La Città Futura

il progetto rossoverde per Portogruaro
 

Archivio di Fausto Coppi

31 dicembre 2015
Pubblicato da Fausto Coppi

Questa pagina contiene i seguenti materiali:

1 luglio 2009: Lettera di Gastone Nencini
10 luglio 2009: Lettera di Fiorenzo Magni
18 luglio 2009: Lettera di Jacques Anquetil
27 luglio 2009: Lettera di Eddy Merckx
1 agosto 2009: Lettera di Marco Pantani
15 settembre 2009: Intervista a Fausto Coppi (prima parte)
20 settembre 2009: Intervista a Fausto Coppi (seconda parte, da editare)

 

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Intervista a Fausto Coppi

15 settembre 2009
Pubblicato da Fausto Coppi

(Prima parte)

faustocoppi1959

Ciao Fausto, sono riuscito a scovarti, ma eri in vacanza?
Sì, adesso me la posso permettere. (Sorride.)

Per prima cosa vorrei farti gli auguri. Buon compleanno! Quanti sono?
Grazie di esserti ricordato. Sono tanti. Novanta. Ma io sono in una situazione per cui ogni anno che passa non cambia granché. (Ridacchia)

Possiamo commentare un po’ le lettere dei tuoi amici? C’è qualcosa che non capisco, forse qualcosa di non detto e qualcosa di tragico in tutte.
A me sembrano invece molto chiare, anche nei silenzi. Tra corridori ci si capisce al volo, non serve neanche un’occhiata.

Io però non capisco perché non ti abbia scritto Gino Bartali. Mi sarei aspettato soprattutto una sua lettera.
Gino? (Grande risata.) Non ha scritto perché non sa farlo. Nonostante sia di Ponte a Ema, Gino è un contadino, figlio di contadini. Suo padre si chiamava Torello, che è tutto dire. E lui è rimasto sempre fondamentalmente un contadino, con tutti i suoi grandi pregi e le sue ben note contraddizioni. E’ stato raccontato tante volte che durante il Giro del ’40, quando – ventenne – mi ritrovai in maglia rosa, andai in crisi e stetti per ritirarmi, ma Gino mi aiutò alla sua maniera. Mi insultò dandomi dell’acquaiolo, cioè uno che beve solo acqua. A lui piace il vino e mangiava sempre come un bue prima della gara.

(Bartali con Coppi alle spalle)

(Bartali con Coppi alle spalle)

Cosa intendi per contraddizioni di Bartali?
Voglio solo dire che Gino è un semplice, coraggioso e generoso, ma allora sentiva il bisogno profondo di qualcuno che lo guidasse. E qualcuno ne approfittò. Forse anche durante la guerra manifestò la sua incertezza, ma politica, non morale. Infatti come militante dell’Azione Cattolica, dopo l’8 settembre, fece la staffetta tra Cortona e Assisi portando documenti falsi sulla canna, dentro il manubrio, sotto la sella. Salvò così molti rifugiati ebrei. Dicono che contemporaneamente fosse iscritto alla Repubblica di Salò. Io non ci credo del tutto, o forse era una copertura per i suoi traffici clandestini. Ma ci sarebbe una testimonianza precisa del ’49, con tanto di lettera autografa di Gino che ringrazia un generale perché è entrato nella Milizia della strada. Io in verità ho dubbi proprio sulla lettera: mi fa pensare che sia tutta una montatura. Una lettera autografa di Gino: più ci penso e meno ci credo.

Forse allora è stato più ambiguo che contraddittorio…
Ambiguo è uno che mantiene consapevolmente due posizioni diverse od opposte, contraddittorio uno che si combatte tra queste e non ne viene fuori. Ecco, secondo me erano in contraddizione la sua posizione morale di fondo e certe scelte opportunistiche. Mi riferisco soprattutto alla sua condotta in gara e al periodo del dopoguerra, quello democristiano. In gara era come un bambino capriccioso. Alla Legnano, siccome era il capitano, doveva vincere sempre lui (ma abbiamo visto che si mise a disposizione quando al Giro del ’40 Eberardo Pavesi, il patron che lo chiamava ‘brutt bojon’, gli disse che doveva aiutarmi). Poi quando perdeva aveva tutte le sue scuse. Fuori gara invece era un personaggio incredibile e fastidioso, almeno per me. Un baciapile, sempre ad invocare il miracolo: un vero riferimento per tutti i bigotti. Fece incontri a cui diedero gran clamore: De Gasperi, il Papa, Padre Pio, a cui poi dedicò la vittoria al Tour del ’48. Alla fine credo che la migliore sintesi sia quella di Gianni Brera che lo definì ‘Bertoldo devoto’. Naturalmente quando non vinse più lo abbandonarono, questo lo capì anche lui. Era un Bertoldo, non uno stupido.

A proposito di Salò, anche Magni ne fu coinvolto.
Si, quello è certo. Ma – anche se nel ’46 fu sospeso per un anno – si dimostrò che non partecipò mai a nessun atto violento. E quando nel ’48 arrivò in maglia rosa al Vigorelli, il pubblico lo contestò con rabbia. Fiorenzo però era un duro e quella fu solo una delle tante sue difficili ripartenze.

Bartali, Coppi e Magni: eravate veramente un trio vincente?
Non eravamo un trio, ma tre persone e tre corridori molto diversi. Gino era del ’15, io del ’19 e Fiorenzo del ’20. Incominciamo tutti prima della guerra, ma Gino nel ’40 era già un mito, aveva già vinto due Giri e un Tour, quello del ’38, l’anno dei Mondiali di calcio vinti in Francia – allora sì che giravano le palle ai francesi… Altro che nel ’48, come dice la canzone di Paolo Conte! Fiorenzo ed io siamo stati fermati ventenni e io avevo già vinto il Giro del ’40, al primo anno da professionista, quando però Gino era nel pieno della sua maturità atletica. In realtà, non so chi ha avuto più danni dalla guerra, penso lui.

Ma tu hai fatto anche il militare e la guerra, anzi la prigionia.
Si, finii in Africa, dove nell’aprile del ’43 si sbriciolò il fronte e fummo fatti prigionieri dagli inglesi. Tutto sommato non mi andò neanche male. Prima in Tunisia, poi vicino ad Algeri, dove fui anche attendente di un ufficiale inglese amante del ciclismo. Rientrai in Italia all’inizio di febbraio ’45, con le truppe inglesi.

Si può dire che la seconda guerra mondiale è stato uno spartiacque nella storia del ciclismo?
Sì e no. Per me sì, senz’altro. Dalla Legnano passai alla Bianchi e alla prima Milano-Sanremo vinsi con oltre 14 minuti di distacco. (Sorride.) Ma a parte la mia storia, si può dire che allora cambiò tutto, non solo il ciclismo. A cominciare dall’alimentazione, quella di tutti. Ma forse nel ciclismo i cambiamenti più importanti sono venuti sia prima che dopo la seconda guerra.

Possiamo fissare i passaggi più importanti?
Innanzitutto dobbiamo tornare a lui, Gino. La sua storia ci aiuta a ragionare su continuità e discontinuità. E’ l’unico che ha vinto prima e dopo la guerra sia Giro che Tour. E’ stato un mostro. Vinse i Giri ’36 e ’37: pensa che nel ’33 vinse Alfredo Binda e nel ’34 Learco Guerra! Quella era un’altra generazione, un altro ciclismo e lui ne visse e testimoniò il tramonto. Pensa solo cos’erano allora le strade (oggi sono come biliardi). Si correva nella polvere e nel fango – e non so cos’era meglio. Gino corse dal ’35 al ’55, anche se dopo il Tour del ’48 vinse ben poco. Tra le classiche solo la Sanremo del ’50, in volata: un drago.

(Bartali e Bobet sulle strade del Tour)

(Bartali e Bobet sulle strade del Tour)

Ma il vostro duello, Bartali contro Coppi, è stato vero e così duro?
La vera guerra è durata poco (sorride), sono stati i tre-quattro anni dopo al guerra, fino al 1949. Poi è stata solo sceneggiata, non c’era più gara tra noi. Gino sopravvisse – giustamente – al mito che si era creato con le sue forze.

Una domanda indispensabile: al Tour del ’52 chi diede la borraccia e chi la prese?
(Sorride, ma per un attimo, poi diventa piuttosto serio.) Basta guardare bene la foto. Ma tutta la foto, il contesto ed i particolari. Tutti si concentrano sul gesto: gli avversari che si aiutano… E si interpreta secondo schemi e pregiudizi, a favore di uno o dell’altro. Purtroppo è così nella vita di tutti i giorni.

(Bartali e Coppi nel famoso scambio al Tour 1952)

(Bartali e Coppi nel famoso scambio al Tour 1952)

Voglio applicarmi: io vedo che Bartali, che sta dietro, ha le due borracce sulla bici, mentre tu ne hai una nella mano sinistra, che è sul manubrio e l’altra è allo scambio. Quindi se Bartali non poteva portare tre borracce, quella era tua.
(Sorride e scrolla la testa) Ma guarda bene, no? Intanto, due certezze ci sono: quella non è un borraccia ma una bottiglia di vetro. Eppoi Gino in corsa non si metteva certo a fare il gioco delle tre carte, o borracce. Quindi quella bottiglia non era sua. Ma non era neanche mia: io in salita ero molto attento al peso superfluo e non si portano bottiglie in corsa, col rischio di far dei vetri sulla strada. Se guardi bene non siamo proprio soli nella foto… Le ombre indicano un’altra presenza. Ci fu qualcuno che diede la bottiglia a me, che la passai a Gino.

Allora è vero che fu una una scena voluta dal fotografo Carlo Martini?
Sì, il fotografo organizzò il tutto, per immortalare il gesto. La scena è riuscita bene perché io sto facendo una smorfia incredibile, sembra che stia per morire e che Gino mi stia per salvare. Però anche nelle nostre intenzioni si voleva sottolineare la collaborazione, la reciprocità, la solidarietà. Capisco che oggi queste cose appaiono sempre più difficili, siamo finiti in un’epoca balorda.

Ho capito. Per tirare le somme su questa parte: tu hai avuto grandi parole per Bartali, non ne ho mai sentite di migliori, ma fai anche dei grandi distinguo, non ti vuoi confondere…
Abbiamo tratto vantaggio entrambi dal duello e dalle fazioni popolari che lo sostenevano. Ma siamo stati due uomini e due corridori molto diversi. Dell’uomo Gino abbiamo detto, in quanto al corridore, lui era uno scattista e quindi uno scalatore, io ero un passista. Per vincere tappe e corse in linea io dovevo sempre fare un’impresa, partire da lontano, staccare tutti e arrivare da solo, raramente ho vinto una volata. Le accoppiate Giro-Tour del ’49 e del ’52 sono state le mie grandi vittorie, ma costruite su grandi tappe, diventate – modestamente – leggende. Anche se il mio pubblico di base me lo feci vincendo le classiche italiane, la Sanremo e il Lombardia, tra ’46 e ’49 (ben sette su otto, esclusa solo la Sanremo del ’47, che andò a Gino).

Ma allora eri come Merckx… Vincevi tutto tu!
No, no… Tra noi due c’è ancora più differenza! (Sorride, anzi ride.) Al rientro dalla guerra io ero assatanato di vittorie, ma intanto avevo molti, e fortissimi, concorrenti. Ho avuto anche tanti infortuni. Oltre a Bartali e Magni, c’erano i francesi Robic prima e Bobet poi, due grandi combattenti. C’erano gli svizzeri, fortissimi, Kubler e soprattutto Koblet, che vinse sia Giro che Tour. Nelle corse in linea poi c’era Rik Van Steenbergen, uno che se te lo portavi dietro fino alla volata eri fregato.

Lo so, mio zio mi ricorda sempre che sono nato il giorno dopo che il belga ti ha bruciato alla Parigi-Roubaix.
‘Però, non sei proprio tanto giovane neanche tu! (Sorride.)

Ma allora perché Merckx si dichiara tuo vero erede? Ha ragione?
Lui ne fa una questione di quantità di vittorie. Mette giù i numeri. E in verità ha vinto 445 volte su 1582 corse, quasi il 30 percento! Ma in mezzo tra me e lui nel ciclismo c’è stato un vero salto storico, molto più netto di quello tra prima e dopo la seconda guerra.

Siamo tornati a questo punto: hai voglia di spiegarmelo meglio?
Direi questo: ultimamente si distinguono tre grandi epoche del ciclismo, quella eroica, quella dell’oro e quella successiva o moderna, con qualche dubbio in questi anni su cosa significhi ‘moderna’. Ora, io preferisco la distinzione in più epoche: un paio in salita, una in vetta e un paio in discesa, quindi almeno cinque. Insomma, una parabola piuttosto che una linea retta. La prima epoca è quella preistorica e arriva fino alla prima guerra mondiale. La seconda, che alcuni chiamano pionieristica, ma io la definirei mitologica, è quella tra le due guerre mondiali. In quest’epoca c’è una storia ciclistica incredibile e con personaggi che rimangono fissati come miti primordiali, tra questi Costante Girardengo, Alfredo Binda e Ottavio Bottecchia. La terza epoca è quella epica (o classica) e dura poco tempo, dal secondo dopoguerra alla fine degli anni Cinquanta. E’ la mia epoca… (Sorride.) Ti ricordo che Gino visse a cavallo tra seconda e terza epoca. Quarta è l’epoca che generalmente appiattiscono col nome di moderna e che dura ormai da mezzo secolo. Per me però da dieci anni stiamo vivendo una quinta epoca, ma che non è solo postmoderna, io la chiamo postciclismo. Ma siamo partiti dalle mie memorie e stiamo allargando troppo il discorso, ci vorrebbe un po’ più di tempo…

Ma è un discorso che non posso abbandonare così. Possiamo rivederci domani?
Certo… (Sorride). Quando vuoi, io ho tutto il tempo che ti serve.

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Lettere a Fausto: Marco Pantani

1 agosto 2009
Pubblicato da Fausto Coppi

Caro Fausto,
vorrei anch’io dire qualcosa sul tema della fortuna nel ciclismo. Ne ho fatta esperienza, a partire dai tanti incidenti avuti sia in gara che fuori gara. I primi fanno parte dell’ordine naturale per il ciclista: pensa che nel 1997 mi sono ritirato dal Giro a causa di un gatto che mi ha attraversato la strada! I secondi sono dovuti soprattutto al fatto che ormai non ci sono più strade per i ciclisti, professionisti e dilettanti. I miei incidenti in allenamento sono stati tutti scontri con automobili o camion.

Io credo che si nasca tutti quanti con un corredo di fortuna, non può essere diversamente, ma che questo non sia uguale per tutti e non si manifesti in maniera né distribuita nel tempo né con intensità costante. Credo anche che questo corredo sia un potenziale energetico, un’energia psichica, ma senza segno positivo o negativo, senza orientamento. Siamo noi che glielo diamo durante la nostra esistenza. Attraverso questa diventiamo individui, cioè noi stessi. Così mi dicevano anche quei medici che da metà 2003 hanno cercato di togliermi un po’ di dipendenze da sostanze e una depressione profonda. Per la verità uno di questi, un po’ prima, mi diceva che questa energia era la libido, una pulsione (così diceva) che trovava sfogo normalmente nel sesso ma in alcuni anche in altre cose, come l’arte, la ricerca, lo sport, quindi anche il ciclismo. Tanto più è forte questa libido tanto più uno si deve esprimere. Tanto più viene repressa questa libido tanto più possono sorgere le malattie mentali, tra cui la depressione. Insomma ci siamo capiti… Che si chiami libido o energia psichica, di quello si tratta, di un grumo che uno ha dentro dalla nascita e io credo che questo contenga anche la fortuna.

La mia passione era stare in bicicletta, nient’altro. Poi gareggiando ho cominciato a divertirmi. Poi ho cominciato a farlo anche vincendo. Ma la mia energia era esplosiva, non regolare e duratura. Lo scatto in montagna, staccare ripetutamente gli avversari, fino a sfibrarli, questa era la mia goduria (anche se poi qualche volta non riuscivo più ad arrivare al traguardo). Fortuna vuole che ho vinto il Giro del 1998 proprio così, torturando il povero Tonkov, grande corridore. E così mi sono trovato al Tour, dove onestamente la vicenda del doping aveva ridotto la concorrenza, praticamente avevo contro solo Jan Ullrich, il passista tedesco che aveva vinto l’anno prima.

Nel 1997 infatti Ullrich aveva preso la maglia al primo tappone dei Pirenei e l’aveva poi migliorata con le cronometro. Io però l’ho studiato e ho vinto due tappe, la seconda a L’Alpe d’Huez. Dove il crucco ha fatto l’ultimo tratto (13,8 Km) in 38’23”, non male per uno della sua stazza. Io lì feci quello che rimane il record di quella terribile salita: 37’35” – ma lì feci anche un cargo di coraggio, cominciai ad orientare la mia energia psichica, come avrebbe poi detto lo strizzacervelli. Alla fine di quel Tour arrivai terzo (a 14’03”), dietro anche a Virenque (a 9’09”).

Caro Fausto, la tappa a L’Alpe d’Huez era adattissima a me. Io la scalata l’ho fatta alla grande nel 1994 (38’00”) e la tappa l’avevo già vinta nel 1995 (38’04”), ma non dimentico che la prima volta che è stato fissato il traguardo ci sei arrivato tu, nel 1952 (per la cronaca con 45’22”), il giorno dopo vincesti al Sestrières, poi sui Pirenei, a Pau e infine sul Puy-de-Dôme. Quell’anno per te fu una cavalcata. Per me vincere all’Alpe era un onore e un dovere.

Al Tour del 1998 dunque. Non c’era L’Alpe d’Huez, ma c’era il Plateau de Beille sui Pirenei, praticamente lo stesso, con i suoi 15,8 Km di salita con pendenza media al 7,9% e massima al 10,8%. E c’erano Les Deux Alpes. Mi sono molto concentrato e le mie forze mi sono bastate. Ullrich non riuscì a recuperare nella cronometro finale, dove persi per pochi secondi. A Parigi mi sentivo un dio. Ero bello come un dio. Ero un dio.

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(Marco Pantani si gode la vittoria al Tour 1998)

Ma poi ci fu il 5 giugno 1999. A Madonna di Campiglio, ero in maglia rosa alla grande avendo già vinto quattro tappe, quando la mattina della tappa del Mortirolo, la penultima, mi hanno fermato. Dissero che avevo l’ematocrito al 52% contro il 50% previsto (piu la tolleranza dell’1%). Mi diedero quindici giorni di squalifica, potevo fare il Tour, ma non volli. Il mio demone mi aveva già posseduto. Passai un inverno terribile. Ero solo. Tutti mi guardavano storto: Pantani, il dopato. Chi mi aiutò in realtà mi affossò. Ero il cliente ideale.

L’anno dopo, il 2000, mi rimisi in sella. Al Tour vinsi persino due tappe in montagna, la prima Armstrong me la lasciò (così disse), era la salita del Mont Ventoux, allora dovetti vincerne un’altra, la Briançon-Courchevel, per puntiglio. Era il 16 luglio 2000. Ti voglio lasciare la traccia dell’ultima mia vera scalata.

Ma non m’interessava più niente, tantomeno di Armstrong. Mi ritirai alla diciassettesima, nono in classifica, non volevo tornare così sugli Champs-Élysées. Feci ancora il Giro nel 2001, nel 2002, nel 2003 arrivai tredicesimo. Ma ormai, mi ripeto, non m’interessava più niente di niente. Mi facevo schifo anche a vedermi in sella. Avevo ancora tanta gente attorno, ma ero solo. Il fatto è che io non ho mai avuto un Cavanna, caro Fausto. Sì, qualche medico, un paio di strizzacervelli, ma mai uno che mi guardasse dentro e mi conoscesse veramente, come il tuo vecchio massaggiatore, pur cieco.

Adesso so tutto, purtroppo. In gara non mi hanno mai trovato fuori regola, mai. Neanche a Madonna di Campiglio. Poteva essere un errore strumentale o una manipolazione mafiosa, come si disse, legata al mondo delle scommesse. Scommettere a quel punto che perdessi il Giro doveva avere un buon ritorno. Ma – soprattutto – al Tour del 1998 c’era stato lo scandalo della Festina, con un massaggiatore corriere del doping preso con il sacco pieno. Questa squadra era anche sponsor del Tour, con i suoi cronometri del cazzo, aveva corridori come Virenque e Zulle, la tradizione fresca di Indurain. Il ciclismo doveva quindi dare l’esempio. Io ne feci le spese. Ero il capro espiatorio ideale, la vittima sacrificale sull’altare di un ciclismo pulito. Gli ultimi anni sono stati solo una passione, anzi un calvario, l’ultima montagna. Ma io non riuscìì a vincere, o a resistere. Il mio narcisismo, il mio grumo di energia che ho ricevuto in dono, aveva ormai virato nella direzione sbagliata. E con l’aiuto di qualcuno finì la mia sofferenza.

Adesso sono ancora ricordato come l’ultimo ad avere vinto Giro e Tour nello stesso anno. Tu il primo, io l’ultimo. Nel mio piccolo sono anch’io un mito. Ecco, questa è stata tutta la mia fortuna.

Ciao Fausto, fammi un sorriso dei tuoi. So che tu mi capisci.

Il tuo per sempre
Marco Pantani

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Lettere a Fausto: Eddy Merckx

27 luglio 2009
Pubblicato da Fausto Coppi

Caro Fausto,
ho letto quanto ti hanno scritto Gastone, Fiorenzo e Jacques – tue vecchie conoscenze, ma anch’io, con tutta la mia irriverenza, vorrei scriverti qualcosa sui temi affrontati, cioè in particolare sulla fortuna nel ciclismo e su come affrontarla.

Per evitare equivoci e false modestie ti dirò subito che sono io il tuo erede, l’unico tuo erede. Nessun altro può accostarti, né prima di me né dopo. Vorrei dire di più, tanto so che tu mi capisci: io sono stato, ciclisticamente parlando, la tua reincarnazione. Tu sei stato il primo ad eccellere su tutti i fronti e pur sacrificando agli anni della guerra le tue energie migliori, sei riuscito a vincere tanto e in tutti i tipi di corsa. Desidero ricordare alcune cifre (prima le tue vittorie, fra parentesi le mie):

Giro: 5 (5), tappe 22 (25); Tour: 2 (5), tappe 9 (34); Accoppiate Giro+Tour:  2 (3)
Mondiali su strada: 1 (3); Mondiali ad inseguimento: 2 (0); Record dell’ora: 1942-56 (1972-84)
Milano-Sanremo: 3 (7); Classiche belghe: 2 (11); Giro di Lombardia: 5 (2); Totale classiche: 10 (20)

Io ho vinto quindi di tutto, come te, solo un po’ più di te, ma per ragioni note. Oltre all’intervallo della guerra tu hai avuto senz’altro più antagonisti anche contemporaneamente: gli italiani Bartali e Magni, il francese Bobet, gli svizzeri Koblet e Kubler, il nostro Van Stenbeergen sulle corse in linea. Io ho avuto come avversari il vostro Felice Gimondi (uno che non mollava mai e ne usciva sempre come un signore) per tutto il periodo, Luis Ocaña (uno che meriterebbe un intero trattato sulla sfortuna), ma solo al Tour e all’inizio degli anni Settanta e il mio compaesano fiammingo Roger De Vlaeminck, vincitore di ben 14 delle classiche (di cui 4 Parigi-Roubaix!), ma nessun giro. Altri non sono nominabili.

Per chiarire ulteriormente, voglio sottolinearti che nessun altro può avvicinarci. Tra i sette che hanno vinto sia Giro che Tour nello stesso anno, cioè l’impresa più difficile (noi due più Anquetil, Hinault, Indurain, Roche e Pantani), si può considerare un po’ solo Hinault. Infatti Anquetil e Indurain (un gigante alto 1,88 e pesante 80 chili) vincevano solo cronometro e corse a tappe, mentre Roche è durato solo un anno (il 1987 in cui vinse anche il mondiale, incredibile questo irlandese) – come purtroppo anche Pantani, che ha fatto i miracoli nel 1998, lui che sostanzialmente era uno scalatore puro. Bernard Hinault dunque ha vinto 3 Giri e 5 Tours, con ben due accoppiate, ma solo 7 classiche, un mondiale e nessun record dell’ora. Ha vinto anche due Vuelta (io solo una), ma questa non è ancora una gara universale, dove partecipano tutti o quasi tutti i migliori e io non la considero fondamentale per misurare il Palmarès. Non capisco invece Lance Armstrong, uno che ha vinto il mondiale nel 1993 eppoi 7 Tours di seguito (1999-2005). Ma solo quelli! Mah…

Detto tutto ciò, come valutare la fortuna nel ciclismo? Intanto chiariamo il concetto. Magni quando cita Machiavelli mi pare che intenda la fortuna in negativo, cioè la sfortuna. Ma mentre per Machiavelli la Fortuna (con la Effe maiuscola) era ancora una protagonista assoluta, capace di fare e disfare il mondo, per noi è già un cosa diversa, può esserci e non esserci, può anche essere positiva. Mi si dirà: per forza! In una gara, se è sfortuna per uno è fortuna per un altro. In realtà si può chiamare fortuna anche quella in cui uno solo ha dei vantaggi contro tutti o quasi tutti gli altri. Non penso solo a cadute collettive. Vuoi che ti ricordi io qualche caso nel Giro?

Ti ricordi senz’altro Carlo Clerici nel 1954. Forse ti brucia ancora oggi… Era un gregario di Hugo Koblet. Alla sesta tappa, la Napoli-L’Aquila, vinse la tappa su altri tre compagni di fuga. Solo che il vantaggio fu di mezz’ora abbondante e non fu mai colmato, pur essendo Clerici anche un cattivo scalatore. Klobet arrivò secondo a 26′ e tu solo quarto a oltre 31′. Clerici non vinse altro in carriera. Possiamo dire che ha avuto fortuna?

Dopo il Giro del 1955, quello del lavoretto tuo e di Magni a Nencini, si può ricordare quello del 1956. Ventunesima e terzultima tappa, Merano-Monte Bondone, Pasquale Fornara in rosa si ritirò semiassiderato in mezzo ad una tormenta di neve, con lui si ritirarono altri 43 corridori. CosìCharly Gaul che era partito ventiquattresimo a 17′ di ritardo, vinse con 8′ su Alessandro Fantini e oltre 12′ su Magni. Gaul era unico, si esaltava sotto il cattivo tempo, secondo me è stato il più grande scalatore di tutti i tempi. Ricorderai che Magni pagò allora la fortuna dell’anno precedente. Arrivò al traguardo con una spalla fratturata in caduta e aiutandosi a spingere sui pedali tenendo con i denti un tubolare legato al manubrio. Mitico. Ho avuto perfino un po’ d’invidia, perché queste sono veramente grandi imprese.

(Il mitico Magni al Giro 1954)

A questo punto mi dirai che anche i casi di Clerici nel 1954 e di Gaul nel 1956 hanno poco a che fare con la sfortuna, si deve chiamare dabbenaggine di tutti nel primo caso e resistenza di Gaul nel secondo… Ma nel secondo intervenne anche la caduta di Magni a conferma che la sfortuna non guarda in faccia nessuno!

Insomma, caro Fausto, la fortuna c’è, eccome, ma non si può sapere quando arriva, neanche un istante prima. Ecco perché io dò ragione al vostro Segretario fiorentino, quello del Principe, già ricordato da Fiorenzo, quando dice che

“la fortuna è donna: ed è necessario, volendola tenere sotto, batterla e urtarla. E si vede che la si lascia più vincere da questi che da quelli che freddamente procedano. E però sempre, come donna, è amica de’ giovani, perché sono meno respettivi, più feroci, e con più audacia la comandano.”

E’ un brano del capitolo XXV che io ho imparato a memoria perchè è la mia filosofia di gara, quindi di vita. Io non ho mai concesso niente a nessuno, ho sempre cercato di vincere, sempre, in ogni occasione. Naturalmente qualche volta ho perso e la più bruciante fu al traguardo del Montjuich nel 1973, quando pagai la voglia di strafare e non riuscii più a fare la volata che il buon Maertens mi lanciò, lasciando via libera a Felice. Qui lo voglio scrivere con chiarezza: Gimondi era un grande, senza di me avrebbe vinto altri due Tours e altri due Giri e oggi avrebbe un palmarès pari ad Hinault, cioè da terzo ciclista del dopoguerra, dopo noi due.

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(Eddy Merckx morde la strada della Parigi-Roubaix)

A proposito d’immagine, non capisco perchè mi chiamassero il cannibale. Io non mangiavo gli altri, ma la strada e i pedali e il manubrio. Penso che una metafora più realistica sarebbe di tipo erotico e sessuale: possedevo la bicicletta con grande foga, qualcosa di innato che le vittorie ed il tempo non mi hanno calmato, fino a quando non ho vinto più, come succede a tutti gli uomini.

Intanto domenica 26 si è concluso il 96esimo Tour. L’ha vinto Alberto Contador, castigliano, anzi di Madrid, per la seconda volta dopo quella del 2007. La cosa che più impressiona però è che dal 1986, cioè in 24 edizioni, ci sono state 10 vittorie statunitensi (7 Armstrong e 3 Lemond) e 10 vittorie spagnole (5 Indurain, 2 Contador e una a testa Delgado, Pereiro e Sastre). Fanno eccezione solo Roche (1987), Riis (1996), Ullrich (1997) e Pantani (1998). Dopo Pantani solo americani e spagnoli. Bisognerà rifletterci un po’.

L’ho fatta un po’ lunga Fausto, come un tappone dolomitico e con te avrei voglia di continuare, ma ti lascio qui, con tutta la riconoscenza e un forte abbraccio.

Il tuo
Eddy Merckx

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Lettere a Fausto: Jacques Anquetil

18 luglio 2009
Pubblicato da Fausto Coppi

Mon cher Fausto,
je suis très heureux de te retrouver ici. Excuses-moi, mais je ne réussis pas à écrire en italien. Je désire cependant rappeller les meilleurs instants de notre cyclisme d’antan. Je suis encore orgueilleux d’avoir été ton héritier et je n’envie pas qui est venu après nous, même si il a vaincu sept Tours de suite, comme Lance Armstrong.

Je voudrais, si possible, parler aussi de la chance. Gaston a écrit que la chance fait toujours suite au courage et même lorsqu’elle t’a souri, elle pourrait soudainement s’épanouir. Par contre, Florent dit qu’il vaut mieux s’organiser entre tous pour diminuer les risques et combatre la malchance qui est la normalité pour qui court en bicyclette. J’aimerais peut-être ajouter quelque chose, parce que dans la vie j’ai eté plus malchanceux que dans les courses et dans ces dernières j’ai toujours été beaucoup plus individualiste que dans la vie.

Je crois, cher Fausto, que chaqun marque bonne part de son propre destin et qu’il puisse agir pour en modifier le décours, mais seulement si il est capable de se seconder, si il aide ses propres caractéristiques à changer dans ce but. Ainsi, moi qui suis né à Mont-Saint-Aignan, près de Rouen, entre Paris et la Manche. Lieu, malgrés le nom, qui n’est qu’à 150 mètres d’altitude, j’ai du apprendre très tôt à aller vite en plaine. En plus, j’ai perfectionné ma position en selle, j’ai trouvé la juste respiration et la constance pour les longues courses. Ma première victoire fut au Grand Prix de Nations de 1953, je n’avais alors que dix-neuf ans, en suite je l’ai vaincu cinq fois de suite. J’en ai vainques neuf au total, c’était ma compétition. Une course contre la montre de 140 kilomètres c’était une vrais veine pour moi! En 1956, j’ai compris que battant ton record de l’heure du 1942, je pouvais t’approcher.

En 1957 je vainquis sans problèmes le Tour, il n’y avait pas de grimpeurs très forts. Mais en 1958 et 1959 j’eus deux leçons de Charly Gaul et de Federico Bahamontes. Ils étaient deux grands grimpeurs et en 1959 Charly aida même Federico contre de moi. Mon problème était très simple: je n’arrivais pas m’allier avec d’autres personnes. Ma spécialité était la course contre la montre, c’est-à-dire une course individuelle. Je ne pouvais pas aider quelqun pendant une compétition où j’étais plus fort et donc ne pouvais pas faire d’ échanges avec aucun. Je décidai de me préparer de plus en montagne. Donc j’ai décidés de ne pas faire le Tour en 1960, celui qui fu vaincu par Gaston, mais je conquis la première place au Tour à l’improviste, devant de grands grimpeurs tels que Gaston lui-même (pour un écart de 28″ – c’était très peu pour l’époque), ensuite Charly (3′ 51″) et Imerio Massignan (4′ 06″). J’étais donc prêt pour retourner au Tour. Je le vainquis bien quatre fois de suite (1961-62-63-64). En 1963 je fis rebelotte à la la Vuelta et en 1964 je fis la paire Giro et Tour, chose qui t’avait réussi à-toi seulement mon chéri Fausto, en 1949 et en 1952.
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(Tête-à-tête au Puy de Dome entre Anquetil et Poulidor)

Dès ce moment en montée je ne cédais plus un mètre, meme pas aux grands tel que mon ami Raymond Poulidor (qui en 1964 il arriva second aux Champs-Élysées à seulement 55″). Au contraire, avec le temps je me pris quelque satisfaction supplémentaires. En 1963 je vainquis deux étapes de montagne, une sur les Pyrénées (avec l’ Aubisque et le Toumalet) et une sur les Alpes (avec les deux col du Saint-Bernard), en battant toujours dans la volée le grand Federico. Entre autre en 1964, avec arrivée dans descente, je fus premier dans la Briançon-Monaco. Mais les courses contre la montre était naturellement toujours miennes! En plus j’étais devenu invulnerabile dans les courses en étapes.

Voilà enfin le point, cher Fausto. Contre la malchance, ou mieux encore le décours incertain de la chance, on ne réussit pas toujours à trouver une bonne solution autant dans l’organisation, que les alliances pour s’alterner dans les efforts et diminuer les risques, il ne suffit pas toujours d’avoir des bons coéquipiers, parce que si ceux-ci sont des grands grimpeurs ils deviennent des concurrents plus des coéquipiers. On dépend donc de nos propres caractéristiques et on ne doit jamais les oublier, du reste comme nos origines. Alors il faut être capables de s’aider soi-meme, en sachant souffrir, en serrant les dents, et savoir porter à la maison le résultat final en chaque bonne occasion. Un comme moi n’aurais pu gagner que contre la montre et était constraint d’y gagner pour pouvoir remporter une course à étapes. Les courses en ligne j’en rêvais seulement.

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(Biographie de Anquetil pubbliée en 2008)

J’ai toujours rêvé de tes grandes entreprises, lorsque tu donnais dix ou vingt minutes à tous en montagne, en renversant les situations plus défavorables. Mais les uniques entreprises que j’ai réussi à faire n’avaient rien du grand cyclisme. Je me ne m’en repentis pas tout à fait, même si encore aujourd’hui les français écrivent de moi comme un cycliste perfectionniste et ils sont les anglais qui rédigent des biographies complètes sur moi.

Merci Fausto, de tout.

Ton éternel ami.
Jacques Anquetil

(Avviso: nei commenti si trova la traduzione della presente lettera.)

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Lettere a Fausto: Fiorenzo Magni

10 luglio 2009
Pubblicato da Fausto Coppi

Caro Fausto,
sono costretto a scriverti perché Gastone ha fatto strani discorsi, in particolare sulla fortuna. Forse non ho ben capito cosa volesse dire, forse non lo sa bene neanche lui. Ma forse è veramente ancora turbato dal Tour del 1960, quello vinto! E su ciò merita un certo rispetto. Ma prima devo far notare che mi ha dato del bucaiolo di Prato. Come se fosse un doppio insulto. Ma ciò non ha senso. Infatti, tu sai che io son di Vaiano, mentre lui è di Barberino di Mugello. Tra Vaiano e Barberino ci sono soli 22 chilometri di strada, via Montecuccoli, ma questi sono i capoluoghi di due comuni contigui che si sviluppano in due valli parallele. Quindi, per semplificare, siamo entrambi di Prato, anche se Barberino oggi si associa più a Firenze. Qui c’è la solita boria dei fiorentini su tutti gli altri toscani, vicini e lontani. Ma siamo praticamente dello stesso posto! Non a caso, nascere e vivere lì ci ha portato ad essere entrambi due buoni discesisti… Pensa che bischero!

Ma torniamo alla fortuna, ch’è meglio. Cos’è costei? A scuola, avevo imparato studiando il Machiavelli che la fortuna va e viene, che dispone del tempo e infine che cambia volentieri cavallo, nel nostro caso ciclista. Ma il Segretario diceva anche che la fortuna è donna e che per tenerla sotto bisogna batterla e che se si è giovani si ha più energia per farlo. Insomma, già lui diceva a modo suo che qualcosa si può fare per condizionarla.

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Poi però in tema di fortuna la vita mi ha fatto fare qualche esperienza personale e qualche riflessione. Torniamo proprio sulla nostra fuga della Trento-San Pellegrino, la penultima tappa del giro 1955. Sì, in quell’occasione Gastone forò, ma noi avemmo la semplice conferma che in due si rischia meno, perché ci si osserva e corregge nei punti difficili e perché, casomai, nelle forature ci si aiuta. Poi, che è meglio se ci si aiuta in due sì, ma diversi, tu eri più forte in salita, io in discesa: uno solo non può esser più forte di due specialisti concordi. Infine, che avere tanta energia e sprecarla a rincorrere non aiuta la fortuna. Due energie alleate e diverse possono dare più della somma delle due singole, aumentano l’efficacia dei singoli. Oggi direbbero che si fa sinergia. Io insomma ho ben imparato che non basta il coraggio individuale per muovere anche la fortuna, perché questa non si sa mai dove vada a parare. Ma forse questo lo ha capito anche Gastone, anche se tu, purtroppo, ne sai più di tutti, caro Fausto.

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Infine, pensa che il nostro ha il nome del papero Gastone che nei fumetti di Walt Disney è diventato un simbolo della fortuna, tutto l’opposto del cugino Paperino! Ma quello era un fumetto banale, non esiste uno che è sempre fortunato e lui solo, poi! Quindi il nostro non ha ancora imparato bene la lezione del 1955, pensa ancora che un arnese individuale come la bicicletta dipenda solo da chi ci sta sopra e non anche da chi ci sta a fianco.

Alla prossima, intanto ti saluto e ti abbraccio.

Il tuo indissolubile
Fiorenzo Magni

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Lettere a Fausto: Gastone Nencini

1 luglio 2009
Pubblicato da Fausto Coppi

Caro Fausto,
ho pensato di scriverti alla vigilia del Tour de France che va da sabato 4 a sabato 26. Per noi ciclisti il Tour resta il vero mito e ancor di più per noi italiani. Dopo Ottavio (1924 e 1925), Gino (1938 e 1948) e tu (1949 e 1952), l’abbiamo vinto solo io (1960), Felice (1965) e Marco (1998). Ben 8 su 51 edizioni dal 1903 al 1965 e solo una volta su 42 da questa data ad oggi. Meglio di noi hanno fatto i francesi (36 vittorie, di cui 5 Anquetil e Hinault, 3 Bobet), i belgi (18, di cui 5 Merckx) e perfino gli spagnoli (11, di cui 5 di fila Indurain e tre diversi negli ultimi tre anni) e gli Stati Uniti (10, di cui 7 di fila Armstrong e 3 Lemond).

Ormai a livello internazionale noi italiani siamo ridotti a vincere le gare in linea, soprattutto il campionato del mondo, dove nello stesso periodo abbiamo vinto 13 volte (su 42) e alla grande negli ultimi tre anni (Bettini nel 2006 e 2007 e Ballan l’anno scorso). In sede ciclistica possiamo dire che sappiamo fare squadra e volata, ma solo in una giornata. La kermesse lunga e lo sforzo costante non fanno più per noi. E purtroppo mi pare la foto di un popolo. Non pare anche a te?

So già che mi dirai che siamo stati anche sfortunati, che Ottavio ne avrebbe vinti almeno cinque di seguito se i fascisti non l’avessero ammazzato, che anche Gino avrebbe fatto altrettanto se non ci fosse stata la guerra e non a caso è stato l’unico a rivincerlo dieci anni dopo (1938 e 1948). E che di recente siamo arrivati anche noi sul podio, con Ivan Basso. Ma una volta eravamo in tanti a fare la gara! Nel 1960 io arrivai davanti a Battistini, con Pambianco settimo e Massignan decimo. Nel 1965 Felice vinse con Gianni Motta terzo e De Rosso settimo. Come quando vincesti tu nel 1949, con Gino secondo e Fiorenzo sesto, e nel 1952, con Gino quarto e Fiorenzo sempre sesto, ma anche Andrea Carrea nono.

Ma oggi è cambiato qualcosa Fausto, non siamo più gli italiani di cinquant’anni fa! E non dirmi che siamo diventati ricchi! Negli ultimi anni ha vinto sette volte di seguito un americano, uno con un nome che sembra inventato da Walt Disney: Lance Armstrong (pensa, si chiama Lancia Fortebraccio!). Non credo che costui sia più povero e quindi più umile di noi italiani. Dicono che abbia tanto coraggio, lo dimostrerebbe la sua storia personale. Ma senza parlare di quella, per la quale ci vuole un po’ più di spazio, noi non abbiamo più coraggio? E’ impossibile: noi abbiamo vinto sempre grazie a quello. Anche perché se c’è coraggio si può anche avere un po’ di fortuna, che è indispensabile. Ma senza coraggio non si ha niente, in corsa e nella vita.

Col de Perjuet

E vorrei fermarmi a riflettere proprio sulla fortuna. La fortuna nel ciclismo. Io non avevo paura di niente, ero tenace in salita e pazzo in discesa. Mi ricorderò sempre il Giro del 1955, ero una forza della natura, avevo venticinque anni, e la maglia rosa da cinque giorni. Alla penultima tappa, la Trento-San Pellegrino, forai in discesa (una semplice foratura!) e voi maledetti vegliardi (70 anni in due!) – ed ingordi – me l’avete ficcata! Vincesti tu e fu la tua ultima vittoria al Giro, con Fiorenzo – quel bucaiolo di Prato – in rosa che vinse così il suo terzo Giro. Sul podio finale, tu arrivasti secondo a soli 13″, io terzo.

Ma mi ricordo e ricorderò soprattutto il Tour che vinsi, nel 1960, a trent’anni. Alla 14esima tappa, Millau-Avignon, il 10 luglio io ero in giallo. Mi lanciai nella discesa del Col de Perjuret. Roger Rivière era un grande, aveva fatto due volte il record dell’ora nel 1957 e nel 1959, quest’ultimo durò fino al 1967. Mi inseguì come pochi potevano fare. Cadde in un dirupo e si spezzò la spina dorsale. Lo seppi ben dopo l’arrivo e la sua foto di uomo accartocciato, come il feto di un ciclista, non riesco ancora di togliermela dalla testa e non la faccio vedere più a nessuno. Roger aveva 24 anni, io dopo quel Tour vinsi solo un circuito di Acireale, l’anno dopo. Non avevo più la testa.

Confermo quindi che ci vuole coraggio, ma anche fortuna e questa viene a caso e nel tempo i suoi effetti possono essere strani, molto strani! E’ così infatti che la mia sconfitta del 1955 me la tengo stretta e la mia vittoria del 1960 ha un’aura tragica. Insomma, a volte è meglio perdere che vincere, è solo il tempo a giudicare qual è la cosa migliore.

Guarda un po’ cosa ti ho scritto Fausto! Ciao, alla prossima.

Il tuo
Gastone Nencini

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