Ciò che conta è presentare proposte concrete su quello che intendiamo fare delle istituzioni europee. Non proposte stravaganti o utopiche, ma descrizioni dettagliate delle iniziative che attueremo in settimana, il mese successivo e nel corso dell’anno, nel quadro delle normative vigenti e con gli strumenti esistenti. Per esempio, come ridefiniremo il ruolo del cosiddetto Meccanismo europeo di stabilità (Mes), come riorienteremo la politica di «allentamento quantitativo» (quantitative easing) della Bce, come finanzieremo, immediatamente e senza introdurre nuove tasse, la transizione ecologica o una campagna di lotta alla povertà.
Perché proporre un programma così dettagliato? Per mostrare agli elettori che esistono delle soluzioni, anche all’interno delle regole stabilite per servire gli interessi del 1 % che sta meglio.
Naturalmente, nessuno – men che meno noi – si aspetta che le istituzioni dell’Unione accettino favorevolmente le nostre proposte. Quello che vogliamo è che gli elettori vedano cosa si potrebbe fare al posto di ciò che viene fatto, così che possano smascherare la classe dirigente senza orientarsi verso la destra xenofoba. Questo è l’unico modo, per la sinistra, di superare i suoi limiti attuali e di costruire un’ampia coalizione progressista.
Il «New Deal per l’Europa» ha esattamente questo obiettivo: dimostrare che la vita della maggioranza dei cittadini può essere migliorata a brevissimo termine nel quadro delle regole e delle istituzioni esistenti; delineare i contorni della trasformazione di queste istituzioni, mettendo in atto un processo costituente che, nel lungo periodo, porterà a un’Assemblea europea democratica chiamata a sostituire i trattati esistenti. Infine, bisognerà far vedere come i meccanismi che metteremo in atto fin dal primo giorno potrebbero aiutarci a raccogliere i pezzi se, nonostante i nostri sforzi, l’Unione dovesse disintegrarsi.
Sono in molti a parlare dell’importanza della transizione ecologica. Ma nessuno dice da dove verrà il denaro né chi stabilirà come usarlo. La nostra risposta è chiara: tra il 2019 e il 2023, l’Europa ha bisogno di investire 2.000 miliardi di euro in tecnologie verdi, energia verde, ecc. Noi proponiamo che la Bei emetta per quattro anni un volume di bond supplementari pari a 500 miliardi di euro. Allo stesso tempo, la Bce dovrà annunciare che, se il loro valore crollasse, li riacquisterebbe sul mercato secondario dei titoli obbligazionari. Tenuto conto di questo annuncio e della sovrabbondanza di risparmi in tutto il mondo, la Bce non dovrà sborsare neanche un euro, poiché tutti i suoi titoli saranno immediatamente sottoscritti. Sul modello dell’Organizzazione per la cooperazione economica europea (Oece) – antenata dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) – creata nel 1948 per distribuire gli stanziamenti del piano Marshall, una nuova Agenzia europea per la transizione ecologica canalizzerà questi fondi verso progetti verdi su tutto il continente.
Va osservato che questa proposta non richiede alcuna nuova tassa, si appoggia su titoli obbligazionari europei già esistente (ad esempio i bond della Bei) ed è del tutto legale in base alle norme vigenti. Lo stesso vale per altre proposte del nostro «New Deal» relative alle misure da attuare immediatamente.
Ad esempio, il nostro fondo anti-povertà. Noi proponiamo che i miliardi di utili del Sistema europeo delle banche centrali (Sebc), in particolare i profitti derivanti dai titoli acquistati nel contesto dell’allentamento quantitativo, siano utilizzati per garantire a ogni cittadino cibo, un tetto e la sicurezza energetica.
Un altro esempio: il nostro piano per ristrutturare il debito pubblico dell’eurozona. La Bce dovrà fare da mediatrice tra i mercati finanziari e gli Stati per ridurre il peso della totalità del loro debito senza stampare denaro e senza che la Germania paghi di tasca sua o sia costretta a garantire il debito pubblico dei paesi più indebitati.
Come dimostrano questi esempi, il nostro «New Deal» combina misure che richiedono un’alta competenza tecnica, applicabili nel quadro esistente dell’Unione, e una rottura radicale con l’austerity e con la logica del «salvataggio» imposto dalla funesta «troika».
Inoltre, esso prevede delle istituzioni che preparino il terreno per un futuro europeo postcapitalista. È il caso ad esempio di una proposta di socializzazione parziale del capitale e dei profitti derivanti dall’automazione: il diritto delle grandi imprese di operare nell’Unione sarà subordinato al trasferimento di una percentuale dei loro utili in un nuovo Fondo azionario europeo. I dividendi di queste azioni finanzieranno poi un reddito di base universale versato a tutti, indipendentemente da altre prestazioni sociali, sussidi di disoccupazione, ecc.
L’unità della sinistra è cruciale, ma non si deve ottenere a scapito della coerenza
Un altro esempio della radicalità delle nostre proposte: la riforma dell’euro. Prima di impantanarci nei cambiamenti da apportare agli statuti della Bce, noi prevediamo di creare una piattaforma di pagamento digitale pubblica garantita da quelle dei servizi fiscali di ciascun paese dell’eurozona. I contribuenti avranno così la possibilità di acquistare dei crediti fiscali digitali utilizzabili per effettuare delle transazioni tra loro o per pagare le imposte godendo di consistenti sgravi fiscali. Questi crediti saranno denominati in euro e potranno essere trasferiti solo tra i contribuenti di uno stesso paese, cosa che impedirà brusche fughe di capitali.
Allo stesso tempo, i governi potranno creare una quantità limitata di questi euro fiscali per destinarli ai cittadini bisognosi o per finanziare progetti pubblici. Gli euro fiscali permetterebbero ai governi sotto pressione di stimolare la domanda, di diminuire il loro debito, di ridurre l’onnipotenza della Bce e di evitare il costo di un’uscita dall’euro o della sua disintegrazione.
Nel lungo termine, queste piattaforme di pagamento digitali pubbliche potrebbero costituire un sistema regolamentato di euro specifici per ciascun paese, che funzionerebbe come una camera di compensazione internazionale. Sarebbe di fatto una versione modernizzata del sistema di Bretton Woods così come era stato immaginato da John Maynard Keynes nel 1944, sistema che purtroppo non è mai divenuto realtà.
Per riassumere, il nostro «New Deal per l’Europa» è un progetto globale per:
1. riorganizzare intelligentemente le istituzioni esistenti nell’interesse della maggioranza,
2. pianificare un futuro postcapitalista, radicale e verde,
3. essere pronti a raccogliere i pezzi se l’Unione europea dovesse collassare.
La sinistra ha due nemici: la mancanza di unità e l’incoerenza. L’unità è cruciale, ma non si deve ottenere a scapito della coerenza. Prendiamo, ad esempio, lo stato del Partito della sinistra europea. Come possono i suoi membri chiedere il voto degli elettori il prossimo maggio, quando in Grecia è rappresentato da un partito che, al governo, sta attuando il programma di austerity più brutale nella storia del capitalismo e in paesi come la Francia e la Germania molti dei suoi dirigenti sono euroscettici?
Degli amici di sinistra ben intenzionati ci chiedono perché DiEm25 non si allea con La France insoumise di Jean-Luc Mélenchon e, in Germania, con il movimento Aufstehen (In piedi) di Sahra Wagenknecht e di Oskar Lafontaine. La ragione è semplice: perché il nostro dovere è costruire l’unità sulla base di un umanesimo radicale, razionale e internazionalista. Questo significa un programma radicale comune per tutti gli europei e una politica a favore di un’Europa aperta, che consideri le frontiere come delle cicatrici sul pianeta e dia il benvenuto ai nuovi arrivati. Su questa base minima non si può transigere.
Il nostro appello all’unità si fondava su un’idea semplice: DiEm25 invitava tutti i progressisti a essere coautori del nostro «New Deal per l’Europa». L’appello è stato ascoltato. Génération·s (Francia), Razem (Insieme, Polonia), Alternativet (Danimarca), Democrazia e autonomia (Italia), MeRa25 (Grecia), Demokratie in Europa (Germania), Der Wandel (Il cambiamento, Austria), Actúa (Spagna), Livre (Libero, Portogallo) si sono uniti a noi. Altri sono sul punto di farlo. Insieme abbiamo costituito la coalizione della Primavera europea, che presenterà i suoi candidati alle elezioni del prossimo maggio.
Il nostro messaggio all’establishment autoritario europeo è il seguente: vi resisteremo attraverso un programma radicale più sofisticato del vostro sul piano tecnico. Il nostro messaggio agli xenofobi fascistoidi: vi combatteremo dappertutto.
Il nostro messaggio ai compagni dalla sinistra europea, di La France insoumise, ecc.: da noi potete aspettarvi una ferma solidarietà, nella speranza che un giorno le nostre strade convergeranno al servizio di un umanesimo radicale e transnazionale.
(il manifesto online, 14 marzo 2019)

 

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L’invenzione del Tav e le comiche attuali

Finalmente Guido Viale sul Tav, sul Manifesto di oggi (dove sennò?).

La discussione sul Tav, chiamiamola pure così, è chiaro che non ha per oggetto un treno, quel treno, ma qualcos’altro che aggrega forze economiche e politiche apparentemente maggioritarie, ma non per questo perfettamente illuminate o incontrovertibili. Non è un caso se sono quelle forze che ci hanno governato, più o meno alternativamente, in questi trent’anni.

Siamo di fronte ad una lunga costruzione che in molti anni è diventata e viene proprio presentatata come un feticcio. E i feticci vanno smascherati, decostruiti, abbattuti. Ora io non credo sia possibile in quest’Italia vincere la battaglia contro questo feticcio, ma è una battaglia da non lasciar fare solo alla grande maggioranza o – peggio ancora – all’interno dell’attuale maggioranza di governo. Bisogna opporsi a questo Tav e fare di questa battaglia l’oggetto per un altro progetto di vita, di civiltà, nazionale e oltre.

(Grassetto ed evidenziazioni sono miei.)

Guido Viale

La lunga guerra dei 30 anni che allunga il Tav
di Guido Viale
Come mai un moscerino come il Tav (“ma è solo un treno!” diceva Bersani) è diventato un elefante intorno a cui si giocano le sorti di governo, sviluppo, benessere e buon nome della nazione? Difficile capirlo da giornali e Tv.
Sono tutti in mano all’Union sacrée SìTav tra Meloni, Salvini, Zingaretti e Berlusconi; più Confindustria, sindacati, bocconiani e madamine. Un’Unione sacra si fa per andare in guerra; e infatti, sul Tav Torino-Lione c’è una guerra dei Trent’anni: dai ’90 del secolo scorso a oggi.
Tre precisazioni: il Tav è un treno; così lo chiamano i valsusini, i loro amici e i documenti tecnici, che loro conoscono bene; la Tav lo dicono invece i suoi supporter, per mancanza di rapporti sia con i valligiani che con i documenti tecnici. Poi il Tav Torino-Lione non è un treno ad alta velocità, ma ad alta capacità, per il trasporto di merci e, in subordine, passeggeri: ma alla velocità di convogli merci lunghi un chilometro e con 2000 tonnellate di carico. Eppure, tra i giornalisti di Repubblica c’è chi sostiene che i 5Stelle non vogliono “la Tav” perché sono contro la velocità, cifra irrinunciabile della modernità. Infine, il Tav Torino-Lione non è solo una galleria di 57 chilometri, cuore di quella guerra: è anche la tratta dalla galleria a Lione, che non sarà progettata prima del 2038 né realizzata prima del 2050, rendendo del tutto inutile la galleria superveloce, se mai verrà ultimata prima; e la tratta verso Torino, che non si sa ancora da dove dovrebbe passare. Effetto analogo: rende inutile la galleria.
In questa guerra gli avversari si sono costruiti nel corso del tempo. Trent’anni fa, all’idea di far attraversare da una nuova ferrovia ad alto impatto una valle lunga e stretta, già gravata da una strada statale, un’autostrada, una linea ferroviaria e un elettrodotto ad altissima tensione, la popolazione era insorta. Nel conflitto –cariche, arresti, denunce, calunnie non sono mai mancate: tutte da parte dei “galleristi” – si sono andati costituendo cultura e vita quotidiana di una vera comunità; anche grazie a una capillare informazione: non solo su quel treno, ma sull’intero futuro del pianeta. Per questo oggi i valsusini sono la popolazione più acculturata d’Italia. Cultura diffusa vuol dire democrazia, scelte consapevoli; proprio quello che ha scatenato governi e opposizioni contro la valle.
Unica eccezione, i 5Stelle, che ne hanno sostenuto le lotte. Ma la democrazia colta e radicata di una comunità in lotta non è quella di un comico un po’ bollito. Molti hanno spinto perché il movimento si identificasse con i seguaci di Grillo, che, dopo la sua prima affermazione elettorale, ingiungeva ai NoTav di abbassare le loro bandiere, perché da quel momento la bandiera della valle sarebbero state le 5Stelle. Per fortuna non è andata così. Dietro bandiere e striscioni NoTav erano andate nel frattempo raccogliendosi tutte le mobilitazioni in atto nel paese. NoTav è diventato il riferimento di tutte le lotte contro le Grandi opere, i Grandi eventi, i Grandi sprechi: una minaccia mortale per un capitalismo che ormai vive quasi solo di queste cose. Ecco perché alla fine il moscerino è diventato elefante.
Poi c’è la storia dell’altro fronte di questa guerra: l’idea di un Tav Torino-Lione era nata per i passeggeri, auspice la Fiat che con Impregilo, allora sua controllata, si era già accaparrata senza gara la tratta AV Torino-Milano. Ma era subito apparso chiaro che per riempire quel treno i passeggeri non c’erano né ci sarebbero mai stati; così, pur di farlo, il progetto era stato convertito al trasporto merci. Che bisogno ci fosse di una galleria da alta velocità per trasportare merci che se hanno fretta viaggiano in aereo, e se viaggiano in treno non hanno fretta, non è chiaro. Per spiegarlo erano state inventate quantità esorbitanti di merci in attesa di andare in Francia dall’Italia (o viceversa): stime sballate e poi rimangiate dagli stessi promotori. Che nel frattempo erano però riusciti a inserire quel “Tav non più Tav” in una rete di trasporto (Tnt-T) disegnata con il pennarello dalla Commissione europea, non diversamente da come Berlusconi aveva presentato il suo programma di Grandi opere nel salotto di Bruno Vespa; e la tratta Torino-Lione era così entrata in un fantomatico “corridoio” Lisbona-Kiev che c’è solo nelle menti dei SìTav, perché 4/5 delle tratte per completarlo né ci sono né saranno mai progettate e lungo quel percorso non ci sono né mai ci saranno merci o passeggeri da trasportare.
Ma la Commissione ha stanziato un budget per coprire i costi di un pezzo di galleria (il resto è quasi tutto a carico del bilancio italiano, perché la Francia ne ha scaricato i costi sull’Italia, che pur di farla non bada a spese). Quei soldi europei sono ora l’unica ragione per cui il Tav Torino-Lione “si deve fare”: non la fretta dei passeggeri, che ormai viaggiano in aereo; non la quantità delle merci, che non giustificano una seconda linea ferroviaria (quella che già c’è basta e avanza); non l’ambiente (cioè la riduzione delle emissioni del trasporto su gomma: la tangenziale di Torino, con o senza Tav, ne produce e continuerà a produrne cinque volte più della Valle).
Peraltro, per dimezzare le emissioni del trasporto su strada, come calcolate dalla vituperata analisi costi-benefici del prof. Ponti, bisogna che il treno si sostituisca ai Tir non solo nel varcare le Alpi, ma dall’origine alla destinazione dei viaggi, per centinaia o migliaia di chilometri. Ma le merci dell’Italia non viaggiano in treno non perché manca una galleria ferroviaria veloce tra Bussoleno e Saint Jean de la Maurienne, ma perché, come ha spiegato Sergio Bologna – e il prof. Ponti, pontefice dei trasportisti, dovrebbe saperlo – mettere insieme il carico di un treno è molto più complicato che caricare cento camion: richiede competenze e organizzazioni che in Italia mancano; proprio ciò a cui dovrebbe dedicarsi un’imprenditoria intelligente che cerca invece di sopravvivere con Grandi opere. Ma non saranno certo le madamine dell’«andiamo avanti» a promuovere quel cambio di rotta.
(il manifesto, 12 marzo 2019)
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DiEM25 (1) Verso le elezioni europee

Mancano 77 giorni alle elezioni europee del 26 maggio e a sinistra se ne parla da mesi ma con esiti per nulla certi. Riporto qui l’intervista di Lorenzo Marsili di DiEM25 al Manifesto di oggi. (Le evidenziazioni sono mie, ma l’intervista va letta attentamente tutta.)

Lorenzo Marsili e Yanis Varoufakis

Diem alla sinistra: tutti nella piattaforma Primavera Europea
di Daniela Preziosi
A Lorenzo Marsili, classe 1984, filosofo, giornalista – in uscita per Laterza La tua patria è il mondo intero – fondatore con Yanis Varoufakis del movimento DiEM25, chiediamo perché la lista per le europee con De Magistris e Potere al popolo, e altri, è saltata. «Il piano era di lanciare con il sindaco di Napoli una nuova proposta politica all’indomani del disastro delle elezioni, partendo da DiEM25 e DemA. C’era già un nome – Demos – e una data di lancio – il 2 giugno – per radicare la proposta nei territori e poi allargare» – risponde. «All’ultimo ha prevalso la paura, una bestia che la sinistra italiana ha interiorizzato. E invece di un progetto nuovo da Napoli sono partiti i vecchi tavoli per l’unità della sinistra. È uno schema in cui abbiamo tenuto un profilo basso, proponendo di trovare un accordo fra forze ecologiste, civiche e di sinistra attorno a un programma chiaro. Ci siamo allontanati in punta di piedi quando l’operazione è divenuta tragicamente incoerente».
C’è stato un problema con i “sovranisti”?
Si chiamano nazionalisti. Di destra o di sinistra. Pensare di presentare una lista senza una posizione chiara proprio sull’Europa è assurdo. Colpisce quanto poco interessi la credibilità dei programmi. È come se fossero tutti intimamente convinti che non governeranno mai.
Quella lista era costruita intorno a De Magistris. Alla sinistra radicale manca un leader?
In Guerre Stellari è l’Impero ad avere un leader monocratico. La Repubblica è difesa da una prima linea di Jedi. Sono ragionevoli le teorie populiste sulla centralità elettorale del leader. Ma l’uomo solo al comando in Italia lo conosciamo bene e ha fatto solo danni. De Magistris sta facendo un ottimo lavoro a Napoli. Spero il Pd capisca che il futuro in Campania passa da lì e non dalla figura grottesca di De Luca.
Ora avete un ‘piano b’ per le europee?
Un largo spettro di forze era disponibile a sostenere le proposte del Green New Deal, il piano che abbiamo elaborato con alcune delle migliori intelligenze internazionali e condiviso con Bernie Sanders. Su questa base è parso possibile costruire una proposta nuova, capace di tenere insieme esperienze ecologiste e progressiste. Sarebbe stata la novità delle europee, un vero terzo spazio contro establishment e nazionalismi. Ma è naufragata sul veto dei Verdi italiani verso Sinistra italiana, una realtà nonostante tutto impegnata ad aiutare chi salva vite in mare con Mediterranea.
Le forze politiche hanno anche una storia. Alle fine voi quindi starete fuori?
Tenteremo una cosa mai fatta prima. Non ci rassegnamo ai veti di una generazione precedente. Sosterremo entrambe, la lista verde e la lista rossoverde. Il 21 marzo lanceremo in Italia Primavera Europea, la piattaforma che ci porterà al voto e con cui prepareremo la nostra proposta per amministrative e nazionali. Siamo felici che gli “autoconvocati” di LeU si uniscano a noi. Invitiamo Sinistra Italiana e Possibile, e chi altro vorrà, a fare sbocciare insieme una nuova storia il primo giorno di Primavera. Vedremo poi se riusciremo a presentarla già alle europee, ma c’è una legge elettorale liberticida. Il punto però non è sfangare un appuntamento elettorale, ma ricostruire una speranza capace di entusiasmare.
Diem 25 è nata sull’idea sovranazionale. Come vi presentate negli altri paesi?
Abbiamo bisogno di partiti, sindacati e piazze europee. DiEM25 ha lanciato il sasso e presenterà alle urne in dieci Paesi un unico programma, un’unica campagna elettorale. Anche in Italia, dove conta 11mila iscritti e molti gruppi locali, consiglieri comunali e regionali.
Varoufakis inizia la sua traiettoria politica dal governo Tsipras, uscendone alla vigilia degli accordi con l’Ue. Come giudicate oggi l’esperienza di Tsipras?
Il governo Tsipras fu messo all’angolo non da un’astratta idea di Europa ma da 19 capi di stato nazionali fra cui il socialista Hollande e Matteo Renzi. Il centrosinistra di governo non mosse un dito per aiutare la lotta del popolo greco e cambiare le politiche economiche europee. Penso che il Memorandum con la Troika non andasse firmato, seppure comprendo l’enorme pressione di quei momenti. Ma il risultato è sotto gli occhi di tutti: una crisi umanitaria senza fine.
(il manifesto, 9 marzo 2019)

 

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Verso Norimberga (2) Cosa succede in Libia?

Salvini – come tanti tanti altri – non eviterà Norimberga grazie al voto del Senato italiano. Norimberga non è il sinonimo di un processo puntuale, ma la fine ancora lontana di una brutta storia. Quanto brutta? Con questa nota di Roberto Saviano siamo solo all’inizio. Prepariamoci a leggere di tutto.

Perché 700mila persone sono tenute prigioniere in Libia

Perché 700mila persone sono tenute prigioniere in Libia
di Roberno Saviano

Tanti sono i migranti che non possono andare da nessuna parte, neppure a casa. Vittime dei clan e della nostra ipocrisia. Vi spiego il vero motivo per cui calano gli sbarchi

Ogni mese su Radio Radicale andrà in onda una trasmissione che si chiama Voci dalla Libia. Andrea Billau si collegherà telefonicamente con migranti che in Libia sono chiusi nei centri di detenzione o che vivono solo apparentemente in una condizione di libertà, ma che si trovano in un Paese che per loro è una prigione a cielo aperto. Con Billau c’è Michelangelo Severgnini, film-maker che nel 2017 ha realizzato “Schiavi di riserva”, documentario in cui ha intervistato tre ragazzi africani sbarcati a Pozzallo che hanno raccontato cosa accade in Libia, realmente. Severgnini ha trovato il modo di entrare in contatto con i migranti che si collegano a Internet sul suolo libico e ha messo in piedi un progetto che consiglio di seguire, si chiama Exodus – Fuga dalla Libia, ed è disponibile on line.

Proverò a spiegare perché è importante avere a che fare con queste storie e perché non ci possiamo permettere di ignorarle. Quello che in genere facciamo è parlare di migranti, parlarne bene o parlarne male, spiegando o strumentalizzando il fenomeno migratorio, ma mai a essere protagoniste sono le voci di chi nell’inferno libico è rinchiuso, senza avere via d‘uscita. Da un lato la retorica dei porti chiusi, dall’altra la necessità di mostrarsi umani, ma prima di tutto questo c’è la Libia, un luogo in cui sono costrette oltre 700 mila persone che vorrebbero andar via, magari anche per tornare a casa, ma a cui viene impedito. Perché? Voci dalla Libia ed Exodus spiegano proprio questo: perché dalla Libia, 
chi arriva, non può più uscire.

Billau e Severgnini chiamano al telefono un ragazzo di cui non conosciamo l’identità. Sappiamo che è partito dal Sud Sudan nel 2013, quando è scoppiata la guerra civile, ed è rimasto per cinque anni in Egitto dove ha lavorato e messo da parte del denaro.

Cinquemila dollari che gli sono serviti per oltrepassare il confine tra Egitto e Libia. È entrato in Libia a giugno del 2018 ed è stato 5 mesi in carcere. Il 6 novembre si è imbarcato per venire in Italia. I migranti avevano un telefono satellitare con cui hanno chiamato la Guardia costiera italiana che aveva assicurato che sarebbe giunta in soccorso entro due ore. Ad arrivare, invece, è stata la Guardia costiera libica che ha portato tutte le persone presenti sull’imbarcazione in un centro di detenzione dove, avevano detto, sarebbero state prese in carico dall’Unhcr. Ma non è andata così: sono stati legati in uno spazio stretto, hanno avuto da mangiare un po’ di pasta nei primi giorni, poi niente cibo nei successivi sei. Per essere liberati dovevano pagare un riscatto di 11 mila dollari. Lui, il ragazzo del Sud Sudan, ha potuto pagare quella somma chiedendola alla famiglia (questi soldi vengono raccolti chiedendo prestiti che le famiglie ripagheranno per generazioni), ma molti suoi compagni di viaggio e di prigionia no. Ha una mano rotta per i maltrattamenti subiti, ma non può sperare di essere curato perché se si dovesse recare in un ospedale pubblico lo rinchiuderebbero di nuovo in un campo di prigionia.

Ma perché 700 mila persone sono prigioniere in Libia? Perché sono un bancomat, perché i migranti che entrano in Libia per raggiungere l’Italia sono un affare dal momento esatto in cui mettono piede sul suolo libico. Da loro e dalle loro famiglie si estorce denaro quando gli si promette un viaggio facile e veloce nei Paesi di origine, si estorce denaro quando diventano prigionieri sul suolo libico, quando si mettono in mare e anche quando vengono riportati in Libia per ricominciare tutto daccapo. Le partenze dalla Libia e gli sbarchi in Italia, ci dicono queste testimonianze, non sono diminuiti per il lavoro disumano dei nostri incapaci governanti, ma perché per la Libia i migranti sono una risorsa e fanno bene attenzione a non dissiparla. Ma la voce di ciò che la Libia è diventata si è sparsa e ha raggiunto anche i Paesi di partenza, allora si parte meno e quindi ci sono meno arrivi. Meno arrivi significa meno soldi e questo spiega come mai la Guardia costiera libica sta lavorando bene come mai è accaduto prima.

Oggi il problema è la Libia che è un luogo di tortura dove si è ridotti in schiavitù e da dove i 700 mila migranti che si trovano attualmente in stato di prigionia vogliono fuggire. Fuggire anche per tornare da dove sono partiti. Fuggire anche abbandonando il sogno di venire in Europa.

(L’Espresso, 20 febbraio 2019)

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Verso Norimberga (1) L’inizio

(il manifesto, 30 gennaio 2019)
RISVEGLISalvini alla Camera dei deputati, 30 gennaio 2019

Per documentazione metto il link alla lettera del Ministro degli interni pubblicata oggi dal Corriere della Sera. Adesso non vuole più andare in giudizio e spera che qualcuno lo salvi. Vedremo.

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“Non siamo pesci”

Oggi, con esemplare chiarezza, è Marco Revelli che scrive perché il ministro dell’interno non può dire e fare impunemente ciò che vuole. In effetti, non si tratta solo di fermare “il  Truce” – “che è un razzista, uno xenofobo attivo, e un furbo fesso” – come lo definiva Giuliano Ferrara il 30 luglio 2018, ma un intero processo che abbiamo già visto o letto nella storia italiana di quasi un secolo fa. (Grassetto e evidenziazione sono miei.)

Salvini e i galoppini a 5 stelle: una sfida alla democrazia
di Marco Revelli
Un ministro dell’interno che delinque è un oltraggio per il proprio Paese. Un segno di vergogna che ci accompagna ovunque andiamo. Un ministro dell’interno che oltre a delinquere irride la giustizia del proprio Paese, dichiara di infischiarsene dei giudici e promette di reiterare il reato, è qualcosa di peggio. È una sfida vivente alla nostra democrazia e alla Costituzione che la garantisce. Una sfida che deve essere accettata e vinta, pena la caduta irrimediabile in un limbo della civiltà senza uscita.
Forse Matteo Salvini fa il gradasso perché sa che la sua banda lo tutelerà in Parlamento, che con la complicità della sua maggioranza di governo si salverà dal giudizio del Tribunale dei ministri. Possibile. Anzi probabile. Ma sappia che prima o poi ci sarà una Norimberga. Che quei crimini contro l’umanità, consumati o minacciati, non resteranno ingiudicati e impuniti, quando l’umanità ritornerà in sé, e il consenso degli accecati non basterà più a far da scudo agli specialisti del disumano.
Non sono solo i 177 della Diciotti, sequestrati come fossero un carico di bestiame e segregati contro la loro volontà e contro ogni principio politico e morale; e nemmeno i 47 della Sea Watch messi a rischio della vita per un basso calcolo politico e elettorale. Nel conto ci sono anche i 100 ricacciati indietro dal «moderato» Conte, il devoto di padre Pio che ha fatto il miserabile miracolo di spedire nelle piccole Auschwitz libiche chi dichiarava di preferire morire che ritornare in quell’inferno, e che pure pretende di aver compiuto un atto di beneficenza.
Né possono chiamarsi fuori i galoppini 5 Stelle, quelli che gridavano «Onestà Onestà» e ora nicchiano e tacciono sull’immunità parlamentare per quello che ha stracciato il diritto positivo e quello naturale, violando Costituzione e convenzioni internazionali. Per tutto questo i colpevoli dovranno pagare il proprio prezzo alla giustizia, perché non c’è ragione politica o Ragion di Stato che tengano: l’argomento di chi sostiene che tutto ciò rientrava nel campo della discrezionalità di governo è ridicola, come se si vivesse ancora nell’epoca dell’assolutismo, quando il sovrano era legibus solutus e non si fosse ancora affermato lo Stato di diritto, dove un reato – tanto più se penalmente grave come il sequestro di persona o la messa a rischio della vita di decine di innocenti – resta un reato, anche se commesso dal titolare del potere.
Il cerchio perverso dell’abuso di potere va spezzato. Perché se l’ostentazione plateale della brutalità non viene sanzionata, diventa virale. Contagiosa come una febbre maligna. Quanto accadde all’origine del fascismo insegna. Se restasse impunita otterrebbe una legittimazione che apre al consenso.
Per questo si impone, oggi, una mobilitazione eccezionale, all’altezza della gravità dei tempi. L’appello «Non siamo pesci» affinché venga immediatamente istituita una Commissione parlamentare d’inchiesta sulle stragi in mare è un primo passo importante. Un’occasione – un dovere – per tutti di schierarsi. E oltre l’appello la presa di parola, in ogni ambito della società si operi, dai media alle professioni, dall’università ai tribunali, dall’associazionismo alle realtà territoriali e di lavoro.
(il manifesto, 26 gennaio 2019)
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“Ci sarà una Norimberga per queste stragi”

Quello che sta accadendo in tema d’immigrazione e le politiche che si stanno attuando non mi sono solo inaccettabili ma perfino incredibili. Certo l’attuale impotenza di noi buonisti viene da lontano, come non bastano invettive o maledizioni di stampo verdiano per cambiare minimamente il corso delle cose. Ma intanto io assumo in pieno il finale di questo articolo di Donatella Di Cesare come una previsione, quindi l’inizio di un cambiamento reale delle cose. (Grassetto ed evidenziazioni sono miei.)

Come trasformare anche la vittima in carnefice
di Donatella Di Cesare
Gommoni vuoti e vite consegnate per sempre agli abissi. Di chi è la colpa? Chi chiamare in causa? Perché, certo, se quei corpi non fossero scomparsi così nelle acque, senza quasi lasciare traccia, se fossero insepolti, l’uno accanto all’altro, nello spasimo dell’ultimo respiro, nello strazio della speranza sfuggita, la strage sarebbe mediaticamente più vistosa.
Com’è facile lasciar morire grazie alla complicità del mare! Poi diventa agevole presentarsi con il volto ipocrita e cinico del governante innocente sollevando da ogni peso il pubblico grato dei votanti.
Basta ricorrere ad una strategia narrativa ormai da tempo collaudata: usurpare alla vittima persino la sua condizione, farne un carnefice. I veri colpevoli sarebbero, dunque, gli africani – mentre gli europei, in primo luogo gli italiani, subirebbero il crimine. Quale? Ad esempio la «sostituzione etnica» divulgata dai complottisti giallobruni. È un bel conforto non solo essere scagionati da ogni colpa, ma venire addirittura proclamati «vittime». Questa inversione delle parti è stata reiterata senza pietà e senza scrupoli.
Già gli ultimi governi hanno inaugurato l’ignobile formula «traffico di esseri umani». Ignobile per due motivi. Anzitutto perché riduce il fenomeno complesso della migrazione a un trasferimento coatto, come se i migranti fossero esseri subumani, incapaci di intendere, quasi oggetti, pacchi. Sennonché, anche in quei casi estremi in cui sono sottoposti al raggiro, al ricatto, i migranti mantengono il margine di scelta – fosse pure quello di chi rischia la morte nella certezza che non esistano altre vie d’uscita. Ma quella formula è ignobile anche perché consente di eludere ogni responsabilità addossandola a un paio di «scafisti», «negrieri», «trafficanti», unica vera causa della migrazione. Se ci sono, come sempre, coloro che traggono profitto dalle disgrazie altrui, molti dei cosiddetti «trafficanti» sono i migranti stessi, timonieri improvvisati dei barconi, che poi finiscono in galera. Accusato di essere il «capitano» del gommone, rovesciatosi in modo maldestro, era Abdullah Kurdi, il padre del piccolo Alyan, il bambino la cui immagine ha impietosito e indignato per un po’.
La gestione poliziesca dei respingimenti, assurta nel frattempo a politica dei porti chiusi, può essere dunque spacciata per «guerra ai trafficanti». L’ipocrisia giunge al punto di ergersi a liberatori dei migranti, da un canto criminalizzati, dall’altro considerati individui affetti da minorità.
Importante è contenere la responsabilità entro i confini africani. Colpa loro, se si sono mossi – ognuno, si sa, dovrebbe restare al suo posto; colpa loro, se si sono affidati allo «scafista» di turno. Perché vengono a chiedere aiuto? Soccorrerli? Non se ne parla. Se affondano, hanno quel che si meritano. La cosa non ci riguarda. Noi non c’entriamo. Al crimine dei «trafficanti», che li hanno portati (o «deportati» nel gergo complottista), si associano le Ong, quei «taxi del mare» che soccorrono impunemente.
Questo racconto, che inverte abilmente le parti, ha anche il pregio di coprire la guerra non dichiarata ai migranti, combattuta grazie al semplice potere biopolitico di lasciar morire. Così si tenta di negare e cancellare a priori ogni colpa.
Tutto ciò è agevolato dalla frantumazione della responsabilità che caratterizza il mondo globalizzato. La serie di cause concatenanti si allunga e impedisce di vedere gli effetti delle proprie azioni. Come non è lecito usufruire a cuor leggero di beni a basso prezzo, costati lo sfruttamento disumano, così non si può essere indifferenti alla vendita d’armi compiuta più o meno sottobanco dalla propria nazione. I vantaggi di cui si dispone qui sono all’origine del malessere, dell’agonia, della morte, dall’altra parte del mondo. L’interdipendenza della società planetaria richiederebbe semmai un sovrappiù di responsabilità.
Non vedere non significa essere innocenti. Aver esternalizzato la violenza contro i migranti, grazie all’accordo con la Libia, non scagiona i cittadini italiani. Potranno dichiararsi inconsapevoli, ma sono già colpevoli. Un velo di lutto, mestizia, malinconia, avvolge questo paese e si estende ormai anche a chi alle vittime si rifiuta di pensare. Ci sarà una Norimberga per queste stragi e i veri responsabili saranno chiamati davanti al tribunale della storia.
(il manifesto, 22 gennaio 2019)

 

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