La Città Futura

il progetto rossoverde per Portogruaro
 

Il gioco dell’oca – Qualche pensiero sui 150 anni dell’unità d’Italia

2 aprile 2011
Pubblicato da Adriano Zanon

Il 17 marzo abbiamo festeggiato il 150° anniversario dell’unità d’Italia. Abbiamo avuto una festa nazionale una tantum. A Portogruaro c’è stata una bella cerimonia in piazza e i cori verdiani in teatro. Abbiamo ascoltato anche i discorsi del presidente Napolitano in diretta tv. Però finita la festa mi resta uno strano amaro in bocca. Il fatto è che oggi non si parla di unità, piuttosto di divisione. Non è facile mettere sul tema in poche righe qualcosa di non superficiale, ma ci provo.  

C’era una volta la ‘questione meridionale’. Bisogna partire da qui. Da quando si diceva che il Mezzogiorno, dove vivono oltre 20 milioni d’italiani, aveva particolari e grossi nodi irrisolti, di natura culturale, economica e sociale. L’espressione fu usata(1) subito dopo la cosiddetta ‘guerra al brigantaggio’, che io (con Ruffolo) chiamerei  ‘guerra di repressione. Con quell’azione militare interna del governo piemontese – che durò almeno cinque anni (dal 1861 al 1866), che occupò un esercito anche di 120 mila uomini, che ebbe 23 mila morti tra i militari (più che in tutte le guerre d’indipendenza) e almeno dieci volte tanto tra i civili – si scavò il primo profondo solco tra stato e parte del territorio, tra Nord e Sud. Inoltre, nei primi decenni di unità(2) tutte le scelte di politica economica favorirono le disparità tra le parti del paese, geografiche e sociali.(3) 

Certamente dopo il 1870(4) c’è ancora qualcosa in termini di unità. La storia ci racconta il terribile ed involontario sacrificio di 700 mila italiani sulle trincee dell’Isonzo e del Piave, durante la prima guerra mondiale. Questo ci portò Trento e Trieste e lasciò in ogni comune del nostro lungo paese un monumento o un cippo con i nomi dei caduti per la patria.

(continua…)

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Buon compleanno, Italia!

16 marzo 2011
Pubblicato da Adriano Zanon

  Il 27 gennaio 1861                    
  si svolsero le prime elezioni
  per il nuovo Parlamento.       
 

Avevano diritto 419.938 cittadini su oltre 22 milioni di abitanti, ma i votanti furono solo 239.583, poco sopra l’uno per cento ed i voti validi furono 170.567. Si consideri che allora i dipendenti statali erano circa 70 mila. Su 443 deputati furono eletti 85 fra principi, duchi e marchesi, 28 ufficiali, 72 fra avvocati, medici ed ingegneri. Mentre il Senato rimaneva formato da designati della corona.  

Ovviamente a quei tempi non c’era da nessuna parte una grande partecipazione elettorale. Sia negli Stati Uniti, la prima grande democrazia moderna, che nel Regno Unito, che nel 1832 aveva fatto una riforma per allargare la base elettorale, si votava in base al censo. Nella penisola potevano farlo i cittadini maschi sopra i 25 anni e che pagavano un importo minimo di imposte, dalle 40 lire annue del Piemonte alle 20 della Liguria. Con metà reddito potevano votare i laureati, i notai, gli ufficiali in pensione, infine anche artigiani e commercianti e industriali che non pagavano imposte per le loro attività, ma alla fine erano pure sempre in pochi. Per inciso ricordo che il suffragio universale, esteso anche alle donne, si ebbe solo con la rivoluzione russa, nel 1918.  

(continua…)

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