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Lettere a Fausto: Gastone Nencini

1 luglio 2009
Pubblicato da Fausto Coppi

Caro Fausto,
ho pensato di scriverti alla vigilia del Tour de France che va da sabato 4 a sabato 26. Per noi ciclisti il Tour resta il vero mito e ancor di più per noi italiani. Dopo Ottavio (1924 e 1925), Gino (1938 e 1948) e tu (1949 e 1952), l’abbiamo vinto solo io (1960), Felice (1965) e Marco (1998). Ben 8 su 51 edizioni dal 1903 al 1965 e solo una volta su 42 da questa data ad oggi. Meglio di noi hanno fatto i francesi (36 vittorie, di cui 5 Anquetil e Hinault, 3 Bobet), i belgi (18, di cui 5 Merckx) e perfino gli spagnoli (11, di cui 5 di fila Indurain e tre diversi negli ultimi tre anni) e gli Stati Uniti (10, di cui 7 di fila Armstrong e 3 Lemond).

Ormai a livello internazionale noi italiani siamo ridotti a vincere le gare in linea, soprattutto il campionato del mondo, dove nello stesso periodo abbiamo vinto 13 volte (su 42) e alla grande negli ultimi tre anni (Bettini nel 2006 e 2007 e Ballan l’anno scorso). In sede ciclistica possiamo dire che sappiamo fare squadra e volata, ma solo in una giornata. La kermesse lunga e lo sforzo costante non fanno più per noi. E purtroppo mi pare la foto di un popolo. Non pare anche a te?

So già che mi dirai che siamo stati anche sfortunati, che Ottavio ne avrebbe vinti almeno cinque di seguito se i fascisti non l’avessero ammazzato, che anche Gino avrebbe fatto altrettanto se non ci fosse stata la guerra e non a caso è stato l’unico a rivincerlo dieci anni dopo (1938 e 1948). E che di recente siamo arrivati anche noi sul podio, con Ivan Basso. Ma una volta eravamo in tanti a fare la gara! Nel 1960 io arrivai davanti a Battistini, con Pambianco settimo e Massignan decimo. Nel 1965 Felice vinse con Gianni Motta terzo e De Rosso settimo. Come quando vincesti tu nel 1949, con Gino secondo e Fiorenzo sesto, e nel 1952, con Gino quarto e Fiorenzo sempre sesto, ma anche Andrea Carrea nono.

Ma oggi è cambiato qualcosa Fausto, non siamo più gli italiani di cinquant’anni fa! E non dirmi che siamo diventati ricchi! Negli ultimi anni ha vinto sette volte di seguito un americano, uno con un nome che sembra inventato da Walt Disney: Lance Armstrong (pensa, si chiama Lancia Fortebraccio!). Non credo che costui sia più povero e quindi più umile di noi italiani. Dicono che abbia tanto coraggio, lo dimostrerebbe la sua storia personale. Ma senza parlare di quella, per la quale ci vuole un po’ più di spazio, noi non abbiamo più coraggio? E’ impossibile: noi abbiamo vinto sempre grazie a quello. Anche perché se c’è coraggio si può anche avere un po’ di fortuna, che è indispensabile. Ma senza coraggio non si ha niente, in corsa e nella vita.

Col de Perjuet

E vorrei fermarmi a riflettere proprio sulla fortuna. La fortuna nel ciclismo. Io non avevo paura di niente, ero tenace in salita e pazzo in discesa. Mi ricorderò sempre il Giro del 1955, ero una forza della natura, avevo venticinque anni, e la maglia rosa da cinque giorni. Alla penultima tappa, la Trento-San Pellegrino, forai in discesa (una semplice foratura!) e voi maledetti vegliardi (70 anni in due!) – ed ingordi – me l’avete ficcata! Vincesti tu e fu la tua ultima vittoria al Giro, con Fiorenzo – quel bucaiolo di Prato – in rosa che vinse così il suo terzo Giro. Sul podio finale, tu arrivasti secondo a soli 13″, io terzo.

Ma mi ricordo e ricorderò soprattutto il Tour che vinsi, nel 1960, a trent’anni. Alla 14esima tappa, Millau-Avignon, il 10 luglio io ero in giallo. Mi lanciai nella discesa del Col de Perjuret. Roger Rivière era un grande, aveva fatto due volte il record dell’ora nel 1957 e nel 1959, quest’ultimo durò fino al 1967. Mi inseguì come pochi potevano fare. Cadde in un dirupo e si spezzò la spina dorsale. Lo seppi ben dopo l’arrivo e la sua foto di uomo accartocciato, come il feto di un ciclista, non riesco ancora di togliermela dalla testa e non la faccio vedere più a nessuno. Roger aveva 24 anni, io dopo quel Tour vinsi solo un circuito di Acireale, l’anno dopo. Non avevo più la testa.

Confermo quindi che ci vuole coraggio, ma anche fortuna e questa viene a caso e nel tempo i suoi effetti possono essere strani, molto strani! E’ così infatti che la mia sconfitta del 1955 me la tengo stretta e la mia vittoria del 1960 ha un’aura tragica. Insomma, a volte è meglio perdere che vincere, è solo il tempo a giudicare qual è la cosa migliore.

Guarda un po’ cosa ti ho scritto Fausto! Ciao, alla prossima.

Il tuo
Gastone Nencini

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