{"id":63,"date":"2013-06-12T14:22:36","date_gmt":"2013-06-12T14:22:36","guid":{"rendered":"http:\/\/lacittafutura.net\/valentinozanon\/?p=63"},"modified":"2015-07-07T08:31:10","modified_gmt":"2015-07-07T08:31:10","slug":"2052-prove-di-sopravvivenza","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/lacittafutura.net\/valentinozanon\/2013\/06\/12\/2052-prove-di-sopravvivenza\/","title":{"rendered":"2052. Prove di sopravvivenza"},"content":{"rendered":"<ul> <strong>Problemi come il cambiamento climatico e l&#8217;esaurimento delle risorse non hanno trovato adeguata risposta a causa della lentezza dei processi decisionali e di una visione miope. Ce lo spiega Jorgen Randers<\/strong><\/ul>\n<p>Non tutti ci saranno e allora ecco come si presenter\u00e0 il mondo alla met\u00e0 del secolo: con una popolazione in calo quale  conseguenza dell&#8217;inurbamento, causa di infertilit\u00e0, dopo il picco di 8,1 miliardi di persone raggiunto nel 2040. Con l&#8217;uso dei combustibili fossili che avr\u00e0 imboccato, da un decennio, la parabola discendente in seguito alla frenata delle economie mature e all&#8217;accelerazione delle energie rinnovabili: uno sviluppo forte ma tardivo, il loro, perch\u00e9 avremo gi\u00e0 accumulato + 2\u00b0 C di riscaldamento terrestre col pericolo di eventi estremi auto-rinforzantesi.<\/p>\n<p>Sul piano macroeconomico, la crescita della produttivit\u00e0 scender\u00e0 a zero (fatti salvi i paesi emergenti) e questo porter\u00e0 un vantaggio insperato per l&#8217;impronta ecologica che ne risulter\u00e0 contenuta. Continuer\u00e0 il ristagno dei consumi, dopo il massimo toccato nel 2045, anche perch\u00e9 la quota maggiore del Pil globale prodotto (2,2 rispetto ai livelli attuali) servir\u00e0 proprio a riparare i danni provocati dai cambiamenti meteorologici e dall&#8217;ondata di disordini sociali: i conflitti, infatti, s&#8217;inaspriranno, favoriti dal clima instabile e dall&#8217;iniquit\u00e0 generata dalla maldistribuzione delle risorse, in un mondo sempre pi\u00f9 caotico che da una parte non avr\u00e0 risolto i problemi della fame (sebbene si potr\u00e0 produrre tre volte la quantit\u00e0 di cibo attuale) e della povert\u00e0 (anche se da 2 dollari a testa al giorno si passer\u00e0 a 4 dollari nei paesi sottosviluppati), dall&#8217;altra vedr\u00e0 compiere grandi passi in avanti solo a Brasile, Russia, India, Sud Africa e altre dieci grandi economie emergenti.<\/p>\n<p>Questo e molto altro succeder\u00e0 nel 2052 se, come sostiene Jorgen Randers, continuer\u00e0 a prevalere quella &#8220;short time human vision&#8221;, quella visione di breve periodo che allo stesso professore norvegerese \u2013 tra i massimi esperti di sostenibilit\u00e0, questioni climatiche e strategie di scenario \u2013  pare al momento una tara ineluttabile. Al punto da averlo convinto, due anni fa \u2013 e lo dice con un certo fastidio, durante la presentazione del suo nuovo libro a Roma \u2013 a passare dai decaloghi delle cose da fare per salvarci dalla insostenibilit\u00e0 globale, alle &#8220;ipotesi ragionate&#8221; (guidate da modelli informatici) sul futuro prossibile. Anzi, probabile.<\/p>\n<p>&#8220;S\u00ec, perch\u00e9 l&#8217;uomo, trovandosi di fronte a problemi grandi ma perlopi\u00f9 risolvibili, come il cambiamento climatico, non ha saputo reagire adeguatamente quando era in tempo e oggi il mondo \u00e8 meno sostenibile di 40 anni fa. L&#8217;umanit\u00e0 si mantiene stabilmente in una condizione di sovrasfruttamento, con il doppio di emissioni annue di anidride carbonica rispetto a quella assorbita da ocenani e foreste, e si vedono gi\u00e0 i primi chiari segnali di una graduale distruzione degli ecosistemi&#8221;.<\/p>\n<p><strong>Democrazie lente<\/strong><\/p>\n<p>\u00c8 una sconfitta personale, ammette il sessantottenne Randers, tra i coautori nel 1972 dello storico rapporto del Mit &#8220;I limiti dello sviluppo&#8221;, con il quale il Club di Roma mise per la prima volta in discussione il mito della crescita continua. Ma \u00e8 una sconfitta soprattutto per le democrazie lente, inadatte alla dimensione planetaria dei problemi, e per il capitalismo della massimizzazione dei profitti, oltre che per le istituzioni sovrannazionali che non hanno saputo imprimere una correzione di rotta globale sufficiente.<\/p>\n<p>La febbre dell&#8217;umanit\u00e0 \u00e8 pi\u00f9 o meno quella registrata da Jorgen Randers, che era nella capitale su invito del Wwf e del Club di Roma per presentare, a distanza di 40 anni, il seguito di quella famosa ricerca del Mit, ora racchiuso nel suo nuovo volume &#8220;<a href=\"http:\/\/www.edizioniambiente.it\/libri\/873\/2052\/\">2052. Scenari globali per i prossimi quarant&#8217;anni<\/a>&#8221; (Edizioni Ambiente, a cura di Gianfranco Bologna, con i contributi di una quarantina di studiosi internazionali). Ci sono diverse previsioni di scenario concordanti con &#8220;2052&#8221;, ad esempio in &#8220;<a href=\"http:\/\/2030latempestaperfetta.it\/\">2030. La tempesta perfetta. Come sopravvivere alla Grande Crisi<\/a>&#8221; (Rizzoli editore) di Gianluca Comin e Donato Speroni, che inclinano al peggio.<\/p>\n<p>Qualche speranza in pi\u00f9 riesce ad infonderla l&#8217;economista e statistico Enrico Giovannini, presidente dell&#8217;Istat (uno dei dieci saggi nominati da Napolitano) ricordando i benefici indiretti che avremo tutti, a partire dal 2015, dai nuovi indicatori di benessere equo e sostenibile (Bes) &#8220;che vanno oltre il Pil, un indicatore basato su falsi presupposti assunti per veri&#8221; che tanti danni ha arrecato.<\/p>\n<p>&#8220;I nuovi indcatori saranno profondamente diversi \u2013 spiega Giovannini \u2013 e segneranno un cambiamento epocale: per la prima volta sotto monitoraggio non ci saranno solo i paesi in via di sviluppo, ma tutti&#8221;. Il Bes s&#8217;inquadra nel dibattito internazionale sul cosiddetto \u201csuperamento del Pil\u201d, nella convinzione che i parametri per misurare il progresso di una societ\u00e0 non debbano essere solo di carattere economico, ma anche sociale e ambientale, nello spirito della Conferenza di Rio.<\/p>\n<p>La malattia del pianeta tuttavia \u00e8 giunta a uno stadio avanzato anche secondo Giovannini come della maggioranza degli esperti che si occupano di questi temi. &#8220;Ora vi \u00e8 in pi\u00f9 il rischio che la crisi economica e politico-istituzionale che sta attraversando l&#8217;italia ce li nasconda per un po&#8217;, questi problemi, per poi ripresentarci d&#8217;improvviso il conto&#8221;. Un conto che &#8220;non solo le future generazioni, come spesso si dice, ma le attuali stanno gi\u00e0 pagando&#8221; sostiene il presidente dell&#8217;Istat, il quale invoca &#8220;una nuova narrativa per fare passare il messaggio alla gente pur senza terrorizzarla&#8221;.<\/p>\n<p><strong>Convivere col futuro<\/strong><\/p>\n<p>Ma che si pu\u00f2 dire e fare, arrivati a questo punto? &#8220;Prepararsi a vivere nel futuro probabile e insieme lavorare duro per evitarlo&#8221;, risponde Randers, abile a mescolare l&#8217;amaro al provocatorio. Il professore non rinuncia a battersi ma \u00e8 costretto a riconoscere che &#8220;il problema oggi \u00e8 di imparare a convivere con imminenti disastri senza perdere la speranza&#8221;. &#8220;Abbiamo gi\u00e0 superato una serie di limiti e, in alcuni casi, vedremo il collasso locale prima del 2052, come la probabile perdita delle barriere coralline o del tonno&#8221;.<\/p>\n<p>Randers se la prende soprattutto con i limiti dei modelli di governance sul pianeta. Di tutti tranne che di uno, quello cinese: &#8220;un governo forte centrale in grado di prendere decisioni a lungo termine indipendenti dalla volont\u00e0 popolare, e seguite dal 97% della gente&#8221;.  Non a caso la Cina sar\u00e0 la superpotenza economica del futuro. Scalzer\u00e0 gli Usa che sconteranno, ancor pi\u00f9 dell&#8217;Europa (dove spicca la Germania con la sua preveggenza sulle rinnovabili), le difficolt\u00e0 a gestire con efficacia le crisi. &#8220;Nemmeno l&#8217;uragano Katrina \u00e8 riuscito a risvegliarne le coscienze&#8221;, denuncia Randers. Che non prevede &#8220;purtroppo&#8221;, come si augurerebbe, un&#8217;unica grande catastrofe ambientale planetaria, &#8220;la sola che spingerebbe i governi ad intraprendere azioni pi\u00f9 incisive&#8221;.<\/p>\n<p>Quarant&#8217;anni dopo &#8220;I limiti dello sviluppo&#8221;, anche Gianfranco Bologna, direttore scientifico di Wwf Italia, deve ammettere che &#8220;il deficit ecologico accumulato non \u00e8 colmabile: \u00e8 difficilissimo ripristinare un ecosistema&#8221;. Quel che servirebbe \u00e8 &#8220;una nuova economia che mettesse al centro il capitale naturale. L&#8217;ottimismo deve passare necessariamente attraverso la voglia di cambiamento&#8221;, chiosa. E qui il cerchio si chiuderebbe, poich\u00e9 si ritorna al problema di partenza: come evitare che l&#8217;interesse a breve termine tenga il mondo sotto scacco? Le resistenze sono state enormi fin qui e soltanto la miopia dei decisori, secondo Randers, pu\u00f2 spiegarle. &#8220;Basterebbe infatti spostare il 2% del capitale economico e della forza lavoro su questi temi per risolvere il &#8216;climatic change&#8217;. Se ci\u00f2 si fosse fatto \u2013 si irrita il prof \u2013 l&#8217;investimento ci sarebbe costato un differimento solo di pochi mesi dell&#8217;attuale ricchezza&#8221;.<\/p>\n<p>Ma siccome la speranza non deve mancare mai, ci soccorre un esempio di redditivit\u00e0 nel breve applicato a un progetto di prospettiva. Si chiama &#8220;Ocean breeze&#8221;, e a sostenerlo \u00e8 Unicredit: 50 pale eoliche piantate nel mezzo del Mare del Nord dove il vento soffia forte e incessante, energia pulita che a regime sar\u00e0 pari a un terzo di quella prodotta da una centrale nucleare, 400 mila famiglie tedesche gi\u00e0 ora servite, 1.000 persone che lavorano alle torri pi\u00f9 5.000 nell&#8217;indotto. Per un rendimento \u2013 fa notare Paolo Fiorentino, vice direttore generale di Unicredit \u2013  tra il 7 e l&#8217;8% sul fondo capitale&#8221;. E i delfini? Protetti anche loro dall&#8217;inquinamento acustico generato dalle pale eoliche.<\/p>\n<p style=\"padding-left: 30px;\"><em><span style=\"text-decoration: underline;\">Chi \u00e8 Randers<\/span><\/em><\/p>\n<p style=\"padding-left: 30px;\"><em> <\/em><\/p>\n<p style=\"padding-left: 30px;\"><em>Jorgen Randers insegna alla BI Norwegian Business School, dove si occupa anche di questioni climatiche e di analisi di scenario. \u00c8 stato vice direttore del Wwf, e fa parte della commissione per la sostenibilit\u00e0 di British Telecom e di Dow Chemical Company. Nel 2006 ha presieduto la commissione ministeriale che ha indicato al governo norvegese come ridurre di due terzi le emissioni di gas serra entro il 2050. &lt;\u00c8 autore di diversi testi scientifici, ed \u00e8 stato coautore di &#8220;I limiti dello sviluppo&#8221; (1972) e dei successivi rapporti del Club di Roma: &#8220;Oltre i limiti dello sviluppo&#8221; (1993) e &#8220;I nuovi limiti dello sviluppo&#8221; (2006).<\/em><\/p>\n<p><a href=\"http:\/\/www.consumatori.e-coop.it\/index.php\/archivio\/2013\/2013-maggio\/2052-prove-di-sopravvivenza\">Fonte<\/a>: consumatori con &#8211; il mensile dei soci coop<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Problemi come il cambiamento climatico e l&#8217;esaurimento delle risorse non hanno trovato adeguata risposta a causa della lentezza dei processi decisionali e di una visione miope. 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