La Città Futura

il progetto rossoverde per Portogruaro
 

Archivio di Fausto Coppi

31 dicembre 2015
Pubblicato da Adriano Zanon

Questa pagina contiene i seguenti materiali:

1 luglio 2009: Lettera di Gastone Nencini
10 luglio 2009: Lettera di Fiorenzo Magni
18 luglio 2009: Lettera di Jacques Anquetil
27 luglio 2009: Lettera di Eddy Merckx
1 agosto 2009: Lettera di Marco Pantani
15 settembre 2009: Intervista a Fausto Coppi (prima parte)
20 settembre 2009: Intervista a Fausto Coppi (seconda parte)

 

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Intervista a Fausto Coppi (2)

20 settembre 2009
Pubblicato da Adriano Zanon

(Seconda parte, dove si riparte dalla storia del ciclismo e ci si ferma alle soglie di Armstrong.)

Ciao Fausto, possiamo riprendere da dove ci siamo lasciati? Hai accennato alle diverse epoche del ciclismo. Quali sono? E come si distinguono?
Be’, intanto ti ripeto le mie (sorride) cinque epoche. La prima è quella preistorica e arriva fino alla prima guerra mondiale. La seconda, quella pionieristica o mitologica, cioè quella di Bottecchia, Girardengo e Binda, è quella tra le due guerre mondiali. La terza è quella epica o classica, quella di Bartali-Coppi-Magni (sorride) e va dal secondo dopoguerra alla fine degli anni Cinquanta, diciamo fino a Gaul e Nencini. La quarta è quella che va da Anquetil a Pantani e che molti trascinano ad oggi col nome di moderna. Per me però – e mi ripeto – da dieci anni stiamo vivendo una quinta epoca, cioè postmoderna, ma  – per me – di postciclismo. I criteri per distinguere le diverse epoche sono già nel loro nome, ma passiamoci qualche minuto.

La prima, l’epoca preistorica…
Già. In questo periodo entriamo piuttosto lentamente e progressivamente nel ciclismo vero e proprio, anche perché ci voleva una bicicletta vera e propria… Stiamo parlando di mezzo secolo scarso, in cui la prima parte – circa vent’anni, dal 1870 al 1890 – è segnata soprattutto da modifiche tecniche. Ti ricordo alcune tappe significative: le ruote con i raggi (1869), la trasmissione a catena (1871-77), i cuscinetti a sfere (1875), la quasi contemporanea invenzione della “safety bycicle” (prima c’era il biciclo) e del pneumatico Dunlop (1884-88). Alla fine di questi vent’anni, con bicicletta vera (o quasi), possono nascere le prime corse. Sono quelle chiamate ancor oggi le “classiche”: la Liegi-Bastogne-Liegi (1892), la Parigi-Bruxelles (1893) e la Parigi-Roubaix (1896). All’inizio del secolo le classiche italiane, il Giro di Lombardia (1905) e la Milano-Sanremo (1907), insieme con il Tour de France (1903) e il Giro d’Italia (1909). Nel frattempo si sono sviluppate le associazioni ciclistiche e nel 1912 nasce il professionismo. Quindi si può dire che tutto quello che precede la Grande Guerra è la preistoria. Mi sembra semplice, no? (Sorride.)

Grazie, sintesi efficace. E dopo la guerra?
Sarebbe interessante anche parlare del ruolo della bicicletta in guerra, cioè sul fronte, perché era pur sempre una novità tecnica da sfruttare rispetto alle battaglie campali dell’Ottocento, ma avremo tempo… (Sorride.) Ma il dato più importante è che dopo la prima guerra e nonostante quel massacro, il ciclismo diventa internazionale, pensa il paradosso! Alle gare del Nord partecipano anche gli italiani e in Italia arrivano anche i ciclisti stranieri. E’ un fatto lento, a piccoli scatti, ma inesorabile. Comunque è qui in questo nuovo spazio-tempo, come direbbe un filosofo attuale, che ci sono i primi veri grandi ciclisti e le prime memorabili imprese. Tanto grandi quanto difficili da seguire e raccontare, al punto da finire, giustamente, nel mito. Perciò io la chiamo l’epoca del ciclismo mitologico, piuttosto che pionieristico. Quest’epoca appartengono a pieno titolo da tre grandi italiani: Costante Girardengo (1893-1978), Ottavio Bottecchia (1894-1907), Alfredo Binda (1902-1986).

Ci racconti qualcosa di questi?
Qui ci vorrebbe veramente molto tempo, ognuno di questi merita una riflessione seria. Possiamo dire che Girardengo, non a caso chiamato “Campionissimo”, è stato un drago, mutatis mutandi (prima sorride, ma poi ridacchia forte durante la frase): è stato il Giovanni Battista che preannuncia il nuovo profeta! Mentre Binda ha subìto il limiti geopolitici di allora, ma era un specie di Merckx e Hinault messi assieme. Era semplicemente il più forte al punto che le sue non sembravano neanche grandi imprese. Nel 1930, dopo che aveva vinto quattro Giri d’Italia su cinque (’25-’27-’28-’29), arrivando secondo su uno (’26), lo pagarono per non correre, dandogli quanto avrebbe preso vincendo il Giro ed alcune tappe! E’ uno dei tre ad aver vinto cinque volte il Giro (sorride), con Merckx e me. Tornando su Girardengo mi soffermerei su una corsa-capolavoro della sua incredibile carriera.

E’ il Gran Premio Wolber?
Si, proprio questo che allora era considerato il mondiale virtuale e che si corse dal 1922 al 1931. Quello vero fu istituito nel 1927 e vide al Nürburgring quattro italiani ai primi quattro posti (Binda, Girardengo, Piemontesi e Belloni). Ebbene, siamo al Wolber del ’24, 28 settembre, partecipano in 41, di cui solo due italiani, Girardengo e Bottecchia, il vincitore del Tour. La gara è su 361 chilometri, ma nelle strade d’allora si formavano normalmente dei gruppetti. Tra questi si tenevano anche le distanze per non mangiare troppa polvere. Comunque, siamo già negli ultimi chilometri quando c’è la salita del Coeur Volant. A metà rampa il Gira è avanti di 50 metri su tutti, ma si ferma e manovra sulla bicicletta. Chi lo sorpassa pensa che abbia forato, in realtà sta girando la ruota per avere il rapporto da volata. Appena fatto cio’ si tiene un po’ a distanza e quelli in testa non vedendolo  (non era facile, come ti dicevo), pensano che sia fuori gioco… In realtà lui punta tutto sul lunghissimo anello della pista, ben 600 metri e sul rapporto che altri non usano! Dopo la prima curva è già in testa ma non sarà facile, per niente. Vince praticamente al fotofinish su Pélissier e Sellier. Ed entro nel mito! (Ride di gusto.)

A proposito di Bottecchia, lui è un mito… primordiale!
E’ vero. Ottavio Bottecchia, era un muratore e cominciò a correre a 27 anni. Scoperto da Ganna, partecipò al Giro, ma senza squadra. Nel 1923 al Tour arrivò secondo e vinse i due successivi. Divenne così un beniamino dei francesi. I fascisti però lo volevano schierato, era troppo famoso per non esserlo. Nell’estate del ‘27, durante un allenamento dalle parti di Gemona del Friuli (per la precisione a Peonis, nel comune di Trasaghis – sono due nomi che non mi dimenticherò mai), dove si era trasferito (era originario di Colle Umberto, vicino Conegliano), gli diedero una lezione un po’ troppo pesante. Visse ancora solo pochi giorni e poi s’inventarono tante storie, anche da parte della sua famiglia (erano tempi duri), per spiegare l’accaduto come conseguenza di un banale litigio con un contadino a cui avrebbe rubato la frutta. In realtà Ottavio è stata una vittima, tra le prime e più note, del fascismo. Ma non voglio parlare ancora di politica…

Sì, torniamo alle nostre epoche.
Dal dopoguerra, diciamo dal ’47, alla ripresa del Tour, vinto da Jean Robic – chiamato ‘testa di vetro’ per la protesi che aveva – come dicevo, nel ciclismo si ripetono le imprese dei campioni leggendari ma su un’unica arena. Nel ’48 Gino stravinse il Tour, vincendo anche sette tappe, Fiorenzo il Giro. L’anno dopo io feci l’accoppiata, la prima della storia e la gloria, soprattutto da parte dei francesi, fu grande. Ma nel ’50 vinsero gli svizzeri Kubler il Tour e Koblet il Giro. Hugo l’anno dopo vinse anche il Tour, mentre il Giro andò ancora a Fiorenzo. Nel ’52, l’altro anno monstre, io ripetei l’accoppiata. Nel ‘53 il Giro fu ancora mio, ma al Tour da quell’anno Louison Bobet s’impose per tre volte di seguito. Il Giro ’54, famigerato, andò allo svizzero Clerici e quello ’55 fu quello famoso vinto da Fiorenzo con lo scherzetto che noi vecchietti facemmo a Gastone.

Fausto Coppi et Jean Robic al Tour 1952

Insomma, tre italiani, tre svizzeri e due francesi…
Aspetta. L’aspetto fondamentale di quel ciclismo non riguarda i nomi, ma come si vinceva, o si perdeva… Non c’erano gli attuali livelli organizzativi, non a caso le prime squadre erano legate alle marche di bicicletta (Legnano, Bianchi, ecc.), il know-how di base come dite voi adesso. Quindi molto, se non tutto, dipendeva dalla forza e dalla volontà del singolo ciclista che al massimo poteva essere aiutato da un compagno, non da un’intera squadra, come si fa oggi. I due ingredienti più importanti erano dunque la tenacia e la… fortuna. Già, proprio quella oggetto delle lettere dei miei colleghi. Perché forare o cadere era molto facile, ma recuperare era molto molto difficile. Per questo in una giornata potevi vincere o perdere un’intera corsa a tappe. Tu – lo so – mi stai per dire: può succedere anche oggi. E invece no! Tra le strade dove non si fora quasi mai, le ammiraglie al seguito, i mezzi di comunicazione a disposizione. Pensa che oggi c’è quasi sempre la televisione con la telecamera dall’elicottero e quando questa non potrebbe essere usata, come in montagna col cattivo tempo, per lo più la corsa viene sospesa – una cosa allora impensabile.

Dunque, si poteva facilmente vincere alla grande o perdere alla grande.
Proprio così. La mia fortuna è stata quella di vincere con alcune grandi imprese. Memorabili… (Sorride.) Almeno per me (ridacchia.). Vedi, come altri che hanno fatto l’accoppiata, per esempio Anquetil e Indurain, io ero un passista, quindi attaccabile da uno scattista, soprattutto in montagna. Ebbene, ai miei tempi, non potevo giocare sempre in difesa e lucrare solo sulle cronometro. Come dicevo, c’erano troppi rischi. Bastava una caduta (quante ne ho fatte!) e si perdeva tutto. Bisognava attaccare e vincere alla grande, guadagnare tanti minuti e così evitare continui attacchi da dover rintuzzare.

Anquetil e Indurain, non vincevano allo sprint ma non si lasciavano staccare in montagna, a parte il primo i primi anni, come lui stesso ammette nella sua lettera. Qui stava la loro forza aggiuntiva.
Tra i due c’è un quarto di secolo e un po’ di differenza c’è… Ma oggi se si fora si cambia ruota o bici in dieci-venti secondi! L’incidente più probabile oggi è d’infilare il manubrio dentro un sacchetto di plastica di uno spettatore ai bordi, com’è già successo! (Si riferisce ad Armstrong al Tour del 2004.) Non capisci proprio niente! (Forse si è un po’ arrabbiato.) Ma se io avevo mal di pancia (quante volte mi è successo!), Gino o Fiorenzo, Hugo o Louison, li vedevo al traguardo. Forse, se non mio ritiravo prima. Capisci? Oggi nessuno vince più con dieci o venti minuti di vantaggio sul secondo arrivato.

“Un uomo solo è al comando…” diceva Mario Ferretti alla radio durante la Pinerolo-Cuneo, quando facesti 192 Km di fuga – era il Giro del ‘49. E la gente – senza immagini in diretta – fantasticava sulla base delle rare foto in bianco e nero che venivano pubblicate.
Adesso cominci a ragionare.

A quale impresa sei più legato?
L’ultima è sempre la migliore… Ricordo volentieri quella sullo Stelvio alla penultima tappa del Giro del ’53. Hugo era piuttosto tranquillo di portarsi a Milano la maglia rosa. Anche perché lo Stelvio era la prima volta che si faceva, nessuno lo conosceva. Eppoi era una sola salita, con la discesa su Bormio. Uno svizzero poteva perdere un Giro su una sola montagna?

Ci sei legato anche perché in quell’occasione conoscesti la ‘dama bianca’?
(Sorride) Così vuole la leggenda.

Potresti raccontarne altre di tue imprese, quelle al Tour?
No, preferisco completare il discorso sul ciclismo epico. Finisce pochi anni dopo. L’ultimo degno rappresentante fu Charly Gaul.

Charly Gaul, sempre a maniche corte (clicca sopra)

Lo scalatore lussemburghese? Non vinse molto.
Non vinse neanche una classica, ma vinse 11 tappe al Giro e 10 tappe al Tour. E soprattutto vinse due Giri (’56 e ’59) e un Tour (’58). Lo fece nel momento di congiunzione tra l’epoca classica e quella successiva, iniziata da Anquetil. Costui, se noti, nella sua lettera non lo nomina affatto. Penso che a sentirne il nome gli venga ancora l’orticaria, a Jacquot. Ebbene, Charly vinceva come nessuno riusciva a fare. E’ stato il più grande scalatore, in pianura sapeva appena difendersi. Saliva come uno stambecco. Non ho mai capito dove avesse imparato a farlo. In Lussemburgo? Lì la collina più alta ha 600 metri! Ma soprattutto, più saliva e meglio respirava. Per lui era un vantaggio quello che era problema di molti ciclisti. E ancora: più c’era brutto tempo e meglio era per lui. Al Giro del ’56, durante la Merano-Monte Bondone, terzultima tappa, corsero sotto una tormenta di neve. Si ritirarono in 43, compreso Pasquale Fornara in maglia rosa. Charly vinse la tappa con 8’ sul secondo e 12’ su Fiorenzo con la spalla rotta. Charly alla partenza era 24° e staccato di quasi 17’, con quella sola tappa vinse il Giro. Al Giro del ’59 Charly si ripeté. Alla penultima tappa, da Aosta a Courmayeur, attaccò Anquetil in rosa sui passi di San Bernardo, dandogli 9’ di distacco. Alla fine della tappa tutti e due erano così stravolti che non si presentarono neanche alla premiazione. Queste erano imprese, ‘exploits’ come dice Anquetil in francese. Imprese così oggi sono impossibili, ovviamente. Questo era il ciclismo epico, quello che non si ripeterà più, per cui io preferisco chiamarlo classico.

Gaul diventò un mito vivente, in questi termini ne scrisse anche Roland Barthes…
Sì, in un libro sui miti d’oggi, pubblicato nel ’57 e quindi scritto ben prima della vittoria al Tour del ‘58, dove ne fece di tutti i colori… Barthes scriveva sul mito del Tour: “il miglior esempio che abbiamo mai incontrato di mito totale, perciò ambiguo”. Perché diceva che “nel Tour è viziata la base, i moventi economici”, ma resta per lui comunque “un fatto nazionale affascinante”.
Come vedi mi son fatto trovare pronto, visto che dovevi tornare… (Sorride).

Poi però accenna anche alcuni profili. Di te, fammi vedere bene il testo, ecco, scrive: “COPPI. Eroe perfetto. Sulla bicicletta ha tutte le virtù. Fantasma temibile.”
Sì, ma di Charly scrive: “ GAUL. Nuovo arcangelo della montagna. In determinati momenti è visitato da un dio (…). Il dono divino a Gaul è la leggerezza: (…) come ogni essere mitico che ha il potere di vincere l’aria o l’acqua, Gaul, sulla terra, diventa balordo, impotente.”

Infatti, Gaul è famoso anche per aver perso il Giro ’57, vinto da Anquetil, perché fermò a fare con troppo comodo i suoi bisogni ed è stato anche un personaggio singolare quando finì di correre. Dicono che bevesse e vivesse praticamente da eremita. Fu un grande ammiratore di Pantani che salutava ad ogni occasione. Anche l’ultima.
Vedo che sei informato… Charly fu un grande ciclista, quindi un grande uomo. Se beveva, sceglieva certamente della buona birra.

Quindi tu dici che il ciclismo epico finisce con Gaul e quello moderno comincia con Anquetil, all’inizio degli anni Sessanta.
Sì. Non voglio dimenticare Gastone. Fu un contemporaneo di Charly e per temperamento fu un ciclista epico. Anche se si esprimeva la massimo in discesa. Ognuno ha la sua pendenza… (Sorride.) Gastone fu molto segnato dalla vicenda di Rivière, da cui non si riprese. La sua lettera sembra ancora un atto di espiazione. Con Anquetil invece cominciano a vincere i ciclisti che non vincono, ma pareggiano. Il francese almeno vinceva le cronometro, ma pensa che nel ’62 e nel ’63 Franco Balmamion vinse due Giri addirittura senza mai vincere una tappa, neanche le cronometro.

Dopo Anquetil però vengono Merckx, che vinse sette Sanremo dal 1966 al 1976 compresi, cioè in undici anni, e Hinault, che vinse gare dal 1977 al 1984 compresi, lungo otto anni. Questi vincevano di tutto, non solo le cronometro.
Sì ma nessuno ricorda una loro singola impresa, né in attacco né in recupero. Ai loro tempi le incognite ormai erano ridottissime e se uno era il più forte poteva programmare bene la sua gara. Merckx in particolare, pensava semplicemente a vincerle tutte. E siccome andava bene su tutti i percorsi, vinceva gran parte delle gare che finiva. Questi corridori sono stati forti, ma non epici. Casomai lo è stato qualcuno del loro tempo, anche se condannato spesso ad arrivare secondo.

Pensi a Felice Gimondi contro Merckx e a Joop Zoetemelk contro Hinault?
Sì, a questi due, entrambi nella loro lunga carriera vinsero sia il Tour che il Mondiale. Zoetemelk in 18 anni da professionista finì 16 Tour, 6 volte secondo. Ma anche a Raymond Poulidor e poi Luis Ocaña, altro grandissimo grimpeur che vinse un Tour. La sua è stata anche una storia un po’ triste, ebbe tanti infortuni, fino alla fine. Volle che le sue ceneri fossero disperse sui Pirenei. Ecco, questi nomi hanno fatto la bellezza del ciclismo moderno più di altri che hanno vinto, anche molto. Bisognerebbe però parlare anche di Marco Pantani, la nota più acuta dello spartito moderno. Questo è stato l’ultimo ciclista del periodo epico, non a caso era molto amato da Charly.

Marco Pantani e Charly Gaul come due vecchi amiconi

Marco Pantani e Charly Gaul, due vecchi amiconi

Già Pantani, ce lo sia dimenticati!
Tu forse, non certo io… (Sorride.) Certamente dobbiamo riprenderlo.

Va bene. Adesso però sento come il bisogno urgente di avere una definizione: cos’è il ciclismo attuale?
Dalla fine degli anni Cinquanta, le corse non sono più fini a se stesse. Prima al centro c’era il ciclismo e gli altri fenomeni approfittavano della popolarità di questo, ma senza intaccarlo, senza contaminarlo, togliendogli l’aura. Già, l’aura che non c’è più anche nell’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibiltà tecnica, come scriveva Walter Benjamin. L’autenticità e l’unicità del gesto agonistico e dell’impresa ciclistica non ci sono più. Ma il ciclismo attuale non è sbocciato all’improvviso. E’ il risultato di un mutamento inesorabile e parallelo a quello che della società capitalistica occidentale. All’inizio, col neocapitalismo, si poteva chiamare neociclismo, oggi, col turbocapitalismo, si può chiamare turbociclismo, forse.

Dunque, Pasolini avrebbe detto che il ciclismo era sparito con le lucciole…
Si, è vero, il ciclismo è sparito con le lucciole… (Sorride.) Non c’è dubbio che un grosso cambiamento avvenga alla fine degli anni Cinquanta, quando entra in gioco la réclame, la pubblicità, come si dice adesso, che una volta si faceva solo alle biciclette. Però adesso bisogna indurre ben altri consumi. E’ così che produttori di vermouth (sorride, ma lui passò dalla Bianchi alla Carpano), di salami, di cucine, di macchine da caffè e tanti altri, che sembrano appassionarsi alle corse, in realtà spendono per far girare la maglietta per le strade e sulle foto. E le foto sono più belle sul podio, naturalmente. Lievita così tutta l’economia del ciclismo. Le squadre sono ben equilibrate, i ciclisti ben pagati, quasi tutti.

Con il grande business del ciclismo arrivano gli americani. Il primo è Greg LeMond negli anni Ottanta, ma corre con i francesi. Con Armstrong si fa un vero salto. Ma non è eccessivo?
Qualcosa che turba, anzi qualcosa di turbolento c’è senz’altro. A partire dagli sponsor, che oggi non sono più neanche salumieri o industriali italiani ma colossi dell’economia globale, come la squadra di Armstrong, l’agenzia governativa US Postal Service, presente dal 1996 al 2004, poi rimpiazzata da Discovery Channel. Questa fu anche la squadra di Floyd Landis, l’americano squalificato per doping dal Tour vinto nel 2006, subito dopo i sette anni di Armstrong. Grandi investimenti e organizzazioni perfette. Si studia bene ogni dettaglio fisiologico. Ormai da un decennio si è arrivati a correre solo il Tour. Correre e vincere sempre solo una gara, naturalmente la più famosa, la più visibile.

Sei ad un punto particolare: ciclisti americani e doping. Ma il doping non c’era anche ai tuoi tempi?
Sì, ma il doping non si chiamava così… (Sorride.) Ai miei tempi era anche peggio, forse. Si chiamava bomba! Pensa… In piena guerra fredda. Allora però non era un fatto tanto scientifico, aveva qualcosa di magico. L’importante era crederci alla bomba. Ma è un argomento che non voglio trattare troppo. Eritropoietina, testosterone, nandrolone… Sostanze naturali ma moltiplicate per ossigenare di più e aumentare la massa muscolare, mentre noi prendevamo eccitanti, poco più del caffè. Quanto agli americani, da LeMond ad Armstrong, non mi piacciono già dai nomi, sembrano costruzioni di Walt Disney. Speriamo che questa fase, che io chiamo postmoderna, finisca presto. Forse qualcuno, magari uno spagnolo tornerà a fare l’accoppiata.

Mi pare che tutto sommato tu non voglia parlare di Armstrong… E’ perché ha effettivamente cambiato il ciclismo ma anche oscurato la vostra, la tua, immagine?
Il ciclismo epico, quello mio, ed il ciclismo attuale, quello di Armstrong, sono incommensurabili, direbbe un filosofo vero. (Sorride.) Vedrai che tra qualche anno questo pensiero sarà un luogo comune.

Ma io spero di riparlare presto con te. E’ possibile, vero?
Tutto è possibile, per me. (Sorride.) A presto!

 

 

Fausto 'Il Campionissimo' Coppi the Italian cycling legend, in pictures

Riferimenti bibliografici delle due parti dell’intervista

Alberati P., Fausto Coppi. “Un uomo solo al comando”, Giunti, Firenze 2009.
Barthes R., Miti d’oggi [1957], Einaudi, Torino (19741) 2008.
Benjamin W., L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibiltà tecnica [1931-39], Einaudi, Torino (19661) 1982.
Brera G., L’Anticavallo. Sulle strade del Tour e del Giro [antologia 1949-1976], a cura di Andrea Minetti, Baldini Castoldi, Milano 1997.
Brera G., Coppi e il diavolo [1981], Baldini Castoldi Dalai, Milano (1994) 2008.
Brunel P., Gli ultimi giorni di Marco Pantani [2007], pref. di Gianni Mura, BUR, Milano 2008.
Cordelli F., L’Italia di mattina. Il romanzo del Giro d’Italia, Giulio Perrone Editore, Roma 2009.
Fotheringham W., Un uomo solo. Vita e leggenda di Fausto Coppi il Campionissimo, Piemme, Milano 2009.
Marchesini D., L’Italia del Giro d’Italia, il Mulino, Bologna 2003.
Malaparte C., Coppi e Bartali [1949], con una nota di Gianni Mura, Adelphi, Milano 2009.
Mura G., La fiamma rossa. Storie e strade dei miei Tour, a cura di Simone Barillari, Minimum Fax, Roma 2008.
Nencini R., Il giallo e il rosa. Gastone Nencini e il ciclismo negli anni della leggenda, Giunti, Firenze 1998.
Ormezzano G.P., Storia del ciclismo [con 188 fotografie scelte da Walfrido Chiarini], Longanesi, Milano 19772.
Pastonesi M., a cura di, Girardengo, Ediciclo, Portogruaro 2005.
Pastonesi M., a cura di, Gli angeli di Coppi, Ediciclo, Portogruaro (19991) 2006.
Spitaleri E., Ottavio Bottecchia. L’agguato, Spitaleri, Colle Umberto (Treviso) 2008.
Viberti P., Coppi segreto. Il racconto di Marina la figlia del campionissimo, SEI, Torino 2009.

 

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Intervista a Fausto Coppi (1)

15 settembre 2009
Pubblicato da Adriano Zanon

(Prima parte, dove si parla soprattutto di Bartali e un po’ di Magni.)

faustocoppi1959

Ciao Fausto, sono riuscito a scovarti, ma eri in vacanza?
Sì, adesso me la posso permettere. (Sorride.)

Per prima cosa vorrei farti gli auguri. Buon compleanno! Quanti sono?
Grazie di esserti ricordato. Sono tanti. Novanta. Ma io sono in una situazione per cui ogni anno che passa non cambia granché. (Ridacchia.)

Possiamo commentare un po’ le lettere dei tuoi amici? C’è qualcosa che non capisco – forse qualcosa di non detto e qualcosa di tragico in tutte.
A me sembrano invece molto chiare, anche nei silenzi. Tra corridori ci si capisce al volo, non serve neanche un’occhiata.

Io però non capisco perché non ti abbia scritto Gino Bartali. Mi sarei aspettato soprattutto una sua lettera.
Gino? (Grande risata.) Non ha scritto perché non sa farlo. Nonostante sia di Ponte a Ema, Gino è un contadino, figlio di contadini. Suo padre si chiamava Torello, che è tutto dire. E lui è rimasto sempre fondamentalmente un contadino, con tutti i suoi grandi pregi e le sue ben note contraddizioni. E’ stato raccontato tante volte che durante il Giro del ’40, quando – ventenne – mi ritrovai in maglia rosa, andai in crisi e stetti per ritirarmi, ma Gino mi aiutò alla sua maniera. Mi insultò dandomi dell’acquaiolo, cioè uno che beve solo acqua. A lui piace il vino e mangiava sempre come un bue prima della gara.

(Bartali con Coppi alle spalle)

Bartali con Coppi alle spalle

Cosa intendi per contraddizioni di Bartali?
Voglio solo dire che Gino è un semplice, coraggioso e generoso, ma allora sentiva il bisogno profondo di qualcuno che lo guidasse. E qualcuno ne approfittò. Forse anche durante la guerra manifestò la sua incertezza, ma politica, non morale. Infatti come militante dell’Azione Cattolica, dopo l’8 settembre, fece la staffetta tra Cortona e Assisi portando documenti falsi sulla canna, dentro il manubrio, sotto la sella. Salvò così molti rifugiati ebrei. Dicono che contemporaneamente fosse iscritto alla Repubblica di Salò. Io stento a crederci, o forse era una copertura per i suoi traffici clandestini. Ma ci sarebbe una testimonianza precisa del ’49, con tanto di lettera autografa di Gino che ringrazia un generale perché è entrato nella Milizia della strada. Io in verità ho dubbi proprio sulla lettera: mi fa pensare che sia tutta una montatura. Una lettera autografa di Gino: più ci penso e meno ci credo.

Forse allora è stato più ambiguo che contraddittorio…
Ambiguo è uno che mantiene consapevolmente due posizioni diverse od opposte, contraddittorio uno che si combatte tra queste e non ne viene fuori. Ecco, secondo me erano in contraddizione la sua posizione morale di fondo e certe scelte opportunistiche. Mi riferisco soprattutto alla sua condotta in gara e al periodo del dopoguerra, quello democristiano. In gara era come un bambino capriccioso. Alla Legnano, siccome era il capitano, doveva vincere sempre lui (ma abbiamo visto che si mise a disposizione quando al Giro del ’40 Eberardo Pavesi, il patron che lo chiamava ‘brutt bojon’, gli disse che doveva aiutarmi). Poi quando perdeva aveva tutte le sue scuse. Fuori gara invece era un personaggio incredibile e fastidioso, almeno per me. Un baciapile, sempre ad invocare il miracolo: un vero riferimento per tutti i bigotti. Fece incontri a cui diedero gran clamore: De Gasperi, il Papa, Padre Pio, a cui poi dedicò la vittoria al Tour del ’48. Alla fine credo che la migliore sintesi sia quella di Gianni Brera che lo definì ‘Bertoldo devoto’. Naturalmente quando non vinse più lo abbandonarono, questo lo capì anche lui. Era un Bertoldo, non uno stupido.

A proposito di Salò, anche Magni ne fu coinvolto.
Si, quello è certo. Ma – anche se nel ’46 fu sospeso per un anno – si dimostrò che non partecipò mai a nessun atto violento. E quando nel ’48 arrivò in maglia rosa al Vigorelli, il pubblico lo contestò con rabbia. Fiorenzo però era un duro e quella fu solo una delle tante sue difficili ripartenze.

Bartali, Coppi e Magni: eravate veramente un trio vincente?
Non eravamo un trio, ma tre persone e tre corridori molto diversi. Gino era del ’15, io del ’19 e Fiorenzo del ’20. Incominciamo tutti prima della guerra, ma Gino nel ’40 era già un mito, aveva già vinto due Giri e un Tour, quello del ’38, l’anno dei Mondiali di calcio vinti in Francia – allora sì che giravano le palle ai francesi… Altro che nel ’48, come dice la canzone di Paolo Conte! Fiorenzo ed io siamo stati fermati ventenni e io avevo già vinto il Giro del ’40, al primo anno da professionista, quando però Gino era nel pieno della sua maturità atletica. In realtà, non so chi ha avuto più danni dalla guerra, penso lui.

Ma tu hai fatto anche il militare e la guerra, anzi la prigionia.
Si, finii in Africa, dove nell’aprile del ’43 si sbriciolò il fronte e fummo fatti prigionieri dagli inglesi. Tutto sommato non mi andò male. Prima in Tunisia, poi vicino ad Algeri, dove fui anche attendente di un ufficiale inglese amante del ciclismo. Rientrai in Italia all’inizio di febbraio ’45, con le truppe inglesi.

Si può dire che la seconda guerra mondiale è stato uno spartiacque nella storia del ciclismo?
Sì e no. Per me sì, senz’altro. Dalla Legnano passai alla Bianchi e alla prima Milano-Sanremo vinsi con oltre 14 minuti di distacco. (Sorride.) Ma a parte la mia storia, si può dire che allora cambiò tutto, non solo il ciclismo. A cominciare dall’alimentazione, quella di tutti. Ma forse nel ciclismo i cambiamenti più importanti sono venuti sia prima che dopo la seconda guerra.

Possiamo fissare i passaggi più importanti?
Innanzitutto dobbiamo tornare a lui, Gino. La sua storia ci aiuta a ragionare su continuità e discontinuità. E’ l’unico che ha vinto prima e dopo la guerra sia Giro che Tour. E’ stato un mostro. Vinse i Giri ’36 e ’37: pensa che nel ’33 vinse Alfredo Binda e nel ’34 Learco Guerra! Quella era un’altra generazione, un altro ciclismo e lui ne visse e testimoniò il tramonto. Pensa solo cos’erano allora le strade (oggi sono come biliardi). Si correva nella polvere e nel fango – e non so cos’era meglio. Gino corse dal ’35 al ’55, anche se dopo il Tour del ’48 vinse ben poco. Tra le classiche solo la Sanremo del ’50, in volata: un drago.

(Bartali e Bobet sulle strade del Tour)

Bartali e Bobet sulle strade del Tour

Ma il vostro duello, Bartali contro Coppi, è stato vero e così duro?
La vera guerra è durata poco (sorride), sono stati i tre-quattro anni dopo al guerra, fino al 1949. Poi è stata solo sceneggiata, non c’era più gara tra noi. Gino sopravvisse – giustamente – al mito che si era creato con le sue forze.

Una domanda indispensabile: al Tour del ’52 chi diede la borraccia e chi la prese?
(Sorride, ma per un attimo, poi diventa piuttosto serio.) Basta guardare bene la foto. Ma tutta la foto, il contesto ed i particolari. Tutti si concentrano sul gesto: gli avversari che si aiutano… E si interpreta secondo schemi e pregiudizi, a favore di uno o dell’altro. Purtroppo è così nella vita di tutti i giorni.

Voglio applicarmi: io vedo che Bartali, che sta dietro, ha le due borracce sulla bici, mentre tu ne hai una nella mano sinistra, che è sul manubrio e l’altra è allo scambio. Quindi se Bartali non poteva portare tre borracce, quella era tua.
(Sorride e scrolla la testa) Ma guarda bene, no? Intanto, due certezze ci sono: quella non è un borraccia ma una bottiglia di vetro. Eppoi Gino in corsa non si metteva certo a fare il gioco delle tre carte, o borracce. Quindi quella bottiglia non era sua. Ma non era neanche mia: io in salita ero molto attento al peso superfluo e non si portano bottiglie in corsa, col rischio di far dei vetri sulla strada. Se guardi bene non siamo proprio soli nella foto… Le ombre indicano un’altra presenza. Ci fu qualcuno che diede la bottiglia a me, che la passai a Gino.

(Bartali e Coppi nel famoso scambio al Tour 1952)

Bartali e Coppi nel famoso scambio al Tour 1952

Allora è vero che fu una una scena voluta dal fotografo Carlo Martini?
Sì, il fotografo organizzò il tutto per immortalare il gesto. La scena è riuscita bene perché io sto facendo una smorfia incredibile, sembra che stia per morire e che Gino mi stia per salvare. Però anche nelle nostre intenzioni si voleva sottolineare la collaborazione, la reciprocità, la solidarietà. Capisco che oggi queste cose appaiono sempre più difficili, siamo finiti in un’epoca balorda.

Ho capito. Per tirare le somme su questa parte: tu hai avuto grandi parole per Bartali, non ne ho mai sentite di migliori, ma fai anche dei grandi distinguo, non ti vuoi confondere…
Abbiamo tratto vantaggio entrambi dal duello e dalle fazioni popolari che lo sostenevano. Ma siamo stati due uomini e due corridori molto diversi. Dell’uomo Gino abbiamo detto, in quanto al corridore, lui era uno scattista e uno scalatore, io ero un passista. Per vincere tappe e corse in linea io dovevo sempre fare un’impresa, partire da lontano, staccare tutti e arrivare da solo, raramente ho vinto una volata. Le accoppiate Giro-Tour del ’49 e del ’52 sono state le mie grandi vittorie, ma costruite su grandi tappe, diventate – modestamente – leggende. Anche se il mio pubblico di base me lo feci vincendo le classiche italiane, la Sanremo e il Lombardia, tra ’46 e ’49 (ben sette su otto, esclusa solo la Sanremo del ’47, che andò a Gino).

Ma allora eri come Merckx… Vincevi tutto tu!
No, no… Tra noi due c’è ancora più differenza! (Sorride, anzi ride.) Al rientro dalla guerra io ero assatanato di vittorie, ma intanto avevo molti, e fortissimi, concorrenti. Ho avuto anche tanti infortuni. Oltre a Bartali e Magni, c’erano i francesi Robic prima e Bobet poi, due grandi combattenti. C’erano gli svizzeri, fortissimi, Kubler e soprattutto Koblet, che vinse sia Giro che Tour. Nelle corse in linea poi c’era Rik Van Steenbergen, uno che se te lo portavi dietro fino alla volata eri fregato.

Lo so, mio zio mi ricorda sempre che sono nato il giorno dopo che il belga ti ha bruciato alla Parigi-Roubaix.
Però, non sei proprio tanto giovane neanche tu! (Sorride.)

Ma allora perché Merckx si dichiara tuo vero erede? Ha ragione?
Lui ne fa una questione di quantità di vittorie. Mette giù i numeri. E in verità ha vinto 445 volte su 1582 corse, quasi il 30 percento! Ma in mezzo tra me e lui nel ciclismo c’è stato un vero salto storico, molto più netto di quello tra prima e dopo la seconda guerra.

Siamo tornati a questo punto: hai voglia di spiegarmelo meglio?
Direi questo: ultimamente si distinguono tre grandi epoche del ciclismo, quella eroica, quella dell’oro e quella successiva o moderna, con qualche dubbio in questi anni su cosa significhi ‘moderna’. Ora, io preferisco la distinzione in più epoche: un paio in salita, una in vetta e un paio in discesa, quindi almeno cinque. Insomma, una parabola piuttosto che una linea retta. La prima epoca è quella preistorica e arriva fino alla prima guerra mondiale. La seconda, che alcuni chiamano pionieristica, ma io la definirei mitologica, è quella tra le due guerre mondiali. In quest’epoca c’è una storia ciclistica incredibile e con personaggi che rimangono fissati come miti primordiali, tra questi Costante Girardengo, Alfredo Binda e Ottavio Bottecchia. La terza epoca è quella epica (o classica) e dura poco tempo, dal secondo dopoguerra alla fine degli anni Cinquanta. E’ la mia epoca… (Sorride.) Ti ricordo che Gino visse a cavallo tra seconda e terza epoca. Quarta è l’epoca che generalmente appiattiscono col nome di moderna e che dura ormai da mezzo secolo. Per me però da dieci anni stiamo vivendo una quinta epoca, ma che non è solo postmoderna, io la chiamo postciclismo. Ma siamo partiti dalle mie memorie e stiamo allargando troppo il discorso, ci vorrebbe un po’ più di tempo…

Ma è un discorso che non posso abbandonare così. Possiamo rivederci domani?
Certo… (Sorride). Quando vuoi, io ho tutto il tempo che ti serve.

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Lettere a Fausto: Marco Pantani

1 agosto 2009
Pubblicato da Adriano Zanon

Caro Fausto,
vorrei anch’io dire qualcosa sul tema della fortuna nel ciclismo. Ne ho fatta esperienza, a partire dai tanti incidenti avuti sia in gara che fuori gara. I primi fanno parte dell’ordine naturale per il ciclista: pensa che nel 1997 mi sono ritirato dal Giro a causa di un gatto che mi ha attraversato la strada! I secondi sono dovuti soprattutto al fatto che ormai non ci sono più strade per i ciclisti, professionisti e dilettanti. I miei incidenti in allenamento sono stati tutti scontri con automobili o camion.

Io credo che si nasca tutti quanti con un corredo di fortuna, non può essere diversamente, ma che questo non sia uguale per tutti e non si manifesti in maniera né distribuita nel tempo né con intensità costante. Credo anche che questo corredo sia un potenziale energetico, un’energia psichica, ma senza segno positivo o negativo, senza orientamento. Siamo noi che glielo diamo durante la nostra esistenza. Attraverso questa diventiamo individui, cioè noi stessi. Così mi dicevano anche quei medici che da metà 2003 hanno cercato di togliermi un po’ di dipendenze da sostanze e una depressione profonda. Per la verità uno di questi, un po’ prima, mi diceva che questa energia era la libido, una pulsione (così diceva) che trovava sfogo normalmente nel sesso ma in alcuni anche in altre cose, come l’arte, la ricerca, lo sport, quindi anche il ciclismo. Tanto più è forte questa libido tanto più uno si deve esprimere. Tanto più viene repressa questa libido tanto più possono sorgere le malattie mentali, tra cui la depressione. Insomma ci siamo capiti… Che si chiami libido o energia psichica, di quello si tratta, di un grumo che uno ha dentro dalla nascita e io credo che questo contenga anche la fortuna.

La mia passione era stare in bicicletta, nient’altro. Poi gareggiando ho cominciato a divertirmi. Poi ho cominciato a farlo anche vincendo. Ma la mia energia era esplosiva, non regolare e duratura. Lo scatto in montagna, staccare ripetutamente gli avversari, fino a sfibrarli, questa era la mia goduria (anche se poi qualche volta non riuscivo più ad arrivare al traguardo). Fortuna vuole che ho vinto il Giro del 1998 proprio così, torturando il povero Tonkov, grande corridore. E così mi sono trovato al Tour, dove onestamente la vicenda del doping aveva ridotto la concorrenza, praticamente avevo contro solo Jan Ullrich, il passista tedesco che aveva vinto l’anno prima.

Nel 1997 infatti Ullrich aveva preso la maglia al primo tappone dei Pirenei e l’aveva poi migliorata con le cronometro. Io però l’ho studiato e ho vinto due tappe, la seconda a L’Alpe d’Huez. Dove il crucco ha fatto l’ultimo tratto (13,8 Km) in 38’23”, non male per uno della sua stazza. Io lì feci quello che rimane il record di quella terribile salita: 37’35” – ma lì feci anche un cargo di coraggio, cominciai ad orientare la mia energia psichica, come avrebbe poi detto lo strizzacervelli. Alla fine di quel Tour arrivai terzo (a 14’03”), dietro anche a Virenque (a 9’09”).

Caro Fausto, la tappa a L’Alpe d’Huez era adattissima a me. Io la scalata l’ho fatta alla grande nel 1994 (38’00”) e la tappa l’avevo già vinta nel 1995 (38’04”), ma non dimentico che la prima volta che è stato fissato il traguardo ci sei arrivato tu, nel 1952 (per la cronaca con 45’22”), il giorno dopo vincesti al Sestrières, poi sui Pirenei, a Pau e infine sul Puy-de-Dôme. Quell’anno per te fu una cavalcata. Per me vincere all’Alpe era un onore e un dovere.

Al Tour del 1998 dunque. Non c’era L’Alpe d’Huez, ma c’era il Plateau de Beille sui Pirenei, praticamente lo stesso, con i suoi 15,8 Km di salita con pendenza media al 7,9% e massima al 10,8%. E c’erano Les Deux Alpes. Mi sono molto concentrato e le mie forze mi sono bastate. Ullrich non riuscì a recuperare nella cronometro finale, dove persi per pochi secondi. A Parigi mi sentivo un dio. Ero bello come un dio. Ero un dio.

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(Marco Pantani si gode la vittoria al Tour 1998)

Ma poi ci fu il 5 giugno 1999. A Madonna di Campiglio, ero in maglia rosa alla grande avendo già vinto quattro tappe, quando la mattina della tappa del Mortirolo, la penultima, mi hanno fermato. Dissero che avevo l’ematocrito al 52% contro il 50% previsto (piu la tolleranza dell’1%). Mi diedero quindici giorni di squalifica, potevo fare il Tour, ma non volli. Il mio demone mi aveva già posseduto. Passai un inverno terribile. Ero solo. Tutti mi guardavano storto: Pantani, il dopato. Chi mi aiutò in realtà mi affossò. Ero il cliente ideale.

L’anno dopo, il 2000, mi rimisi in sella. Al Tour vinsi persino due tappe in montagna, la prima Armstrong me la lasciò (così disse), era la salita del Mont Ventoux, allora dovetti vincerne un’altra, la Briançon-Courchevel, per puntiglio. Era il 16 luglio 2000. Ti voglio lasciare la traccia dell’ultima mia vera scalata.

Ma non m’interessava più niente, tantomeno di Armstrong. Mi ritirai alla diciassettesima, nono in classifica, non volevo tornare così sugli Champs-Élysées. Feci ancora il Giro nel 2001, nel 2002, nel 2003 arrivai tredicesimo. Ma ormai, mi ripeto, non m’interessava più niente di niente. Mi facevo schifo anche a vedermi in sella. Avevo ancora tanta gente attorno, ma ero solo. Il fatto è che io non ho mai avuto un Cavanna, caro Fausto. Sì, qualche medico, un paio di strizzacervelli, ma mai uno che mi guardasse dentro e mi conoscesse veramente, come il tuo vecchio massaggiatore, pur cieco.

Adesso so tutto, purtroppo. In gara non mi hanno mai trovato fuori regola, mai. Neanche a Madonna di Campiglio. Poteva essere un errore strumentale o una manipolazione mafiosa, come si disse, legata al mondo delle scommesse. Scommettere a quel punto che perdessi il Giro doveva avere un buon ritorno. Ma – soprattutto – al Tour del 1998 c’era stato lo scandalo della Festina, con un massaggiatore corriere del doping preso con il sacco pieno. Questa squadra era anche sponsor del Tour, con i suoi cronometri del cazzo, aveva corridori come Virenque e Zulle, la tradizione fresca di Indurain. Il ciclismo doveva quindi dare l’esempio. Io ne feci le spese. Ero il capro espiatorio ideale, la vittima sacrificale sull’altare di un ciclismo pulito. Gli ultimi anni sono stati solo una passione, anzi un calvario, l’ultima montagna. Ma io non riuscìì a vincere, o a resistere. Il mio narcisismo, il mio grumo di energia che ho ricevuto in dono, aveva ormai virato nella direzione sbagliata. E con l’aiuto di qualcuno finì la mia sofferenza.

Adesso sono ancora ricordato come l’ultimo ad avere vinto Giro e Tour nello stesso anno. Tu il primo, io l’ultimo. Nel mio piccolo sono anch’io un mito. Ecco, questa è stata tutta la mia fortuna.

Ciao Fausto, fammi un sorriso dei tuoi. So che tu mi capisci.

Il tuo per sempre
Marco Pantani

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Lettere a Fausto: Eddy Merckx

27 luglio 2009
Pubblicato da Adriano Zanon

Caro Fausto,
ho letto quanto ti hanno scritto Gastone, Fiorenzo e Jacques – tue vecchie conoscenze, ma anch’io, con tutta la mia irriverenza, vorrei scriverti qualcosa sui temi affrontati, cioè in particolare sulla fortuna nel ciclismo e su come affrontarla.

Per evitare equivoci e false modestie ti dirò subito che sono io il tuo erede, l’unico tuo erede. Nessun altro può accostarti, né prima di me né dopo. Vorrei dire di più, tanto so che tu mi capisci: io sono stato, ciclisticamente parlando, la tua reincarnazione. Tu sei stato il primo ad eccellere su tutti i fronti e pur sacrificando agli anni della guerra le tue energie migliori, sei riuscito a vincere tanto e in tutti i tipi di corsa. Desidero ricordare alcune cifre (prima le tue vittorie, fra parentesi le mie):

Giro: 5 (5), tappe 22 (25); Tour: 2 (5), tappe 9 (34); Accoppiate Giro+Tour:  2 (3)
Mondiali su strada: 1 (3); Mondiali ad inseguimento: 2 (0); Record dell’ora: 1942-56 (1972-84)
Milano-Sanremo: 3 (7); Classiche belghe: 1 (10); Giro di Lombardia: 5 (2); Totale classiche monumento: 9 (19)

Io ho vinto quindi di tutto, come te, solo un po’ più di te, ma per ragioni note. Oltre all’intervallo della guerra tu hai avuto senz’altro più antagonisti anche contemporaneamente: gli italiani Bartali e Magni, il francese Bobet, gli svizzeri Koblet e Kubler, il nostro Van Stenbeergen sulle corse in linea. Io ho avuto come avversari il vostro Felice Gimondi (uno che non mollava mai e ne usciva sempre come un signore) per tutto il periodo, Luis Ocaña (uno che meriterebbe un intero trattato sulla sfortuna), ma solo al Tour e all’inizio degli anni Settanta e il mio compaesano fiammingo Roger De Vlaeminck, vincitore di ben 11 delle classiche (di cui 4 Parigi-Roubaix!), ma nessun giro. Altri non sono nominabili.

Per chiarire ulteriormente, voglio sottolinearti che nessun altro può avvicinarci. Tra i sette che hanno vinto sia Giro che Tour nello stesso anno, cioè l’impresa più difficile (noi due più Anquetil, Hinault, Indurain, Roche e Pantani), si può considerare un po’ solo Hinault. Infatti Anquetil e Indurain (un gigante alto 1,88 e pesante 80 chili) vincevano solo cronometro e corse a tappe, mentre Roche è durato solo un anno (il 1987 in cui vinse anche il mondiale, incredibile questo irlandese) – come purtroppo anche Pantani, che ha fatto i miracoli nel 1998, lui che sostanzialmente era uno scalatore puro. Bernard Hinault dunque ha vinto 3 Giri e 5 Tours, con ben due accoppiate, ma solo 7 classiche, un mondiale e nessun record dell’ora. Ha vinto anche due Vuelta (io solo una), ma questa non è ancora una gara universale, dove partecipano tutti o quasi tutti i migliori e io non la considero fondamentale per misurare il Palmarès. Non capisco invece Lance Armstrong, uno che ha vinto il mondiale nel 1993 eppoi 7 Tours di seguito (1999-2005). Ma solo quelli! Mah…

Detto tutto ciò, come valutare la fortuna nel ciclismo? Intanto chiariamo il concetto. Magni quando cita Machiavelli mi pare che intenda la fortuna in negativo, cioè la sfortuna. Ma mentre per Machiavelli la Fortuna (con la Effe maiuscola) era ancora una protagonista assoluta, capace di fare e disfare il mondo, per noi è già un cosa diversa, può esserci e non esserci, può anche essere positiva. Mi si dirà: per forza! In una gara, se è sfortuna per uno è fortuna per un altro. In realtà si può chiamare fortuna anche quella in cui uno solo ha dei vantaggi contro tutti o quasi tutti gli altri. Non penso solo a cadute collettive. Vuoi che ti ricordi io qualche caso nel Giro?

Ti ricordi senz’altro Carlo Clerici nel 1954. Forse ti brucia ancora oggi… Era un gregario di Hugo Koblet. Alla sesta tappa, la Napoli-L’Aquila, vinse la tappa su altri tre compagni di fuga. Solo che il vantaggio fu di mezz’ora abbondante e non fu mai colmato, pur essendo Clerici anche un cattivo scalatore. Klobet arrivò secondo a 26′ e tu solo quarto a oltre 31′. Clerici non vinse altro in carriera. Possiamo dire che ha avuto fortuna?

Dopo il Giro del 1955, quello del lavoretto tuo e di Magni a Nencini, si può ricordare quello del 1956. Ventunesima e terzultima tappa, Merano-Monte Bondone, Pasquale Fornara in rosa si ritirò semiassiderato in mezzo ad una tormenta di neve, con lui si ritirarono altri 43 corridori. CosìCharly Gaul che era partito ventiquattresimo a 17′ di ritardo, vinse con 8′ su Alessandro Fantini e oltre 12′ su Magni. Gaul era unico, si esaltava sotto il cattivo tempo, secondo me è stato il più grande scalatore di tutti i tempi. Ricorderai che Magni pagò allora la fortuna dell’anno precedente. Arrivò al traguardo con una spalla fratturata in caduta e aiutandosi a spingere sui pedali tenendo con i denti un tubolare legato al manubrio. Mitico. Ho avuto perfino un po’ d’invidia, perché queste sono veramente grandi imprese.

(Il mitico Magni al Giro 1954)

A questo punto mi dirai che anche i casi di Clerici nel 1954 e di Gaul nel 1956 hanno poco a che fare con la sfortuna, si deve chiamare dabbenaggine di tutti nel primo caso e resistenza di Gaul nel secondo… Ma nel secondo intervenne anche la caduta di Magni a conferma che la sfortuna non guarda in faccia nessuno!

Insomma, caro Fausto, la fortuna c’è, eccome, ma non si può sapere quando arriva, neanche un istante prima. Ecco perché io dò ragione al vostro Segretario fiorentino, quello del Principe, già ricordato da Fiorenzo, quando dice che

“la fortuna è donna: ed è necessario, volendola tenere sotto, batterla e urtarla. E si vede che la si lascia più vincere da questi che da quelli che freddamente procedano. E però sempre, come donna, è amica de’ giovani, perché sono meno respettivi, più feroci, e con più audacia la comandano.”

E’ un brano del capitolo XXV che io ho imparato a memoria perchè è la mia filosofia di gara, quindi di vita. Io non ho mai concesso niente a nessuno, ho sempre cercato di vincere, sempre, in ogni occasione. Naturalmente qualche volta ho perso e la più bruciante fu al traguardo del Montjuich nel 1973, quando pagai la voglia di strafare e non riuscii più a fare la volata che il buon Maertens mi lanciò, lasciando via libera a Felice. Qui lo voglio scrivere con chiarezza: Gimondi era un grande, senza di me avrebbe vinto altri due Tours e altri due Giri e oggi avrebbe un palmarès pari ad Hinault, cioè da terzo ciclista del dopoguerra, dopo noi due.

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(Eddy Merckx morde la strada della Parigi-Roubaix)

A proposito d’immagine, non capisco perchè mi chiamassero il cannibale. Io non mangiavo gli altri, ma la strada e i pedali e il manubrio. Penso che una metafora più realistica sarebbe di tipo erotico e sessuale: possedevo la bicicletta con grande foga, qualcosa di innato che le vittorie ed il tempo non mi hanno calmato, fino a quando non ho vinto più, come succede a tutti gli uomini.

Intanto domenica 26 si è concluso il 96esimo Tour. L’ha vinto Alberto Contador, castigliano, anzi di Madrid, per la seconda volta dopo quella del 2007. La cosa che più impressiona però è che dal 1986, cioè in 24 edizioni, ci sono state 10 vittorie statunitensi (7 Armstrong e 3 Lemond) e 10 vittorie spagnole (5 Indurain, 2 Contador e una a testa Delgado, Pereiro e Sastre). Fanno eccezione solo Roche (1987), Riis (1996), Ullrich (1997) e Pantani (1998). Dopo Pantani solo americani e spagnoli. Bisognerà rifletterci un po’.

L’ho fatta un po’ lunga Fausto, come un tappone dolomitico e con te avrei voglia di continuare, ma ti lascio qui, con tutta la riconoscenza e un forte abbraccio.

Il tuo
Eddy Merckx

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Lettere a Fausto: Jacques Anquetil

18 luglio 2009
Pubblicato da Adriano Zanon

Mon cher Fausto,
je suis très heureux de te retrouver ici. Excuses-moi, mais je ne réussis pas à écrire en italien. Je désire cependant rappeller les meilleurs instants de notre cyclisme d’antan. Je suis encore orgueilleux d’avoir été ton héritier et je n’envie pas qui est venu après nous, même si il a vaincu sept Tours de suite, comme Lance Armstrong.

Je voudrais, si possible, parler aussi de la chance. Gaston a écrit que la chance fait toujours suite au courage et même lorsqu’elle t’a souri, elle pourrait soudainement s’épanouir. Par contre, Florent dit qu’il vaut mieux s’organiser entre tous pour diminuer les risques et combatre la malchance qui est la normalité pour qui court en bicyclette. J’aimerais peut-être ajouter quelque chose, parce que dans la vie j’ai eté plus malchanceux que dans les courses et dans ces dernières j’ai toujours été beaucoup plus individualiste que dans la vie.

jacques-anquetil-raymond-poulidor

(12 julliet 1964: Tête-à-tête au Puy-de-Dôme entre Anquetil et Poulidor)

Je crois, cher Fausto, que chaqun marque bonne part de son propre destin et qu’il puisse agir pour en modifier le décours, mais seulement si il est capable de se seconder, si il aide ses propres caractéristiques à changer dans ce but. Ainsi, moi qui suis né à Mont-Saint-Aignan, près de Rouen, entre Paris et la Manche. Lieu, malgrés le nom, qui n’est qu’à 150 mètres d’altitude, j’ai du apprendre très tôt à aller vite en plaine. En plus, j’ai perfectionné ma position en selle, j’ai trouvé la juste respiration et la constance pour les longues courses. Ma première victoire fut au Grand Prix de Nations de 1953, je n’avais alors que dix-neuf ans, en suite je l’ai vaincu cinq fois de suite. J’en ai vainques neuf au total, c’était ma compétition. Une course contre la montre de 140 kilomètres c’était une vrais veine pour moi! En 1956, j’ai compris que battant ton record de l’heure du 1942, je pouvais t’approcher.

Dès ce moment en montée je ne cédais plus un mètre, meme pas aux grands tel que mon ami Raymond Poulidor (qui en 1964 il arriva second aux Champs-Élysées à seulement 55″). Au contraire, avec le temps je me pris quelque satisfaction supplémentaires. En 1963 je vainquis deux étapes de montagne, une sur les Pyrénées (avec l’ Aubisque et le Toumalet) et une sur les Alpes (avec les deux col du Saint-Bernard), en battant toujours dans la volée le grand Federico. Entre autre en 1964, avec arrivée dans descente, je fus premier dans la Briançon-Monaco. Mais les courses contre la montre était naturellement toujours miennes! En plus j’étais devenu invulnerabile dans les courses en étapes.

Voilà enfin le point, cher Fausto. Contre la malchance, ou mieux encore le décours incertain de la chance, on ne réussit pas toujours à trouver une bonne solution autant dans l’organisation, que les alliances pour s’alterner dans les efforts et diminuer les risques, il ne suffit pas toujours d’avoir des bons coéquipiers, parce que si ceux-ci sont des grands grimpeurs ils deviennent des concurrents plus des coéquipiers. On dépend donc de nos propres caractéristiques et on ne doit jamais les oublier, du reste comme nos origines. Alors il faut être capables de s’aider soi-meme, en sachant souffrir, en serrant les dents, et savoir porter à la maison le résultat final en chaque bonne occasion. Un comme moi n’aurais pu gagner que contre la montre et était constraint d’y gagner pour pouvoir remporter une course à étapes. Les courses en ligne j’en rêvais seulement.

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(Biographie de Anquetil pubbliée en 2008)

J’ai toujours rêvé de tes grandes entreprises, lorsque tu donnais dix ou vingt minutes à tous en montagne, en renversant les situations plus défavorables. Mais les uniques entreprises que j’ai réussi à faire n’avaient rien du grand cyclisme. Je me ne m’en repentis pas tout à fait, même si encore aujourd’hui les français écrivent de moi comme un cycliste perfectionniste et ils sont les anglais qui rédigent des biographies complètes sur moi.

Merci Fausto, de tout.

Ton éternel ami.
Jacques Anquetil

(Avviso: nei commenti si trova la traduzione della presente lettera.)

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Lettere a Fausto: Fiorenzo Magni

10 luglio 2009
Pubblicato da Adriano Zanon

Caro Fausto,
sono costretto a scriverti perché Gastone ha fatto strani discorsi, in particolare sulla fortuna. Forse non ho ben capito cosa volesse dire, forse non lo sa bene neanche lui. Ma forse è veramente ancora turbato dal Tour del 1960, quello vinto! E su ciò merita un certo rispetto. Ma prima devo far notare che mi ha dato del bucaiolo di Prato. Come se fosse un doppio insulto. Ma ciò non ha senso. Infatti, tu sai che io son di Vaiano, mentre lui è di Barberino di Mugello. Tra Vaiano e Barberino ci sono soli 22 chilometri di strada, via Montecuccoli, ma questi sono i capoluoghi di due comuni contigui che si sviluppano in due valli parallele. Quindi, per semplificare, siamo entrambi di Prato, anche se Barberino oggi si associa più a Firenze. Qui c’è la solita boria dei fiorentini su tutti gli altri toscani, vicini e lontani. Ma siamo praticamente dello stesso posto! Non a caso, nascere e vivere lì ci ha portato ad essere entrambi due buoni discesisti… Pensa che bischero!

coppi-e-magniMa torniamo alla fortuna, ch’è meglio. Cos’è costei? A scuola, avevo imparato studiando il Machiavelli che la fortuna va e viene, che dispone del tempo e infine che cambia volentieri cavallo, nel nostro caso ciclista. Ma il Segretario diceva anche che la fortuna è donna e che per tenerla sotto bisogna batterla e che se si è giovani si ha più energia per farlo. Insomma, già lui diceva a modo suo che qualcosa si può fare per condizionarla.

Poi però in tema di fortuna la vita mi ha fatto fare qualche esperienza personale e qualche riflessione. Torniamo proprio sulla nostra fuga della Trento-San Pellegrino, la penultima tappa del giro 1955. Sì, in quell’occasione Gastone forò, ma noi avemmo la semplice conferma che in due si rischia meno, perché ci si osserva e corregge nei punti difficili e perché, casomai, nelle forature ci si aiuta. Poi, che è meglio se ci si aiuta in due sì, ma diversi, tu eri più forte in salita, io in discesa: uno solo non può esser più forte di due specialisti concordi. Infine, che avere tanta energia e sprecarla a rincorrere non aiuta la fortuna. Due energie alleate e diverse possono dare più della somma delle due singole, aumentano l’efficacia dei singoli. Oggi direbbero che si fa sinergia. Io insomma ho ben imparato che non basta il coraggio individuale per muovere anche la fortuna, perché questa non si sa mai dove vada a parare. Ma forse questo lo ha capito anche Gastone, anche se tu, purtroppo, ne sai più di tutti, caro Fausto.

Infine, pensa che il nostro ha il nome del papero Gastone che nei fumetti di Walt Disney è diventato un simbolo della fortuna, tutto l’opposto del cugino Paperino! Ma quello era un fumetto banale, non esiste uno che è sempre fortunato e lui solo, poi! Quindi il nostro non ha ancora imparato bene la lezione del 1955, pensa ancora che un arnese individuale come la bicicletta dipenda solo da chi ci sta sopra e non anche da chi ci sta a fianco.

coppi-e-magni-al-giro-ditalia-del-1955gifAlla prossima, intanto ti saluto e ti abbraccio.

Il tuo indissolubile
Fiorenzo Magni

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Lettere a Fausto: Gastone Nencini

1 luglio 2009
Pubblicato da Adriano Zanon

Caro Fausto,
ho pensato di scriverti alla vigilia del Tour de France che va da sabato 4 a sabato 26. Per noi ciclisti il Tour resta il vero mito e ancor di più per noi italiani. Dopo Ottavio (1924 e 1925), Gino (1938 e 1948) e tu (1949 e 1952), l’abbiamo vinto solo io (1960), Felice (1965) e Marco (1998). Ben 8 su 51 edizioni dal 1903 al 1965 e solo una volta su 42 da questa data ad oggi. Meglio di noi hanno fatto i francesi (36 vittorie, di cui 5 Anquetil e Hinault, 3 Bobet), i belgi (18, di cui 5 Merckx) e perfino gli spagnoli (11, di cui 5 di fila Indurain e tre diversi negli ultimi tre anni) e gli Stati Uniti (10, di cui 7 di fila Armstrong e 3 Lemond).

Ormai a livello internazionale noi italiani siamo ridotti a vincere le gare in linea, soprattutto il campionato del mondo, dove nello stesso periodo abbiamo vinto 13 volte (su 42) e alla grande negli ultimi tre anni (Bettini nel 2006 e 2007 e Ballan l’anno scorso). In sede ciclistica possiamo dire che sappiamo fare squadra e volata, ma solo in una giornata. La kermesse lunga e lo sforzo costante non fanno più per noi. E purtroppo mi pare la foto di un popolo. Non pare anche a te?

So già che mi dirai che siamo stati anche sfortunati, che Ottavio ne avrebbe vinti almeno cinque di seguito se i fascisti non l’avessero ammazzato, che anche Gino avrebbe fatto altrettanto se non ci fosse stata la guerra e non a caso è stato l’unico a rivincerlo dieci anni dopo (1938 e 1948). E che di recente siamo arrivati anche noi sul podio, con Ivan Basso. Ma una volta eravamo in tanti a fare la gara! Nel 1960 io arrivai davanti a Battistini, con Pambianco settimo e Massignan decimo. Nel 1965 Felice vinse con Gianni Motta terzo e De Rosso settimo. Come quando vincesti tu nel 1949, con Gino secondo e Fiorenzo sesto, e nel 1952, con Gino quarto e Fiorenzo sempre sesto, ma anche Andrea Carrea nono.

Ma oggi è cambiato qualcosa Fausto, non siamo più gli italiani di cinquant’anni fa! E non dirmi che siamo diventati ricchi! Negli ultimi anni ha vinto sette volte di seguito un americano, uno con un nome che sembra inventato da Walt Disney: Lance Armstrong (pensa, si chiama Lancia Fortebraccio!). Non credo che costui sia più povero e quindi più umile di noi italiani. Dicono che abbia tanto coraggio, lo dimostrerebbe la sua storia personale. Ma senza parlare di quella, per la quale ci vuole un po’ più di spazio, noi non abbiamo più coraggio? E’ impossibile: noi abbiamo vinto sempre grazie a quello. Anche perché se c’è coraggio si può anche avere un po’ di fortuna, che è indispensabile. Ma senza coraggio non si ha niente, in corsa e nella vita.

Col de Perjuet

E vorrei fermarmi a riflettere proprio sulla fortuna. La fortuna nel ciclismo. Io non avevo paura di niente, ero tenace in salita e pazzo in discesa. Mi ricorderò sempre il Giro del 1955, ero una forza della natura, avevo venticinque anni, e la maglia rosa da cinque giorni. Alla penultima tappa, la Trento-San Pellegrino, forai in discesa (una semplice foratura!) e voi maledetti vegliardi (70 anni in due!) – ed ingordi – me l’avete ficcata! Vincesti tu e fu la tua ultima vittoria al Giro, con Fiorenzo – quel bucaiolo di Prato – in rosa che vinse così il suo terzo Giro. Sul podio finale, tu arrivasti secondo a soli 13″, io terzo.

Ma mi ricordo e ricorderò soprattutto il Tour che vinsi, nel 1960, a trent’anni. Alla 14esima tappa, Millau-Avignon, il 10 luglio io ero in giallo. Mi lanciai nella discesa del Col de Perjuret. Roger Rivière era un grande, aveva fatto due volte il record dell’ora nel 1957 e nel 1959, quest’ultimo durò fino al 1967. Mi inseguì come pochi potevano fare. Cadde in un dirupo e si spezzò la spina dorsale. Lo seppi ben dopo l’arrivo e la sua foto di uomo accartocciato, come il feto di un ciclista, non riesco ancora di togliermela dalla testa e non la faccio vedere più a nessuno. Roger aveva 24 anni, io dopo quel Tour vinsi solo un circuito di Acireale, l’anno dopo. Non avevo più la testa.

Confermo quindi che ci vuole coraggio, ma anche fortuna e questa viene a caso e nel tempo i suoi effetti possono essere strani, molto strani! E’ così infatti che la mia sconfitta del 1955 me la tengo stretta e la mia vittoria del 1960 ha un’aura tragica. Insomma, a volte è meglio perdere che vincere, è solo il tempo a giudicare qual è la cosa migliore.

Guarda un po’ cosa ti ho scritto Fausto! Ciao, alla prossima.

Il tuo
Gastone Nencini

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