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L’insostenibile leggerezza della Rete

16 giugno 2011
Pubblicato da Adriano Zanon

I referendum della svolta comunicativa

I referendum del 12-13 giugno 2011 saranno ben ricordati. Innanzi tutto per motivi politici. Il primo riguarda il governo, messo a nudo da un voto massiccio su aspetti di natura ideale (l’acqua non è una merce), strategici (l’energia nucleare non va bene) ed etici (la legge è uguale per tutti). Qualcuno della Lega Nord aveva annusato l’aria, forse con una sonda, ma con fiuto tardivo e quindi accodandosi con calcolo. Il secondo riguarda l’opposizione parlamentare, perché la battaglia è stata condotta senza i partiti centristi, che si sono messi alla finestra, e con il Pd allineatosi all’ultimo momento, ma neanche con tutta l’organizzazione. Solo Di Pietro e la sua Italia dei Valori si sono messi in gioco con il quesito sul legittimo impedimento, che ha indubbiamente trascinato tutto il voto in un giudizio sul capo del governo.

Questo punto merita una nota particolare. Infatti, non far guerra alle persone è una regola della polemica politica, neanche usando nomi sostitutivi già noti, come della satira (cav. Banana, PsicoNano, Caimano, etc). Chi controlla i mezzi della comunicazione riesce a sfruttare a suo vantaggio qualsiasi situazione, anche la più negativa (“il medium è il messaggio” diceva Marshall McLuhann). Ignorare le persone e stare sul problema è una scelta comunicativa, quindi politica, di fondamentale importanza, perfino con qualche pregio estetico. Tuttavia nei referendum un bersaglio individuale era chiaro e in quest’occasione è cambiato qualcosa proprio nella struttura comunicativa.

Per l’esito bastano pochi numeri. Sono andati a votare 27,6 milioni di elettori, il 54,8% degli aventi diritto, ma ben 27,2 milioni in Italia (57,0%) e 760 mila all’estero (23,1%). I Sì sono stati sempre attorno ai 26 milioni, contro i No da 1,1 (profitti sull’acqua) a 1,6 (nucleare). Cosicché i Sì risultano la maggioranza non solo dei votanti, ma degli aventi diritto. Per chi indicava il non voto è stata una lezione durissima, a conferma che lezioni si prendono, non si danno. Per chi si è astenuto c’è l’amara constatazione che la meschinità dell’alleanza con l’indifferenza questa volta non ha funzionato.

Le differenze tra i vari quesiti e quelle territoriali non sono significative. Non si può dire che un quesito sia stato trainante sugli altri, anzi. Mentre è certo che si sono aiutati l’uno con l’altro, con un effetto assolutamente sottovalutato. Poiché i votanti sui diversi quesiti, nonché i Sì espressi, sono pressoché uguali, si può affermare che è stato un voto unico contro tutta una politica. Un voto netto, chiarissimo. Chi ha tentato prima del voto di giustificare il voto sul nucleare con l’effetto Fukushima non è credibile, perché il voto sull’acqua, considerato così “ideologico” e perfino ingenuo da qualche cervellone, non ha proprio nessun scarto sugli altri. Ripeto, il voto è stato unico. Tanto che si più dire che chi ha distinto il voto su un quesito non ha capito la partita in gioco, cosa si stava votando: una politica, una strategia, un indirizzo generale del paese.

E’ stato senz’altro un voto contro il governo, un voto contro la politica italiana di questi anni e a difesa di interessi fondamentali dei cittadini e delle comunità, ma un voto tutt’altro che individualista o egoista, proprio perché i quattro quesiti insieme, votati insieme in quel modo, esprimono la volontà di una strategia comune, di solidarietà, di uguaglianza. Per questo sembrerebbe un voto di sinistra, ma non è così. E’ stato un voto pre-politico, come per dire “basta, adesso vi diciamo effettivamente cosa dovete fare, qual è la strada”.

Questi referendum verrano ricordati anche per come sono stati giocati. Sull’acqua e sul nucleare hanno lavorato centinaia di associazioni, alcune con estensione nazionale, altre locale. Sul sito del Forum dell’acqua, oltre a sei partiti (ma non il Pd), tra i costituenti c’erano ben 172 associazioni, dall’Acli al WWF, e a fine corsa erano almeno 600. Hanno aderito anche centinaia di enti locali, province come Torino e Venezia, e comuni, da Acquaviva delle Fonti (Bari) a Zoldo Alto (Belluno). Sul sito Fermiamo il nucleare le associazioni nazionali erano 89, da Acli a Ya Basta. Cito solo Emergency, Fiom, Greenpeace, Italia Nostra, Legambiente, Libera, Popolo Viola, Slow Food, tra le più note e diffuse. I comitati regionali, provinciali e locali, erano ben 202.

Ogni comitato locale aveva un sito o un blog ospite di un altro, oltre a un referente, una mail di riferimento, una mailing list. La possibilitĂ  di comunicare, discutere, movimentare, con internet e la posta elettronica è velocissima ed economica. Su questa base organizzativa è cresciuta la fantasia, l’iniziativa, la partecipazione. Questa è stata l’arma letale: la Rete, in tutta la sua leggerezza e capacitĂ  di penetrazione. Non sarebbe giusto pensare che è stato l’inverso, come fa l’autorevole Ilvo Diamanti, che afferma che il “movimento diffuso” è stato prima “affollato di giovani e giovanissimi” e questo ha poi coinvolto gli altri protagonisti.

C’è stato anche chi ha lavorato a fianco o fuori della Rete, senza comparire ufficialmente, come gli scout cattolici che hanno fatto il volantinaggio porta-a-porta, magari solo sull’acqua, ma molto prima dell’ennesima uscita tardiva, quella del Papa sul nucleare. E c’è chi ha messo la propria faccia in piazza, coi banchetti o nei flash mob. Ma anche su Facebook, che in Italia conta 20 milioni di postazioni. Facebook viene ritenuto un luogo virtuale e perditempo e senz’altro presenta limiti e rischi, ma ha un’indubbia e crescente efficacia e serietà nella misura in cui tutto il web si riempie di scritti e video e ne permette il collegamento ed il commento. Suo parente stretto è YouTube, sempre più forte.

Comitati e Rete hanno dunque sostituito i partiti, i giornali e le tv. Sono meno materiali, piĂą leggeri, ma anche meno gerarchici, piĂą egualitari, capillari, ma non rendono passivi.

Come il nostro sito, che invito a frequentare per aiutarci a servire meglio la comunitĂ  portogruarese.

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Una replica a “L’insostenibile leggerezza della Rete”

  1. Adriano Zanon scrive:

    Su ‘L’Espresso’ online si conferma l’analisi fatta qui sopra (vedi http://espresso.repubblica.it/dettaglio/cosã¬-abbiamo-sconfitto-la-tivĂŁÂą/2153869), ma si enfatizza poco l’organizzazione, i comitati, e piĂą l’attivitĂ  spontanea. Mentre sul settimanale stampato si conferma piuttosto l’impostazione di Ilvo Diamanti (p.49: “I trionfatori invisibili”): “il popolo dei referendari è cresciuto e s’è infiltrato dappertutto senza rumore” scrivono gli autori.

    Io confermo la mia tesi: i comitati hanno utilizzato subito la rete, che poi si è diffusa assieme alle attività tradizionali (banchetti e porta-a-porta) ed innovative (flash mob). Tra le innovazioni Facebook ha veicolato centinaia di video (soprattutto su YouTube); una pubblicità nuova, dissacrante, esilarante, irresistibile.

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