«Una risata li seppellirà»

Il voto di queste amministrative è destinato a segnare profondamente la politica nazionale di questi mesi. Altro che niente cambierà, come affermato dal premier Monti! Tutto cambierà e velocissimamente, compresa la sua agenda e quella del presidente Napolitano, il più schifato dal voto (ma su questo casomai ci torneremo).

Da un primo incrocio dei numeri si può dire che:
1) La destra berlusconista ha perso ben oltre il 50% dei voti, forse i 2/3, anche se con molte differenze geografiche; comunque del consenso iniziale, 1/3 circa è andato all’astensione, il 10% è andato al terzo polo e ben il 5% a Grillo (!!);
2) La destra leghista ha perso anche di più, ma si maschera col risultato di Verona e tiene in alcuni piccoli centri, soprattutto nel Veneto;
3) Il cosiddetto terzo polo non ne ha giovato come previsto, anzi, probabilmente ha perso il 50% del suo precedente elettorato, recuperandolo poi in parte dai berlusconisti in fuga;
4) Il Pd non ne ha giovato in termini di voti, anzi è diminuito; se ha vinto molte elezioni è solo un fatto relativo, perché non c’è più l’avversario;
5) Sel (alla prima prova elettorale su una certa scala) e Idv non hanno guadagnato niente da tutto il sisma e anche questo è un dato importante;
6) Grillo ha stravinto, con un voto che in capoluoghi come Genova e Parma è il tra il 15 e il 20%. 

Insomma, i dati dicono che il voto non è stato pro o contro i partiti che appoggiano Monti, poiché nessuno dell’opposizione parlamentare o extra ne ha fruito. Il voto, rappresentato dal consenso a Grillo, è stato contro l’intero sistema politico.

Ma questo voto non è una novità. Nel giugno del 2011, dieci mesi fa, ben 26 milioni d’italiani, su 27 di voti validi, il triplo di quest’intero potenziale elettorato, ma la maggioranza assoluta degli aventi diritto, hanno dato un voto compatto su tre referendum molto diversi, ma quelli che vengono chiamati “partiti” (forse sono partiti, ma non si sa dove siano diretti) non ne hanno assolutamente tenuto conto, a partire dal Pd. Siamo in presenza di un disorientamento o riorientamento politico, ma che è fondamentalmente sociale, di oltre metà elettorato. Probabilmente, il ceto medio sta cercando qualcuno che li salvi. La situazione è indubbiamente gravida di opportunità, ma anche di rischi.

Lo stesso Grillo non è nato oggi. Si è mosso subito dopo le elezioni del 2008 e ha avuto tutto il tempo per organizzarsi. Uso il nome Grillo e non Movimento 5 Stelle perché il fenomeno non è il movimento, ma proprio il comico. Con tutte le note positive del movimento, come il fatto che ci sono soprattutto giovani e che attira dall’area dell’astensione, in tre anni non sarebbe stato possibile avere un partito “nazionale”, cioè con un’identità e una linea compatta, non senza i mezzi finanziari e televisivi  che ha avuto la destra nel 1994 (e dopo). Con l’espediente del capo indiscusso si mettono insieme gruppi locali omogenei, ma la “coerenza” nazionale viene data dal capo, piaccia o no.

Con questo quadro temo che non basterà cambiare nome, a destra come al centro, per attirare consensi, vecchi o nuovi. Il problema ormai è chiaro: la gran parte degli italiani sa di dover cambiare modo di vivere, ma i primi a farlo devono essere coloro che fanno politica, oppure devono farsi da parte. Altrimenti «una risata li seppellirà», come disse Bakunin un po’ di tempo fa.

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Quando il vino fa male

Sinceramente io non sapevo che nella bassa Inghilterra da qualche decennio si produce vino. Ero fermo alle cartine del sussidiario degli anni Cinquanta che davano alla vitis vinifera la stessa area che dà oggi Wikipedia. Invece oggi le vigne ci sono e pare che gli inglesi ne ottengano degli ottimi brut. L’ho saputo ieri, 5 maggio che era anche il Climate Impacts Day, da la Repubblica, grazie a Carlin Petrini, il capo dello Slow Food. Per comodità riporto tutto l‘articolo. Oltre alle evidenziazioni non servono commenti.

Così lo champagne inglese cambia la geografia del vino
LA NOTIZIA ha avuto una certa eco anche in Italia, anche se ristretta forse agli appassionati di vini spumanti o inserita tra le notizie di colore. I vini spumanti inglesi, in particolar modo quelli prodotti con le varietà tipiche della Champagne, da un paio di anni a questa parte, figurano benissimo nei concorsi internazionali, oltre che in quelli britannici.
Era già successo nel 2010, quando un blanc de blancs di Sua Maestà aveva vinto il prestigioso Decanter World Wine Award, surclassando fior di champagne francesi. Lo confermano nel 2012 nuovi concorsi e non solo. Da poco, infatti, il giornalista e wine-blogger Franco Ziliani ha scritto della nascita nel verde Sussex del Rathfinny Estate: 162 ettari di vigneto per produrre spumanti a base di varietà d’ uva di origine francese.
Negli ultimi anni le uve inglesi maturano bene e il clima di Sussex, Kent e altre regioni meridionali regala vini di buona struttura, non troppo acidi, ma abbastanza da consentire vinificazioni impensabili 20 anni fa e risultati semplicemente inediti. Tutto bene, dunque? Temiamo di no. Temiamo, anzi, che eccezion fatta per la soddisfazione personale dei produttori di Oltremanica, non ci sia nulla per cui brindare.
E non perché gli spumanti britannici possano fare concorrenza a quelli italiani, o alle grandi denominazioni del nostro Paese. Non è la difesa un po’ sciovinista del made in Italy che ci impegna. Nemmeno, vogliamo sostenere autarchie produttiveo peggio scomuniche per chi pianta i grandi vitigni francesi in ogni dove: quest’ ultimo è un movimento planetario, in atto da tempo. Ci preoccupiamo quando dei buoni vitigni autoctoni, selezionati da generazioni di agricoltori si perdono per la moda di un gusto internazionale, ma qui non assistiamo a nulla del genere: le isole britanniche non sono mai state produttrici di vino in quantità e qualità.
Quello che ci preoccupa e molto, nel sorgere dell’ astro nascente rappresentato dai vini inglesi è il segno tangibile, che essi rappresentano, di un graduale innalzamento delle temperature medie a latitudini superiori al 50° parallelo. Se fa regolarmente più caldo nel Sussex, significa che in Piemonte fa ancora più caldo e che in Sicilia ci sono aree dove ormai il termometro in estate indica limiti proibitivi per coltivazioni un tempo possibili, anche sull’ isola. Significa che il deserto del Sahara si espande, comprimendo la delicatissima e sovrappopolata area mediterranea dell’ Africa, riducendo gli spazi coltivabili e riducendo gli usi agronomici nelle aree che non diventano proprio incoltivabili.
Vero che viene già meno voglia di brindare? Sembra incredibile che una bottiglia di vino possa rappresentare un termometro tanto efficace e sensibile di quello che succede al nostro pianeta. E tuttavia, sarebbe fermarsi alla constatazione “di colore”, se non approfondissimo proprio le implicazioni del cambiamento, sulla scorta di dati scientifici.
Sulla base delle proiezioni prudenziali più recenti, nel 2009, la Banca Mondiale (non certo un pericoloso ecoestremista) ha ipotizzato lo scenario della produzione agicola nel 2050 dovuto all’ innalzamento delle temperature. I dati, aggregati e ben esposti nell’ Atlante dei futuri del mondo di Virginie Raisson, non lasciano molto spazio all’ ottimismo. Verso la metà secolo, il surriscaldamento avrà ridotto la capacità produttiva delle agricolture di Francia, Spagna e Italia in Europa, mentre avrà aumentato in misura corrispondente quelle di Gran Bretagna, Irlanda e Germania.
Contestualmente però, in Africa, solo il Kenya e lo Zambia avranno visto un possibile, molto modesto incremento di produzione agricola, mentre tutto – ripeto: tutto – il resto del Continente Nero avrà perso fino al 50% della propria capacità di autosostenere la domanda di cibo. E in testa alla triste classifica ci saranno Egitto, Marocco, Mauritania e Angola: territori tra i più popolosi, da cui non potranno che venire ulteriori ondate migratorie.
Non toccherà sorte molto migliore a Brasile, Argentina, Pakistan, Australia e se, per i primi due Paesi sudamericani, la densità di popolazione tutto sommato bassa, date le grandi dimensioni, consentirà forse di gestire la situazione, mi pare più difficile formulare previsioni sugli altri due Paesi: il primo, sovrappopolato e dilaniato da lotte intestine; il secondo alle prese con una desertificazione molto rapida e con una popolazione che conta oggi il 16,4% di immigrati (l’ Europa, per capirci è all’ 8,8%), su cui difficilmente non si ripercuoteranno gli egoismi xenofobi, che ogni crisi porta con sé.
Così, una buona bottiglia di spumante inglese (non credevo che lo avrei mai scritto, fino a pochi mesi fa) diventa la sintesi di cambiamenti realmente epocali per il nostro pianeta. E se di norma un vino spumante si associa alla leggerezza senza pensieri, in questo caso la flute può aiutarci ad acquisire consapevolezza di ciò che accade, in modo persino più efficacee tangibile di una dotta relazione accademica.
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ALBA

Il 28 aprile a Firenze il soggetto politico nuovo ha ricevuto un nome, ALBA, acronimo di Alleanza Lavoro Benicomuni Ambiente. E’ un nome che non esprime un luogo ideale o una meta, si riferisce invece a quelli che sono sia fondamenta che nodi storici da sciogliere. Sul sito si possono vedere in video le due sessioni plenarie e le prime decisioni, ovvero le proposte per continuare il percorso avviato. Una prossima tappa cruciale sarà una due giorni nazionale, da organizzare entro giugno.

La gestazione di ALBA è stata piuttosto breve, un mese esatto. Ho segnalato qui il Manifesto del Soggetto Politico Nuovo il 28 marzo, riportando le ultime battute. Ma naturalmente l’iniziativa è stata semplicemente taciuta da tutti i maggiori media, tv e giornali, con le eccezioni del Manifesto e del Fatto Quotidiano. E non se ne parla neanche qualche giorno dopo.

Eppure non c’è tempo, in Italia ed in Europa serve un cambiamento immediato e radicale. Il vecchio mascherato non basta più. Serve una rottura nel pensiero politico ed economico, servono nuove relazioni tra gli individui e tra i gruppi sociali. Serve un aggiornamento soprattutto a sinistra, prima che la destra si riorganizzi, come sempre.

Invito a seguire ALBA, a dare una mano a questo aperto luogo politico, costa solo un po’  del proprio tempo, ma ci mette in collegamento con tanti, la maggior parte, che ha il nostro stesso problema, sopravvivere.

Aggiornamento del 6 maggio: sono ora disponibili sul sito i resoconti dei tre gruppi di lavoro (contenuti, organizzazione e comunicazione).

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Cosa ci salverà

(Massimo Bucchi, la Repubblica, 1 maggio 2012)

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Gramsci, 75 anni fa

Risultati immagini per gramsci e tatiana

All’alba del 27 aprile 1937, 75 anni fa, morì Antonio Gramsci.

Nutro verso di lui un senso di profonda gratitudine. Dal suo esempio, dalle vicende della sua drammatica esistenza e dai suoi scritti ho ricevuto una concezione del mondo, la base razionale per confermare i princìpi di libertà e solidarietà necessari ad una vita autentica e degna.

(La foto vede Tatiana Schucht nel 1937 accanto all’urna delle ceneri al cimitero del Verano. Lo spostamento al cimitero acattolico del Testaccio, noto anche come “Cimitero degli Inglesi”, è sempre stato ad opera di Tania, nel settembre 1938.)
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Princìpi e obiettivi, che confusione professor Monti!

In questa giornata di festa, che assume ogni anno che passa un significato sempre più forte in un paese sempre più in difficoltà, abbiamo le dichiarazioni del premier Mario Monti fatte durante le cerimonie. Il testo base lo possiamo leggere dal sito del Governo. Qui ne commento solo una frazione.

“Se allora il Paese chiedeva libertà e democrazia, oggi tutti ad ogni livello dobbiamo impegnarci per mettere in atto i principi di rigore, crescita ed equità, indispensabili a raggiungere tali obiettivi.
Non esistono facili vie d’uscita, né scorciatoie per superare questa dura fase di crisi, frutto amaro del fatto che per un lungo periodo il sistema politico ha alimentato in noi italiani l’illusione di poter vivere al di sopra dei nostri mezzi. Il rigore che oggi la situazione ci impone porterà invece gradualmente ad una crescita sostenibile e al lavoro, indispensabile per dare speranza ai giovani.”

Dunque,  il “sistema politico” (?)  ci ha illuso, tutti, lui compreso (“noi italiani”). Il rigore porterà “invece gradualmente ad una crescita sostenibile”. Nessuna facile via d’uscita, né scorciatoia, ma la strada è certa, quella del rigore (che poco prima era un principio, adesso è una via).

Che confusione da un professore! Precisiamo: libertà, democrazia ed equità (che è un’applicazione dell’eguaglianza) sono princìpi, non a caso la Costituzione Italiana li mette all’inizio, nei primi tre articoli dei dodici dei “Princìpi fondamentali”. Invece, il rigore è una via, come la crescita, se non è proprio solo un obiettivo.

I princìpi non si perseguono, come gli obiettivi, si applicano. E soprattutto, proprio il 25 aprile, non si confondono. Professore, torni a scuola, scuole pubbliche, è meglio.

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Mandate un neurologo a Palazzo Chigi

Pensavamo di essere appena scappati da una banda di criminali o pazzi, o entrambi insieme, ma ogni giorno del nuovo Governo ci riserva una sorpresa. La battuta di qualche tempo fa, nel grande sito Spinoza, ci aveva esso in allarme: “dalla Pdl alla Bce”.

E’ di oggi la presentazione, al solito molto solenne, con lunghissima conferenza stampa del Premier e quattro suoi ministri o vice, del Documento di Economia e Finanza (DEF) 2012. Il documento è già online e a pagina 30, l’ultima, si legge:

“In previsione: almeno 25 milioni saranno destinati all’ammodernamento delle dotazioni infrastrutturali per ricerca, laboratori ed edilizia universitaria.”

Capito? C’è un “almeno” e ci sono “25 milioni”, ma per tutta l’università pubblica. Ricordo che nella spesa per ammodernare la nostra difesa aerea si dovevano comprare 131 caccia F35 per circa 15 miliardi, cioè 115 milioni cadauno. I caccia sono stati ridotti a 90, ma la spesa è rimasta praticamente la stessa, cosicché il solo costo delle ali di uno di questi caccia vale come l’ammodernamento fisico dell’università italiana.

Cosa pensare? Che questi sono liberisti? Che non vogliono dare spazio ai diffidenti mercati che aspettano ad ogni istante di verificare la volontà di contenere la spesa pubblica? Mi pare di leggere una delle storie di Oliver Sacks in “L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello” (1985), il caso di emi-inattenzione (“Attenti a destr!”). Non so quale sia il trauma, non m’interessa neanche, ma qualcosa è successo. Questi guardano solo da una parte. Così da terapisti sono diventati un problema, un paziente.

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Padroncini (2)

I questi giorni non è stato difficile leggere diagnosi e prognosi sulla Lega. Partiamo da un classico, Eugenio Scalfari su la Repubblica del 15 aprile (la periodizzazione ed evidenziazione è mia):

La crisi della Lega ripropone in pieno la questione settentrionale. La Lega ha avuto il merito di portarla, quando nacque, all’attenzione dell’opinione pubblica ma il demerito di non individuare gli strumenti per risolverla. (…) La questione settentrionale non consiste nell’esodo di capitali dal Nord al Sud che la Lega ha denunciato e per impedire il quale ha proposto il suo federalismo o addirittura la scissione. Quell’esodo non c’è mai stato, c’è stato semmai il suo contrario perché le banche si sono concentrate al Nord, il grosso degli investimenti pubblici e dei prestiti bancari è avvenuto al Nord e le imprese che hanno investito al Sud sono state tutte e sempre provenienti dal Nord e al Nord sono affluiti i loro profitti e la distribuzione dei loro dividendi.
Il vero problema del Nord è il capitalismo dei “padroncini”, delle imprese con meno di 20 addetti che costituiscono a dir poco il 95 per cento dell’intera struttura imprenditoriale italiana (…) . Bisognava che i “padroncini” (…) diventassero imprese vere, con almeno 50 dipendenti, consorzi, distretti industriali, capacità di ricerca e d’innovazione. Così non è stato. Il tentativo dei distretti è il più delle volte fallito o restato sulla carta, i punti d’eccellenza ci sono stati e ci sono ma il grosso di quest’immensa fascia di capannoni che ha costellato tutte le pianure del Nord e dell’Est ha funzionato fino a quando il cavallo dei consumatori e degli utenti ha bevuto. Con la crisi iniziata nel 2008 il cavallo beve ormai pochissimo e i “padroncini” stanno di male in peggio.
Questa è la questione settentrionale, alla quale la Lega non ha dato alcuno sbocco politico, anzi l’ha impantanata nell’alleanza populista con Berlusconi che non solo non ha visto la crisi ma l’ha negata fino a quando la crisi l’ha travolto. La Lega ha dato molti buoni amministratori comunali, questo sì, ma al di sopra di quel livello localistico è stata un esperimento disastroso per il Nord e per l’intero Paese. In più anche un luogo di malaffare. Prima scomparirà, meglio sarà. Ma resterà in piedi la questione settentrionale, così come resta in piedi quella meridionale. E resteranno in piedi fino a quando non sarà risolta la questione nazionale.
Il governo Monti ha mosso i primi passi su questa strada ma ci vorrà almeno una generazione per condurla a termine. Dove sia questa generazione io non lo vedo, ma forse dipende dai troppi anni che ho sulle spalle. Mi auguro che sia così e che la generazione cui quel compito è affidato ci sia, sia pronta e si faccia vedere.

Ma c’è anche chi fa una diagnosi quasi opposta, come si può leggere di Luca Ricolfi su La Stampa del 16 aprile (il testo è semplificato, ma potete leggerlo tutto sul link):

A forza di parlare di federalismo (è da vent’anni che lo si fa), rischiamo di dimenticare qual è la sua origine, ovvero quali sono i problemi per risolvere i quali il disegno federalista ha preso piede in Italia all’inizio degli Anni 90. Se andiamo alle radici e lasciamo da parte il folclore – Roma ladrona, i terroni, la Padania è piuttosto chiaro che la ratio principale del federalismo non era, all’origine, quella di rendere più efficiente la pubblica amministrazione, o di restituire alle Regioni settentrionali il maltolto (…) No, la funzione e lo scopo del federalismo erano più semplici e più fondamentali: permettere ai territori più dinamici e produttivi del Paese di tornare a crescere a un ritmo ragionevole, liberandoli da un’oppressione fiscale che – nei primi Anni 90 – stava ormai soffocando l’economia italiana, sempre meno capace di espandere l’occupazione, reggere la concorrenza internazionale, innovare prodotti e processi.
Detto in altre parole: il federalismo non era principalmente un fine, un ideale politico, bensì un mezzo, un potente strumento di raddrizzamento dell’economia e della società italiana, (…) degli sprechi, dell’evasione fiscale, e soprattutto dell’immane trasferimento di risorse da Nord a Sud – 50 miliardi di euro l’anno [di cui] almeno una parte deve rientrare al Nord, e deve servire a rimettere i produttori in condizione di fare il loro mestiere.
(…) L’aver rimosso dalla riflessione politica questo compito, e avere accettato di spostare ancora in avanti l’entrata in vigore del federalismo, è probabilmente il più grave errore politico che la Lega abbia compiuto da quando esiste, perché – verosimilmente – esso condurrà alla scomparsa del federalismo dal centro della scena politica. Divenuto inutile, in quanto fuori tempo massimo, per risolvere il problema da cui era nato, il federalismo è destinato a entrare nel museo dei sogni politici del passato, che possono trastullare ancora a lungo i militanti, ma sono ormai fuori della realtà e del sentire comune.
Bruciato dai suoi stessi ideatori il sogno federalista, l’Italia dovrà trovare altre strade per risolvere i suoi problemi.

Come vedete Scalfari pensa che con Monti si sia già imboccata la “strada”, mentre Ricolfi pensa ad “altre strade” ma non dice quali. Non concordano sulla diagnosi (cause), non possono farlo sulla prognosi (strada). Ma qual è la diagnosi giusta? Per me nessuna delle due.

Penso che sia più vicino alla realtà quanto scritto da Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della Sera dell’8 aprile:

Difficoltà e incapacità che hanno una sola origine: l’idea, condivisa tanto dalla Lega che dal berlusconismo, che al dunque la politica possa essere, e di fatto sia, solo rappresentanza di interessi (inclusi quelli di coloro che la fanno…), e nulla più. Non già, come invece è, visione generale, indicazione di traguardi collettivi e di strumenti adeguati, impulso autonomo mosso da valori, e su queste basi, poi, ma solo poi, anche mediazione creativa tra esigenze diverse. Le conseguenze? Nessuna o poca idea di nazione e di Stato, scarsa etica pubblica, noncuranza per le regole; e, come non bastasse, una leadership sempre incerta tra virulenza da capataz e un molto casalingo tirare a campare. I risultati li abbiamo visti.

Io penso che Scalfari che Ricolfi prendano gli effetti come fossero cause. Invece le cause sono queste: corruzione, illegalità, evasione fiscale, ingiustizia sociale, criminalità organizzata. I “padroncini” ed i “trasferimenti” sono effetti. E a livello individuale le cause, non effetti, sono l’egoismo, il narcisismo, l’inautenticità.

Come andrà a finire questa malattia? Pur in presenza di punti di necrosi, io sono ottimista. E non sono pazzo. Ho presente come ha votato il Paese ai referendum di giugno 2010. C’è pienamente in atto una forte reazione dell’organismo, ma questa reazione deve essere aiutata, assecondata. Subito però. Non c’è tempo.

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Padroncini (1)

“C’è troppa fretta di liquidare la Lega. Come si trattasse di una storia finita. (…) È in difficoltà. Ma chi pensa di affidare ai Magistrati il compito di “sconfiggerla” politicamente si illude.” Così comincia e finisce l’articolo di Ilvo Diamanti su la Repubblica del 16 aprile. Ma perché tanta sicumera? Secondo Diamanti, perché:

“a) È radicata sul territorio (…). b) Dispone di una base elettorale fedele di notevole entità. (…) Disposti a negare la realtà pur di non contraddire la propria “fede”. Proprio come in questa fase. c) La Lega, oggi, costituisce il principale antagonista del governo Monti, in Parlamento. Inevitabile che sfrutti la propria rendita di (op)posizione. (…) d) Il clima d’opinione generale è intriso di sfiducia verso i partiti. Pervaso da un diffuso sentimento antipolitico. E la Lega ne è, paradossalmente, artefice e beneficiaria. Alimenta la sfiducia politica attraverso i suoi comportamenti e, al tempo stesso, rischia di avvantaggiarsene. e) D’altronde, nessuno tra i partiti maggiori ha beneficiato del calo della Lega. Gli elettori leghisti in “uscita” si sono parcheggiati nell’area grigia del “non voto” e dell’indecisione.”

Ma queste risposte in realtà non spiegano niente. Anzi rimandano ad altre domande: a) Perché è radicata sul territorio? c) Perché i suoi elettori gli son tanto fedeli? d) Perché gli stessi ne accettano le ambiguità? e) Perché non voterebbero nessun altro?

Fortunatamente, nello stesso giornale c’è la sintesi, citata dallo stesso Diamanti, di un libro-inchiesta, Lega e Padania. Storie e luoghi delle camicie verdi di Gianluca Passarelli e Dario Tuorto (il Mulino, 2012). Qui si viene a sapere che le camicie verdi, cioè gli iscritti, “sono perlopiù (75%) uomini, giovani (il 39% ha meno di 40 anni), diplomati (60%), ma anche laureati (20%), lavoratori autonomi (37%).” Prima della Lega distribuivano il voto “in modo equilibrato tra Dc, Psi, partiti laici (Pli, Psdi, Pri)”, ma il 9% votava Msi e “solo” il 3% il Pci. Insomma, “tutti i dati della ricerca sono concordi: eletti, iscritti ed elettori della Lega posizionano se stessi e il partito all’estrema destra dell’arco politico.”

Inoltre, “quasi la metà ha ricoperto incarichi da consigliere comunale o provinciale, assessore o sindaco”. La loro è quindi “una militanza attiva”, con il 40% che “partecipa regolarmente alle manifestazioni elettorali e alle feste di partito” ed il 77% che “legge un quotidiano tutti i giorni”. Un dato significativo è anche questo: hanno fiducia nelle istituzioni (partiti, parlamento, presidente della Repubblica – solo il 55% non ha fiducia dei partiti, sotto la media nazionale, peraltro non riportata ma intuibile); però “mostrano ostilità verso banche, magistrati e sindacati”.

Infine, la ricerca individua quattro tipologie di militanti: i qualunquisti sono al 19% (“federalismo e pagare meno tasse”), i conformisti al 26% ( “si collocano a destra, temono l’immigrazione, ma sono radicali più per conformismo che per convinzione”), i conservatori al 26% (“per lo più operai”, sono “meno a destra”, “attenti ai temi sociali e del lavoro”), gli estremisti al 29% (“con un forte tratto autoritario, si collocano sul versante della destra più estrema”).

Dunque, riassumiamo il riassunto: i leghisti sono soprattutto maschi, giovani, lavoratori autonomi, politicamente attivi e dichiaratamente di destra. Mi direte: embé? Sai che novità? E’ vero, anche per me è solo qualcosa d’antico. Vediamo domani.

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Piaceri

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Vergnügungen
Der erste Blick aus dem Fenster am Morgen
Das wiedergefundene alte Buch
Begeisterte Gesichter
Schnee, der Wechsel der Jahreszeiten
Die Zeitung
Der Hund
Die Dialektik
Duschen, Schwimmen
Alte Musik
Bequeme Schuhe
Begreifen
Neue Musik
Schreiben, Pflanzen
Reisen
Singen
Freundlich sein.
Piaceri

Il primo sguardo dalla finestra al mattino
il vecchio libro ritrovato
volti entusiasti
neve, il mutare delle stagioni
il giornale
il cane
la dialettica
fare la doccia, nuotare
musica antica
scarpe comode
capire
musica moderna
scrivere, piantare
viaggiare
cantare
essere gentili.

Bertolt Brecht (1954)

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