Il ministro della clandestinità programmata

Come al solito Guido Viale è il più chiaro e realista commentatore della politica italiana e anche oggi sul Manifesto ci racconta come stanno veramente le cose in questi tragici momenti della nostra vita civile. (L’opera fotografata è di Bruno Catalano. Il grassetto è originale, le evidenziazioni sono mie.)

Il decreto Salvini vuole gonfiare la clandestinità
di Guido Viale
Un’ondata incontrollata di “clandestini” sta per abbattersi sul nostro paese. Provengono dall’Italia: dall’Italia legale a quella “clandestina”. Saranno più di centomila nel giro del prossimo anno (oltre a chi arriverà via mare). Ma chi sta organizzando quel viaggio? Il ministro Salvini con il decreto sicurezza. Chiuderà molti Sprar, cioè l’accoglienza gestita dai Comuni che curano l’inclusione sociale di chi chiede protezione.
Si chiudono gli Sprar per trasferirne gli ospiti nei Cas e nei Cara (centri affidati a privati, che spesso ci speculano sopra), ma che chiuderà anche molti Cas, tagliandone i fondi e riducendo drasticamente le protezioni umanitaria, internazionale e sussidiaria che “legalizzano” la permanenza di un profugo in Italia.
Una volta persa la protezione, alle persone cacciate da Sprar e Cas verrà ingiunto di ritornare entro sette giorni nel loro paese. Ma nessuno lo farà, perché nessuno di loro ha i mezzi per farlo, perché dal paese di origine sono dovuti fuggire, perché a tornare corrono il rischio di essere imprigionati, torturati, uccisi o fatti sparire. E non lo farà nemmeno il governo che non ha mezzi e fondi per rimpatriare neppure il mezzo milione di “clandestini” di cui, in campagna elettorale, Salvini aveva promesso di sbarazzarsi mentre ora dichiara che ci vorranno almeno ottanta anni per mandarli via tutti.
Che ne sarà allora degli oltre centomila che si andranno ad aggiungere grazie al nuovo decreto? Una piccola parte – qualche migliaio – verrà rinchiuso nei Cpr (centri di permanenza per i rimpatri) ancora da costruire; che si riempiranno presto, ma non si svuoteranno altrettanto rapidamente per far posto a nuovi prigionieri perché quelli che finiscono lì potranno restarvi rinchiuso fino a 180 giorni, per poi uscirne, perché il loro rimpatrio sarà sempre più difficile. Così verranno lasciati per strada, nella condizione di “clandestini” (una figura giuridica introdotta con la legge Bossi-Fini), come già succede a coloro cui è stato negata la protezione o a cui non è stato rinnovato il permesso di soggiorno perché hanno perso il lavoro.
Li ritroveremo – ne ritroveremo sempre più – agli angoli delle strade con il cappello in mano a chiedere la carità, a dormire sotto i viadotti o nelle fabbriche abbandonate, nella migliore delle ipotesi. Oppure a lavorare in nero nei campi, nell’edilizia, nei retrobottega di bar e ristoranti. Oppure a prostituirsi, se donne, o a spacciare, se uomini; a fornire carne umana e manodopera a una criminalità, italiana e straniera, che cresce di giorno in giorno sotto i nostri occhi e che è ormai additata come la fonte principale di insicurezza per tutti; dimenticando che le cause maggiori di questa insicurezza sono la corruzione, le mafie e la criminalità organizzata, ben inserite dentro molte strutture dello Stato e delle attività produttive. Pensare di restituire la sicurezza agli italiani rendendo la vita sempre più difficile a che è costretto alla “clandestinità”, senza alcuna alternativa possibile, significa solo moltiplicare le cause dell’insicurezza.
Più insicurezza c’è più le false promesse di Salvini di eliminarla hanno presa sul suo elettorato. Per questo il ministro e il suo governo combattono in tutti i modi le esperienze – come gli Sprar o i Comuni che accolgono i migranti, prime tra tutti, ma non solo, Riace – che producono inclusione e, insieme all’inclusione, sicurezza e benessere per tutti.
A Riace, in una regione dominata dalla n’drangheta, malavita e insicurezza sono state sconfitte, lo spopolamento è stato arrestato e il territorio è rinato a beneficio tanto dei vecchi abitanti che dei nuovi arrivati. Il problema dell’Italia, e non solo di Riace, o degli altri comuni della Calabria e di altre regioni che si sono impegnate nell’accoglienza, non è l’immigrazione ma l’emigrazione: i tanti giovani e non giovani, spesso laureati e diplomati, costretti a emigrare per cercare lavoro all’estero, e che nella rinascita dei borghi come delle periferie, proprio grazie all’arrivo degli immigrati, potrebbero trovare invece una ragione per restare.
Una ragione valida per milioni di persone se in tutto il paese venissero intraprese quelle opere di risanamento del territorio e del tessuto sociale imposte dal deterioramento locale e globale dell’ambiente e che potrebbero dare una collocazione produttiva, invece di costringerli a una inattività forzata (di cui si parla con disprezzo come “stare sul divano a guardare la tv”), tanto gli italiani che tanti i migranti imprigionati nei Cas che non aspettano altro che di potersi impegnare per il bene sia loro che di tutti.
(il manifesto, 26 ottobre 2018)
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