La Città Futura

il progetto rossoverde per Portogruaro
 

Da Fermi a intelligenti

3 aprile 2011
Pubblicato da Adriano Zanon

Breve storia del nucleare italiano

Quarant’anni fa, nella primavera del 1971, le classi quinte di elettrotecnica dell’ITIS “Leonardo da Vinci” di Portogruaro andarono in gita scolastica alla centrale elettronucleare di Latina, il top della tecnologia di loro interesse. In quella gita c’ero anch’io. Ricordo bene la centrale nucleare, un posto dove – a differenza di Roma, la base ludica della gita – non tornai più. E’ passato tanto tempo, ma ricordo in particolare quando, ad un certo punto, la nostra guida ci disse: «Ecco, qui siamo sopra il reattore».

Allora in Italia funzionavano tre centrali nucleari completate negli anni Sessanta: quella di Garigliano, col nome del fiume adiacente, ma insediata nel comune di Sessa Aurunca, Caserta (1964-1982), di 150 MW; quella di Latina (1964-1986), di 216 MW; quella di Trino Vercellese (1965-1987), di 270 MW. Nel 1971 anno cominciò anche la costruzione a Caorso (Piacenza, 1981-1988) di un impianto di 850 MW. Queste quattro furono le uniche centrali nucleari a produrre energia in Italia. All’inizio degli anni Ottanta, quando funzionavano tutte insieme, non raggiungevano il potenziale di 1.500 MW. Ma qual è stata la parabola dell’energia nucleare italiana? Abbozziamo una breve ricostruzione.

Negli anni Sessanta in realtà l’Italia era una piccola potenza in tema di nucleare. Era il terzo produttore mondiale. Ma era anche il posto dove c’era intatto il mito della scuola di via Panisperna a Roma, la sede dell’istituto universitario di fisica, dove un gruppo formatosi a partire dalla metà degli anni Venti sotto la spinta di Orso Mario Corbino (1876-1937) e la guida di Franco Rasetti (1901-2001) ed Emilio Fermi (1901-1954), aveva raggiunto negli anni Trenta grandiosi risultati nella ricerca sulla fisica atomica. Con il contributo di Segré, Amaldi, Majorana, Pontecorvo e del chimico D’Agostino, Fermi approdò dalla sua teoria del decadimento beta del 1933 alla produzione della radioattività artificiale dell’anno successivo, esperimenti che permisero le prime riflessioni teoriche alla base dei reattori nucleari. Con il 1935 cominciò la diaspora e alla fine del 1938, in occasione del Nobel ritirato a Stoccolma, anche Fermi (che aveva la moglie ebrea) si trasferì in America, dove sarebbe stato protagonista assieme ad altri della costruzione del primo reattore per la fissione controllata dell’uranio, a Chicago il 2 dicembre 1942.

Per la cronaca negli anni Sessanta ci fu una vicenda controversa da ricordare, quella di Felice Ippolito (1915-1997), un geologo che dal 1952 in qualità di direttore dei comitati nucleari (l’attuale ENEA) fu protagonista di tutti i progetti, a partire dalle prime centrali di Garigliano e Latina. Ippolito però non era organico al potere democristiano, come Enrico Mattei, anzi era un laico in vista, cofondatore nel 1955 del Partito Radicale. E mentre il presidente dell’ENI morì in un incidente aereo nell’ottobre del 1962, Ippolito finì sotto inchiesta nell’agosto del 1963 per dubbi sulla correttezza della gestione del comitato e finì in carcere, condannato per ben undici anni, ma graziato dopo un paio d’anni dal presidente Saragat.

Il ‘caso Ippolito’ per qualcuno fu una montatura, una farsa, per eliminare – appunto dopo Mattei – un altro pericoloso promotore dell’indipendenza energetica italiana. Erano gli anni della nazionalizzazione dell’energia elettrica e gli interessi economici intorno alla materia non erano bruscolini. Comunque Ippolito uscì di scena, andando a fondare nel 1969 Le Scienze, edizione italiana del Scientific American, eppoi facendo il deputato europeo nel PCI (1979-1989). (1)

Ma negli anni Settanta il nucleare tornò prepotentemente d’attualità. Tutto nacque dalla guerra del Kippur dell’ottobre 1973, cioè dall’attacco congiunto a Israele dell’Egitto da sud e della Siria da nord. I paesi arabi si schierarono e l’OPEC bloccò le forniture di petrolio all’Occidente. Chi ha almeno cinquant’anni ricorderà le domeniche senza automobili per strada, dove si poteva tranquillamente giocare a calcio o alla lippa (cibbè o pìndul).

Fu l’inizio di una nuova epoca nelle politiche energetiche ed allora l’ENEL ordinò subito quattro centrali da 1.000 MW, ordine ratificato da un Programma Energetico Nazionale (PEN) approvato dal CIPE a fine 1975. Il documento prevedeva un’escalation nucleare (da 7.400 MW nel 1982, fino a 62.100 nel 1990) sulla base di certezze sull’andamento dei costi di produzione. Ma dove mettere tutte le centrali? Era tutto previsto dal PEN, ma con una certa superficialità. Così, ben presto il programma ebbe qualche problema. Apparve che le previsioni dei fabbisogni elettrici erano esagerate, che non c’erano i soldi, ma apparvero anche le contestazioni.

Per prima si mosse Italia Nostra (bel nome questo) con un documento del 27 marzo 1976 firmato da molti intellettuali, primo il presidente Giorgio Bassani. Poi nel giugno 1976 si cominciò a contestare la costruzione della centrale da 2.000 MW a Montalto di Castro, in Maremma. Tra il 1976 e il 1977 le discussioni, i convegni, le manifestazioni si moltiplicarono. Il 15 marzo 1977 il ministro dell’industria Donat Cattin intimò alle regioni l’individuazione dei siti e poi dispose un nuovo PEN (il secondo), approvato dal CIPE il 3 dicembre 1977. Prevedeva di costruire subito soltanto 12-13 centrali, invece di 20, e di avviarne altre 8 dopo il 1985. Come risposta, in tutto il 1978 si susseguirono manifestazioni di protesta in tutti i territori interessati.

Il nuovo ministro dell’industria Prodi diede il via a Montalto di Castro il 19 febbraio 1979, ma il 28 marzo ci fu il grave incidente al reattore nucleare di Three Mile Island, vicino Harrisburg, in Pennsylvania. Il 19 maggio 1979 si svolse una grande marcia antinucleare a Roma, alla vigilia delle elezioni del 3 giugno.

Purtroppo lo spazio a disposizione mi impedisce di ricostruire gli anni Ottanta, quando si susseguirono i ministri dell’industria e i piani per fare almeno qualche centrale, ma ormai c’era stato il big bang dell’ambientalismo italiano. Nell’estate 1980 fu fondata l’attuale Legambiente, gli anni 1981-83 sono stati quelli della nuova grande contestazione antinucleare. Alle amministrative del 1985 si presentò in otto regioni la lista dei Verdi con simbolo un sole che ride.

Poi il 26 aprile 1986 ci fu l’incidente di Chernobyl. La mia prima figlia aveva dodici mesi e si poneva il problema del latte da utilizzare, per noi grandi quello delle verdure a foglia larga, anche se le notizie erano attentamente minimizzate. Ma tutto approdò ai tre referendum dell’8 novembre 1987, con un voto nettamente contrario al nucleare: 80,6% contro la procedura per la localizzazione, 79,7% contro i contributi agli enti locali favorevoli, 71,9% anche contro l’Enel all’estero.

Così calò il sipario sul nucleare italiano, finché nuovi teatranti l’hanno rialzato per farci godere un nuovo spettacolo. Ma gli italiani sul nucleare sono partiti da Fermi per diventare sempre più intelligenti, hanno la memoria e la capacità per decidere al meglio qualcosa del loro futuro.

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(1) Questa parte per ragioni di spazio non è riportata nell’articolo stampato e qui in pdf. Tutta questa vicenda è in realtà un capitolo della storia italiana che non riguarda solo il ‘caso Ippolito’ e la questione nucleare e andrebbe trattato con la dovuta ampiezza.

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