La Città Futura

il progetto rossoverde per Portogruaro
 

Intervista a Fausto Coppi

15 settembre 2009
Pubblicato da Fausto Coppi

(Prima parte)

faustocoppi1959

Ciao Fausto, sono riuscito a scovarti, ma eri in vacanza?
Sì, adesso me la posso permettere. (Sorride.)

Per prima cosa vorrei farti gli auguri. Buon compleanno! Quanti sono?
Grazie di esserti ricordato. Sono tanti. Novanta. Ma io sono in una situazione per cui ogni anno che passa non cambia granché. (Ridacchia)

Possiamo commentare un po’ le lettere dei tuoi amici? C’è qualcosa che non capisco, forse qualcosa di non detto e qualcosa di tragico in tutte.
A me sembrano invece molto chiare, anche nei silenzi. Tra corridori ci si capisce al volo, non serve neanche un’occhiata.

Io però non capisco perché non ti abbia scritto Gino Bartali. Mi sarei aspettato soprattutto una sua lettera.
Gino? (Grande risata.) Non ha scritto perché non sa farlo. Nonostante sia di Ponte a Ema, Gino è un contadino, figlio di contadini. Suo padre si chiamava Torello, che è tutto dire. E lui è rimasto sempre fondamentalmente un contadino, con tutti i suoi grandi pregi e le sue ben note contraddizioni. E’ stato raccontato tante volte che durante il Giro del ’40, quando – ventenne – mi ritrovai in maglia rosa, andai in crisi e stetti per ritirarmi, ma Gino mi aiutò alla sua maniera. Mi insultò dandomi dell’acquaiolo, cioè uno che beve solo acqua. A lui piace il vino e mangiava sempre come un bue prima della gara.

(Bartali con Coppi alle spalle)

(Bartali con Coppi alle spalle)

Cosa intendi per contraddizioni di Bartali?
Voglio solo dire che Gino è un semplice, coraggioso e generoso, ma allora sentiva il bisogno profondo di qualcuno che lo guidasse. E qualcuno ne approfittò. Forse anche durante la guerra manifestò la sua incertezza, ma politica, non morale. Infatti come militante dell’Azione Cattolica, dopo l’8 settembre, fece la staffetta tra Cortona e Assisi portando documenti falsi sulla canna, dentro il manubrio, sotto la sella. Salvò così molti rifugiati ebrei. Dicono che contemporaneamente fosse iscritto alla Repubblica di Salò. Io non ci credo del tutto, o forse era una copertura per i suoi traffici clandestini. Ma ci sarebbe una testimonianza precisa del ’49, con tanto di lettera autografa di Gino che ringrazia un generale perché è entrato nella Milizia della strada. Io in verità ho dubbi proprio sulla lettera: mi fa pensare che sia tutta una montatura. Una lettera autografa di Gino: più ci penso e meno ci credo.

Forse allora è stato più ambiguo che contraddittorio…
Ambiguo è uno che mantiene consapevolmente due posizioni diverse od opposte, contraddittorio uno che si combatte tra queste e non ne viene fuori. Ecco, secondo me erano in contraddizione la sua posizione morale di fondo e certe scelte opportunistiche. Mi riferisco soprattutto alla sua condotta in gara e al periodo del dopoguerra, quello democristiano. In gara era come un bambino capriccioso. Alla Legnano, siccome era il capitano, doveva vincere sempre lui (ma abbiamo visto che si mise a disposizione quando al Giro del ’40 Eberardo Pavesi, il patron che lo chiamava ‘brutt bojon’, gli disse che doveva aiutarmi). Poi quando perdeva aveva tutte le sue scuse. Fuori gara invece era un personaggio incredibile e fastidioso, almeno per me. Un baciapile, sempre ad invocare il miracolo: un vero riferimento per tutti i bigotti. Fece incontri a cui diedero gran clamore: De Gasperi, il Papa, Padre Pio, a cui poi dedicò la vittoria al Tour del ’48. Alla fine credo che la migliore sintesi sia quella di Gianni Brera che lo definì ‘Bertoldo devoto’. Naturalmente quando non vinse più lo abbandonarono, questo lo capì anche lui. Era un Bertoldo, non uno stupido.

A proposito di Salò, anche Magni ne fu coinvolto.
Si, quello è certo. Ma – anche se nel ’46 fu sospeso per un anno – si dimostrò che non partecipò mai a nessun atto violento. E quando nel ’48 arrivò in maglia rosa al Vigorelli, il pubblico lo contestò con rabbia. Fiorenzo però era un duro e quella fu solo una delle tante sue difficili ripartenze.

Bartali, Coppi e Magni: eravate veramente un trio vincente?
Non eravamo un trio, ma tre persone e tre corridori molto diversi. Gino era del ’15, io del ’19 e Fiorenzo del ’20. Incominciamo tutti prima della guerra, ma Gino nel ’40 era già un mito, aveva già vinto due Giri e un Tour, quello del ’38, l’anno dei Mondiali di calcio vinti in Francia – allora sì che giravano le palle ai francesi… Altro che nel ’48, come dice la canzone di Paolo Conte! Fiorenzo ed io siamo stati fermati ventenni e io avevo già vinto il Giro del ’40, al primo anno da professionista, quando però Gino era nel pieno della sua maturità atletica. In realtà, non so chi ha avuto più danni dalla guerra, penso lui.

Ma tu hai fatto anche il militare e la guerra, anzi la prigionia.
Si, finii in Africa, dove nell’aprile del ’43 si sbriciolò il fronte e fummo fatti prigionieri dagli inglesi. Tutto sommato non mi andò neanche male. Prima in Tunisia, poi vicino ad Algeri, dove fui anche attendente di un ufficiale inglese amante del ciclismo. Rientrai in Italia all’inizio di febbraio ’45, con le truppe inglesi.

Si può dire che la seconda guerra mondiale è stato uno spartiacque nella storia del ciclismo?
Sì e no. Per me sì, senz’altro. Dalla Legnano passai alla Bianchi e alla prima Milano-Sanremo vinsi con oltre 14 minuti di distacco. (Sorride.) Ma a parte la mia storia, si può dire che allora cambiò tutto, non solo il ciclismo. A cominciare dall’alimentazione, quella di tutti. Ma forse nel ciclismo i cambiamenti più importanti sono venuti sia prima che dopo la seconda guerra.

Possiamo fissare i passaggi più importanti?
Innanzitutto dobbiamo tornare a lui, Gino. La sua storia ci aiuta a ragionare su continuità e discontinuità. E’ l’unico che ha vinto prima e dopo la guerra sia Giro che Tour. E’ stato un mostro. Vinse i Giri ’36 e ’37: pensa che nel ’33 vinse Alfredo Binda e nel ’34 Learco Guerra! Quella era un’altra generazione, un altro ciclismo e lui ne visse e testimoniò il tramonto. Pensa solo cos’erano allora le strade (oggi sono come biliardi). Si correva nella polvere e nel fango – e non so cos’era meglio. Gino corse dal ’35 al ’55, anche se dopo il Tour del ’48 vinse ben poco. Tra le classiche solo la Sanremo del ’50, in volata: un drago.

(Bartali e Bobet sulle strade del Tour)

(Bartali e Bobet sulle strade del Tour)

Ma il vostro duello, Bartali contro Coppi, è stato vero e così duro?
La vera guerra è durata poco (sorride), sono stati i tre-quattro anni dopo al guerra, fino al 1949. Poi è stata solo sceneggiata, non c’era più gara tra noi. Gino sopravvisse – giustamente – al mito che si era creato con le sue forze.

Una domanda indispensabile: al Tour del ’52 chi diede la borraccia e chi la prese?
(Sorride, ma per un attimo, poi diventa piuttosto serio.) Basta guardare bene la foto. Ma tutta la foto, il contesto ed i particolari. Tutti si concentrano sul gesto: gli avversari che si aiutano… E si interpreta secondo schemi e pregiudizi, a favore di uno o dell’altro. Purtroppo è così nella vita di tutti i giorni.

(Bartali e Coppi nel famoso scambio al Tour 1952)

(Bartali e Coppi nel famoso scambio al Tour 1952)

Voglio applicarmi: io vedo che Bartali, che sta dietro, ha le due borracce sulla bici, mentre tu ne hai una nella mano sinistra, che è sul manubrio e l’altra è allo scambio. Quindi se Bartali non poteva portare tre borracce, quella era tua.
(Sorride e scrolla la testa) Ma guarda bene, no? Intanto, due certezze ci sono: quella non è un borraccia ma una bottiglia di vetro. Eppoi Gino in corsa non si metteva certo a fare il gioco delle tre carte, o borracce. Quindi quella bottiglia non era sua. Ma non era neanche mia: io in salita ero molto attento al peso superfluo e non si portano bottiglie in corsa, col rischio di far dei vetri sulla strada. Se guardi bene non siamo proprio soli nella foto… Le ombre indicano un’altra presenza. Ci fu qualcuno che diede la bottiglia a me, che la passai a Gino.

Allora è vero che fu una una scena voluta dal fotografo Carlo Martini?
Sì, il fotografo organizzò il tutto, per immortalare il gesto. La scena è riuscita bene perché io sto facendo una smorfia incredibile, sembra che stia per morire e che Gino mi stia per salvare. Però anche nelle nostre intenzioni si voleva sottolineare la collaborazione, la reciprocità, la solidarietà. Capisco che oggi queste cose appaiono sempre più difficili, siamo finiti in un’epoca balorda.

Ho capito. Per tirare le somme su questa parte: tu hai avuto grandi parole per Bartali, non ne ho mai sentite di migliori, ma fai anche dei grandi distinguo, non ti vuoi confondere…
Abbiamo tratto vantaggio entrambi dal duello e dalle fazioni popolari che lo sostenevano. Ma siamo stati due uomini e due corridori molto diversi. Dell’uomo Gino abbiamo detto, in quanto al corridore, lui era uno scattista e quindi uno scalatore, io ero un passista. Per vincere tappe e corse in linea io dovevo sempre fare un’impresa, partire da lontano, staccare tutti e arrivare da solo, raramente ho vinto una volata. Le accoppiate Giro-Tour del ’49 e del ’52 sono state le mie grandi vittorie, ma costruite su grandi tappe, diventate – modestamente – leggende. Anche se il mio pubblico di base me lo feci vincendo le classiche italiane, la Sanremo e il Lombardia, tra ’46 e ’49 (ben sette su otto, esclusa solo la Sanremo del ’47, che andò a Gino).

Ma allora eri come Merckx… Vincevi tutto tu!
No, no… Tra noi due c’è ancora più differenza! (Sorride, anzi ride.) Al rientro dalla guerra io ero assatanato di vittorie, ma intanto avevo molti, e fortissimi, concorrenti. Ho avuto anche tanti infortuni. Oltre a Bartali e Magni, c’erano i francesi Robic prima e Bobet poi, due grandi combattenti. C’erano gli svizzeri, fortissimi, Kubler e soprattutto Koblet, che vinse sia Giro che Tour. Nelle corse in linea poi c’era Rik Van Steenbergen, uno che se te lo portavi dietro fino alla volata eri fregato.

Lo so, mio zio mi ricorda sempre che sono nato il giorno dopo che il belga ti ha bruciato alla Parigi-Roubaix.
‘Però, non sei proprio tanto giovane neanche tu! (Sorride.)

Ma allora perché Merckx si dichiara tuo vero erede? Ha ragione?
Lui ne fa una questione di quantità di vittorie. Mette giù i numeri. E in verità ha vinto 445 volte su 1582 corse, quasi il 30 percento! Ma in mezzo tra me e lui nel ciclismo c’è stato un vero salto storico, molto più netto di quello tra prima e dopo la seconda guerra.

Siamo tornati a questo punto: hai voglia di spiegarmelo meglio?
Direi questo: ultimamente si distinguono tre grandi epoche del ciclismo, quella eroica, quella dell’oro e quella successiva o moderna, con qualche dubbio in questi anni su cosa significhi ‘moderna’. Ora, io preferisco la distinzione in più epoche: un paio in salita, una in vetta e un paio in discesa, quindi almeno cinque. Insomma, una parabola piuttosto che una linea retta. La prima epoca è quella preistorica e arriva fino alla prima guerra mondiale. La seconda, che alcuni chiamano pionieristica, ma io la definirei mitologica, è quella tra le due guerre mondiali. In quest’epoca c’è una storia ciclistica incredibile e con personaggi che rimangono fissati come miti primordiali, tra questi Costante Girardengo, Alfredo Binda e Ottavio Bottecchia. La terza epoca è quella epica (o classica) e dura poco tempo, dal secondo dopoguerra alla fine degli anni Cinquanta. E’ la mia epoca… (Sorride.) Ti ricordo che Gino visse a cavallo tra seconda e terza epoca. Quarta è l’epoca che generalmente appiattiscono col nome di moderna e che dura ormai da mezzo secolo. Per me però da dieci anni stiamo vivendo una quinta epoca, ma che non è solo postmoderna, io la chiamo postciclismo. Ma siamo partiti dalle mie memorie e stiamo allargando troppo il discorso, ci vorrebbe un po’ più di tempo…

Ma è un discorso che non posso abbandonare così. Possiamo rivederci domani?
Certo… (Sorride). Quando vuoi, io ho tutto il tempo che ti serve.

Filed under: | | 2 Comments »

2 Risposte a “Intervista a Fausto Coppi”

  1. Milton scrive:

    Caro Fausto,
    sui giornali di oggi si scopre che Gino oltre ai documenti falsi sotto la sella della bicicletta – di cui parli anche tu – nascondeva una famiglia di ebrei in casa a Firenze. Così è diventato “giusto tra le nazioni”. Lui non ne parlò mai, non ne aveva bisogno. E forse c’era un’altra ragione… Pare infatti che facesse tutto su indicazione di un “cardinale amico”, l’arcivescovo di Firenze Angelo Dalla Chiesa. Ma, che fosse ispirato o meno, lui le cose le faceva, perché certe cose vanno fatte, e basta. “Bertoldo devoto”… ma bravo Gino.

  2. Serse scrive:

    Dimenticavo… hai visto che il prossimo Tour, quello del 2011, passa per Pinerolo? Anzi fa tappa a Pinerolo. Avrebbero dovuto farlo nel 2009, per commemorare la tua impresa (10 giugno 1949), ma meglio tardi che mai. Ciao fratello. Un abbraccio dal tuo gregario per sempre.

Lascia un commento