{"id":9730,"date":"2014-07-21T14:34:10","date_gmt":"2014-07-21T14:34:10","guid":{"rendered":"http:\/\/lacittafutura.net\/adrianozanon\/?p=9730"},"modified":"2014-08-26T14:59:13","modified_gmt":"2014-08-26T14:59:13","slug":"partiamo-da-qui-vi-pare-poco","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/lacittafutura.net\/adrianozanon\/2014\/07\/21\/partiamo-da-qui-vi-pare-poco\/","title":{"rendered":"Partiamo da qui"},"content":{"rendered":"<p>Riporto l&#8217;<a href=\"http:\/\/www.albasoggettopoliticonuovo.it\/2014\/07\/intervento-di-marco-revelli-allassemblea-nazionale-della-lista-tsipras-del-190714\/\">intervento<\/a> di <strong>Marco Revelli<\/strong> all&#8217;assemblea nazionale della Lista Tsipras del 19 luglio.<\/p>\n<h5 style=\"padding-left: 30px;\"><strong>Partiamo di qui<\/strong>, l\u2019unico dato incontestabile: il 25 maggio abbiamo raggiunto la famigerata soglia del 4%. Per 8.333 voti (tre centesimi di punto percentuale) siamo entrati tra le realt\u00e0 politiche che \u201cesistono\u201d. Sarebbe un grave errore sottovalutare l\u2019importanza di questo dato. Intanto perch\u00e9 nell\u2019universo mediatico e politico (che ormai tendono a coincidere) non c\u2019era quasi nessuno disposto a scommettere nemmeno un centesimo bucato su quella \u201cesistenza\u201d, tanto abituati erano ai nostri naufragi. E poi perch\u00e9 la differenza tra l\u2019esser sopra o sotto quell\u2019asticella (ricordiamolo, incostituzionale), anche di un solo pelo in pi\u00f9 o in meno, \u00e8 enorme. Un fallimento avrebbe significato la liquidazione di ogni possibilit\u00e0 anche solo di immaginare una sinistra alternativa in Italia per lungo tempo. Certo anni. Forse decenni, in un momento in cui l\u2019approfondimento e la cronicizzazione della crisi economica e sociale pongono la questione del destino della democrazia in termini drammatici. L\u2019essere invece tra i \u201csalvati\u201d anzich\u00e9 tra i \u201csommersi\u201d, se di per s\u00e9 non ci garantisce con sicurezza, lascia per\u00f2 aperto il discorso sul futuro.<\/h5>\n<h5 style=\"padding-left: 30px;\"><strong>Certo, il nostro 4,03% pu\u00f2 apparire poca cosa se confrontato con il peso delle altre sinistre europee a noi simili<\/strong>, quasi tutte comprese nella fascia tra il 10 e il 20 per cento che costituisce oggi il campo di oscillazione delle nostre potenzialit\u00e0: non parliamo di Syriza, che con il suo 26,6% (1.516.699 voti, in un Paese con una popolazione di quasi sei volte inferiore all\u2019Italia!) ha costituito la vera notizia di queste elezioni, ma di Podemos in Spagna (il cui straordinario 8% si somma al quasi 10% di Izquierda Plural, sfiorando il 18%), del Sinn F\u00e9in in Irlanda, con il suo 19,5%, della stessa Linke che sfiora l\u20198% nelle condizioni proibitive per la sinistra in Germania oggi\u2026 Nel valutarlo nella sua giusta misura per\u00f2 non dobbiamo dimenticare lo stato comatoso in cui si trovava la sinistra di alternativa italiana alla vigilia della scadenza elettorale, delegittimata dalle sue sconfitte e dalle sue divisioni. Minacciata e svuotata in larga parte del proprio elettorato da due, simmetriche e devastanti, innovazioni del sistema politico italiano come il \u201cgrillismo\u201d (prima) e il \u201crenzismo\u201d (poi), entrambi determinati a impiegare spregiudicatamente, su opposti versanti, l\u2019appello in chiave populista alla \u201cdiscontinuit\u00e0\u201d di sistema. N\u00e9 possiamo trascurare le condizioni, per certi versi improbe, in cui si \u00e8 dovuta combattere la battaglia elettorale, anomale pur in un quadro europeo plumbeo per l\u2019inedita compattezza con cui il sistema mediatico nel suo complesso (pressoch\u00e9 tutta la stampa di diffusione di massa, l\u2019universo televisivo al completo) ha cancellato ogni forma di vita al di fuori del duopolio personale Renzi-Grillo. E la confraternita dei sondaggisti al gran completo (esclusa la Demos di Ilvo Diamanti) impegnata a sfornare profezie che si auto-adempiono accreditandoci su percentuali ridicole.<\/h5>\n<h5 style=\"padding-left: 30px;\"><strong>Per questo \u00e8 giusto considerare quel milione centotremila duecentotre voti come un \u201cpiccolo miracolo\u201d.<\/strong> Ed \u00e8 di l\u00ec, dalla sua dimensione ma soprattutto dalla sua composizione, che dobbiamo partire per ragionare su come andare avanti. Ma ragionando sul serio. In modo spregiudicato. Cio\u00e8 sforzandoci di non raccontarcela. Di guardare le cose per come sono e non per come vorremmo che fossero. E allora, diciamocelo subito, quel \u201cpiccolo esercito\u201d non \u00e8 un insieme omogeneo. Non \u00e8 nemmeno un campione rappresentativo della popolazione. Non \u00e8 un \u201cesercito popolare\u201d. Il voto ha selezionato un settore molto particolare di elettorato: i \u201crefrattari\u201d, potremmo dire, di un po\u2019 tutte le famiglie politiche dell\u2019articolata sinistra. Gli eretici per vocazione o per convinzione. Quelli che \u201cnon ci stanno\u201d.<\/h5>\n<h5 style=\"padding-left: 30px;\"><strong>Intanto \u00e8 un voto differenziato geograficamente.<\/strong> Non \u00e8 vero quanto affermato da molti commentatori politici, secondo cui i nostri elettori sarebbero distribuiti omogeneamente sul territorio nazionale. Siamo andati bene al Centro \u2013 nell\u2019Italia in fondo socialmente e politicamente pi\u00f9 stabile -, dove abbiamo fatto il 4,70, in particolare in Toscana (5,12), nel Lazio (4,78, con Roma provincia al 5,29 e Roma comune al 6,16!); e dove abbiamo preso quasi 270.000 voti (80.000 in pi\u00f9 del Nuovo Centro Destra, 150.000 in pi\u00f9 della Lega di Salvini in versione populista nazionale), pi\u00f9 di un quarto del nostro elettorato. Bene anche al Sud (con 239.000 voti e il 4,15%): la sola altra circoscrizione dove abbiamo superato la soglia, con un risultato eccezionale in Basilicata (5,67%), quasi incredibile in Molise (4,54), onorevole in Calabria (4,21) e in Puglia (4,27), un po\u2019 meno in Campania (3,80, con l\u2019eccezione della provincia di Avellino \u2013 4,80 \u2013 dove Franco Arminio ha evidentemente lasciato il segno). In una circoscrizione \u201cdifficile\u201d, solitamente considerata esposta al voto di scambio e alla presenza della destra, siamo praticamente alla pari con gli eredi di AN e di soli 40.000 voti sotto il partito di Alfano. Siamo invece andati male nel terremotato (socialmente) Nord-Est, dove Renzi ha sfondato su tutti i fronti, svuotando Grillo, Lega e Berlusconi (i vincitori di ieri e l\u2019altro ieri), e dove invece noi abbiamo registrato il quoziente pi\u00f9 basso (3,66), con il buco nero del Veneto (2,74), e in particolare della provincia di Rovigo, il capoluogo in assoluto pi\u00f9 basso col 2,44%. Nord Ovest e Isole stanno di poco pi\u00f9 sopra rispettivamente col 3,81 e 3,70 (con per\u00f2 un\u2019insperata Valle d\u2019Aosta al 7,68%, merito di Rosa Rinaldi e della sua task force). Il che significa che siamo sotto in tutto il Nord, in Sicilia e in Sardegna.<\/h5>\n<h5 style=\"padding-left: 30px;\"><strong>E\u2019 un voto, d\u2019altra parte, prevalentemente urbano.<\/strong> Siamo andati generalmente bene nelle citt\u00e0, in quelle grandi e grandissime: Roma, come si \u00e8 detto, ma anche a Milano (6,48) e Torino (6,57), mentre nei capoluoghi di Regione ci si \u00e8 tenuti mediamente intorno al 6% (con i picchi di Firenze 8,91 e Bologna 8,89) e in quelli di provincia difficilmente si \u00e8 scesi sotto il 4-4,5%. Molto meno, o addirittura male in molti piccoli centri (\u00e8 significativo che sia a Milano che a Torino si abbia un dislivello di 1,5-2 punti tra il risultato relativo al comune e quello della provincia, che sale a 3 punti per Bologna e Firenze).<\/h5>\n<h5 style=\"padding-left: 30px;\"><strong>E\u2019 un voto \u201cinformato\u201d, come si suol dire<\/strong> (e come avrebbe potuto essere diverso?). Concentrato nelle fasce di scolarizzazione alta, tra chi si informa con la carta stampata o con la rete, chi legge fuori dal mainstream, chi discute di politica: secondo l\u2019 Ipsos il 27% dei nostri elettori sono laureati (\u00e8 la percentuale pi\u00f9 alta in assoluto, contro l\u201911% della media generale, il 14% del PD, l\u201911% del M5S, l\u20198% di FI e Lega). Il 38% sono diplomati, e appena l\u201911% ha solo la licenza elementare o \u00e8 senza nessun titolo, contro una media generale del 26% (un 23% del PD, un 31% di FI\u2026). D\u2019altra parte abbiamo fatto registrare la percentuale di voti pi\u00f9 elevata (il 7,8% \u2013 quasi 4 punti percentuali in pi\u00f9 rispetto al nostro risultato complessivo) tra \u201cchi si informa prevalentemente con Internet\u201d, e siamo comunque sovrastimati tra chi \u201csi informa prevalentemente sui giornali\u201d (5,2%), mentre crolliamo tra chi \u201csi informa solo con la Tv\u201d (un miserabilissimo 1,6%!).<\/h5>\n<h5 style=\"padding-left: 30px;\"><strong>Siamo anche, potremmo dire, un partito di giovani \u2013 anche se non il \u201cpartito dei giovani\u201d<\/strong>. Sempre secondo l\u2019indagine Ipsos il 18% dei nostri elettori avrebbe tra i 18 e i 24 anni: \u00e8 la percentuale pi\u00f9 alta in assoluto, contro il 9% del totale generale, l\u20198% dell\u2019elettorato PD, il 7% di quello leghista. Nemmeno i 5 stelle ci stanno alla pari, all\u201911%, indietro di 7 punti percentuali. Se si considera anche la fascia d\u2019et\u00e0 successiva si scopre che quasi il 40% dei nostri elettori ha meno di 34 anni, mentre siamo debolissimi nella fascia tra i 35 e i 44 anni (solo l\u20198% del nostro corpo elettorale sta qui) e tra gli ultra-sessantacinquenni (nonostante l\u2019et\u00e0 avanzata dei \u201cgaranti\u201d) dove siamo al penultimo posto (22%), superati verso il basso solo dei 5 Stelle (tra i cui elettori solo il 7% sta in questa fascia d\u2019et\u00e0 mentre, per fare un esempio, nel Pd sono il 30%, in FI il 32, per Alfano il 28\u2026).<\/h5>\n<h5 style=\"padding-left: 30px;\"><strong>Questo dei giovani \u2013 e quindi dell\u2019area variegata del \u201cprecariato\u201d \u2013 \u00e8 forse l\u2019unico insediamento sociale visibile e corposo a cui possiamo riferirci.<\/strong> Perch\u00e9 per il resto il nostro profilo sociale \u00e8 molto sfumato, difficile da identificare con precisi \u201csoggetti\u201d. Potremmo dire tipico di un \u201cvoto di opinione\u201d, per fastidioso che questo ci possa apparire. La categoria nella quale avremmo raccolto la pi\u00f9 alta adesione (per quanto pu\u00f2 valere questo tipo di analisi, credibile allo stesso modo dei sondaggi) \u00e8 quella degli studenti (l\u20198,2%, esattamente il doppio della percentuale complessiva), seguita a ruota dagli insegnanti\/impiegati (5,7%). La pi\u00f9 bassa \u00e8 quella degli operai (sic!), solo al 2,2%. Seguita dalla casalinghe (2,5%) e dai lavoratori autonomi (2,8%). In media invece i disoccupati (4,1%). Forte la presenza tra i \u201cdipendenti pubblici\u201d, tra i quali si calcola che abbiamo raccolto il 7,1% mentre tra i privati ci saremmo fermati al 3,5%.<\/h5>\n<h5 style=\"padding-left: 30px;\"><strong>Pi\u00f9 complessa, infine, la composizione per \u201cgenere\u201d, perch\u00e9 qui i dati sono tra loro contraddittori.<\/strong> Secondo Ipr, infatti, il nostro sarebbe stato un voto prevalentemente femminile con una percentuale di consenso tra le donne del 5,7%, pi\u00f9 che doppia rispetto a quella degli uomini (2,5%); situazione esattamente rovesciata \u2013 lo dico per curiosit\u00e0 \u2013 rispetto al M5S dove gli uomini sarebbero quasi il doppio delle donne (26,3 contro 15,5%). Secondo l\u2019IPSOS, invece, ci sarebbe un sostanziale equilibrio, con una leggera prevalenza del voto maschile (4,1%) su quello femminile (3,9%). A dimostrazione della precariet\u00e0 degli strumenti utilizzati dai sondaggisti.<\/h5>\n<h5 style=\"padding-left: 30px;\">Questo per quanto riguarda la composizione del nostro elettorato. <strong>E\u2019 per\u00f2 l\u2019analisi dei flussi (\u201cda dove provengono i nostri elettori\u201d) quella che pi\u00f9 ci interessa<\/strong> per tentare di rispondere alle domande che oggi pi\u00f9 ci riguardano urgentemente: \u201cchi siamo?\u201d (da dove veniamo, appunto). E soprattutto quella fatidica: \u201cche fare?\u201d. Ne abbiamo un paio, di analisi, fatte immediatamente a ridosso del voto, entrambi da prendere con le pinze per il grado di incertezza di questi strumenti, ma comunque utili per darci un quadro indicativo di massima.<\/h5>\n<h5 style=\"padding-left: 30px;\">La prima, della SWG, direbbe che circa 440.000 dei nostri elettori provengono dal bacino di chi nelle politiche del 2013 aveva votato Sel; altri 200.000 da quello di Rivoluzione civile (ci starebbero dunque dentro i voti del Prc e di Azione civile) e 230.000 dal Pd (di Bersani); 120.000 provengono dal precedente elettorato 5 Stelle mentre 80.000 li avremmo ricuperati tra gli astenuti (il resto da frammenti di elettorato poco rilevanti).<\/h5>\n<h5 style=\"padding-left: 30px;\">La seconda, dell\u2019IPSOS, indica in 586.000 i voti provenienti da Sel e da Rivoluzione civile (che qui sono conteggiati insieme), in 248.000 quelli provenienti dal PD, e in 95.000 gli ex voto M5S (il resto diviso tra ex astenuti e piccoli frammenti). In compenso ci dice che del resto di quei quasi due milioni di voti che nel 2013 erano andati a Sel e Rivoluzione civile la parte pi\u00f9 grossa \u00e8 andata il Pd (485.000 voti) e all\u2019astensione (409.000), mentre Grillo se ne sarebbe preso solo una parte minore (150.000).<\/h5>\n<h5 style=\"padding-left: 30px;\"><strong>Che cosa ci dicono questi dati,<\/strong> da assumere \u2013 non lo ripeter\u00f2 mai abbastanza \u2013 con beneficio di inventario? In primo luogo una cosa che sappiamo benissimo e che ci siamo ripetuti un\u2019infinit\u00e0 di volte: <strong>che il nostro risultato \u00e8 il prodotto di una molteplicit\u00e0 di tasselli, nessuno dei quali pu\u00f2 essere assunto come decisivo, e senza nessuno dei quali avremmo potuto stare sopra la soglia.<\/strong> E che nessuna delle formazioni politiche della tradizionale \u201csinistra a sinistra del Pd\u201d avrebbe potuto affrontare e sopravvivere da sola alla prova elettorale. Probabilmente di pi\u00f9: che sono tutte, in maggiore o minore misura, in via di logoramento o in preda a emorragie tendenzialmente irreversibili. Le fallimentari esperienze prima della Sinistra arcobaleno, poi di Rivoluzione civile hanno tracciato una linea di non ritorno. Organizzarsi separatamente o praticare frettolose alleanze elettorali di cartello significa votarsi all\u2019irrilevanza elettorale e politica. Pu\u00f2 forse illudere della possibilit\u00e0 di mantenersi le mani libere per spregiudicate alleanze, o al contrario permettere forme di purezza testimoniale, ma non porta da nessuna parte. A voler essere pi\u00f9 radicali e impertinenti, si potrebbe dire anche che la forma organizzativa plasmata sul modello di partito novecentesco, riprodotta in sedicesimo in una democrazia stravolta dalla logica del maggioritario e ferita (forse a morte) dalla mediatizzazione dello spazio pubblico, \u00e8 messa brutalmente fuori gioco. Non serve nemmeno pi\u00f9 come contenitore dei lasciti ereditari.<\/h5>\n<h5 style=\"padding-left: 30px;\"><strong>Dall\u2019altra parte<\/strong> tuttavia bisogna subito aggiungere \u2013 e fa parte dell\u2019ossimoro in cui ci dibattiamo \u2013 che <strong>senza quei pezzi di organizzazione sopravvissuti a diversi tzunami, non si sarebbe non dico potuto sopravvivere, ma neppure esistere.<\/strong> Difficilmente si sarebbe potuto raccogliere quelle 220.000 firme benedette che ci hanno fatto da trampolino di lancio e la cui raccolta ci ha permesso di prendere contatto con territori da cui eravamo assenti, oltre che di presentare il nostro simbolo fino ad allora del tutto sconosciuto. E ancor pi\u00f9 difficilmente, per usare un eufemismo, si sarebbe potuto doppiare il capo di buona speranza del milione e centomila voti, dal momento che almeno la met\u00e0 di esso arrivava da dentro le mura della vecchia \u201cnuova sinistra\u201d organizzata, e l\u2019altra met\u00e0 da fuori di quelle mura ma da una terra incognita, la cui dimensione e reale aspettativa ci erano sconosciute.<\/h5>\n<h5 style=\"padding-left: 30px;\"><strong>Ora qualcuno potr\u00e0 dire<\/strong> \u2013 e sicuramente lo dir\u00e0, anche qui, nella nostra discussione \u2013 che se fossimo stati pi\u00f9 fermi sui nostri contenuti e sui nostri simboli tradizionali, le nostre bandiere rosse, la parola \u201csinistra\u201d nel simbolo, un linguaggio pi\u00f9 rude, meno da \u201csalotto intellettuale\u201d, magari un rifiuto esplicito dell\u2019Europa in quanto creatura del capitale \u2013 <strong>insomma se ci fossimo mostrati \u201cpi\u00f9 identitari\u201d avremmo fatto meglio.<\/strong> Magari riportando a casa tutti quelli che l\u2019avevano abitata un tempo e che ora sono sparsi chiss\u00e0 dove. Cos\u00ec come nello stesso modo, e specularmente, altri potranno dire all\u2019opposto che se fossimo stati pi\u00f9 radicali nella critica delle forme politiche del passato, dei partiti politici in quanto tali, delle vecchie sinistre, tutte, senza piet\u00e0, dei loro leader e delle loro forme di militanza, saremmo decollati, dando voce allo scontento (che, indubbiamente, \u00e8 enorme), alla domanda di radicalit\u00e0 (che \u00e8 persino inflazionata, a trecentossessanta gradi), al bisogno spasmodico di discontinuit\u00e0. L\u2019ha appena detto, nell\u2019editoriale della sua rivista, Paolo Flores d\u2019Arcais, parlando di \u201cuna Lista Tsipras che avrebbe potuto partorire un elefante (politico) e che invece \u2013 pur di tenere in vita le nomenklature dei partitini \u2013 ha prodotto un topolino\u201d. E Paolo \u00e8 uno dei \u201cpadri\u201d della Lista, tra i proponenti dell\u2019Appello iniziale e tra i \u201cgaranti\u201d della prima ora.<\/h5>\n<h5 style=\"padding-left: 30px;\">Sono tutte opinioni rispettabili. Ed \u00e8 bene che nella discussione di questi giorni vengano espresse, se qualcuno davvero le condivide, perch\u00e9 quello in corso deve essere un confronto franco, senza reticenze o non detti. Val la pena tuttavia, per quanto riguarda la seconda, tener presente la realistica considerazione di chi ritiene che quasi sempre, <strong>come la natura, anche la politica \u201cnon facit saltus\u201d,<\/strong> soprattutto quando si tratta di fenomeni elettorali. Forse una rivolta di piazza pu\u00f2 esplodere senza preavviso, istantaneamente. Ma un\u2019esplosione elettorale dal nulla non si \u00e8 vista quasi mai. Nemmeno quando \u00e8 apparsa tale, come nel caso del quasi 26% del M5S nel febbraio scorso, o della comparsa di Forza Italia partito vincente nel 1994. Perch\u00e9 a ben guadare il successo grillino era stato preceduto da pi\u00f9 di un quinquennio di lavoro sotto traccia, tramite un sito web che figura da anni al vertice delle graduatorie mondiali per frequenza, nei meet up ramificati sul territorio, in una lunga serie di prove intermedie e di tentativi locali. E l\u2019epifania berlusconiana del \u201994 era il prodotto di una macchina da guerra come Publitalia, del lavorio sommerso della mafia, di una potenza economica e finanziaria senza precedenti messa in campo da un padre padrone gi\u00e0 potente prima di \u201cscendere in politica\u201d. Il \u201cpartito istantaneo\u201d descritto dai politologi in realt\u00e0 non esiste, presuppone spesso un \u201cdecennio di preparazione\u201d magari invisibile e un lavoro magari sommerso ma capillare. Il voto d\u2019opinione non si materializza in milioni senza un sopporto di radicamento e di organizzazione, forse informale, ma non semplicemente spontanea, solo per la \u201cmagia di un appello\u201d. D\u2019altra parte Syriza ce lo insegna: non \u00e8 esplosa nelle attuali dimensione da forza di governo al suo primo apparire. Ha impiegato 7 anni, i primi dei quali stentati, con percentuali elettorali inferiori alla nostra, prima di arrivare dove \u00e8 arrivata.<\/h5>\n<h5 style=\"padding-left: 30px;\">Quanto alla prima opinione, di chi vorrebbe coltivare le proprie eredit\u00e0 \u201cdentro le mura\u201d nel timore di, per voler troppo, rischiare di perdere anche il poco che si ha \u2013 che non ha trovato finora un\u2019esplicita dichiarazione pubblica, un Flores d\u2019Arcais alla rovescia che la esprimesse platealmente, ma che forse \u00e8 pi\u00f9 condivisa, sotto traccia, di quanto non sembri in particolare tra i quadri di partito -, pu\u00f2 sembrare orientata a una realistica prudenza, se ci trovassimo in un quadro di ordinaria stabilit\u00e0 politico-elettorale. Con i pezzi ben definiti, su una scacchiera ben delimitata e ferma. In realt\u00e0 non \u00e8 cos\u00ec. <strong>Siamo nell\u2019occhio di un ciclone politico che rende instabili e mobili tutte le variabili del gioco<\/strong>, al centro di una rosa dei venti che scompagina e rende fluide tutte le identit\u00e0 e le posizioni facendo prevalere, come d\u2019altra parte in economia e negli assetti sociali, le logiche dinamiche di flusso su quelle radicate di luogo. Rendendo liquida non solo la societ\u00e0, come dice Baumann, ma anche il panorama politico. Sradicando pezzi di elettorato fino a ieri \u201cfidelizzati\u201d, insediamenti politici fino a ieri non intaccati n\u00e9 intaccabili\u2026 Basta dare, anche qui, un\u2019occhiata alle analisi dei flussi elettorali del 25 maggio\u2026<\/h5>\n<h5 style=\"padding-left: 30px;\"><strong>Pu\u00f2 sembrare che molto sia ritornato al proprio posto<\/strong>, col Pd che espande la propria base elettorale (il proprio zoccolo duro) ridotta da Bersani al 25% nel 2013, conquistando nuovi consensi \u201crenziani\u201d fino al fatidico 40,8%. Che il M5S ridimensioni un po\u2019 il proprio peso rientrando in un pi\u00f9 \u201cnormale\u201d 21-22% (quello che sarebbe il suo elettorato pi\u00f9 congruo). Che Berlusconi paghi l\u2019inevitabile declino biologico e giudiziario, mantenendo comunque per il futuro una capacit\u00e0 di attrazione coalittiva forte (con Lega e NCD potrebbe ritornare verso il 30%). E che per noi rimanga uno spazio residuale di opposizione testimoniale nell\u2019angolo in basso a sinistra del campo. C\u2019\u00e8 persino chi si \u00e8 lasciato andare all\u2019affermazione, spericolata, che si sia avviato un processo di ri-normalizzazione in direzione di un nuovo bipolarismo (la solita, sciagurata opzione maggioritaria bipolare che da Veltroni in poi ci ha portati al disastro mentale, oggi innestata sul programma di scasso costituzionale, perch\u00e9 a questo servirebbero le cosiddette \u201criforme\u201d). Altri hanno parlato, un po\u2019 affrettatamente, del Pd di Renzi come nuova Balena bianca, partito \u201cpigliatutto\u201d del nuovo secolo, paragonabile per stazza e corposit\u00e0 a quella che fu nella prima Repubblica la Democrazia cristiana. Qualcuno si \u00e8 lasciato andare prevedendo addirittura un nuovo ciclo ventennale di egemonia\u2026 <strong>Per la verit\u00e0<\/strong> <strong>i numeri ci parlano di un\u2019altra realt\u00e0. Suggeriscono che sotto la superficie visibile c\u2019\u00e8 stato un gran movimento, in tutte le direzioni, con veri e propri esodi biblici di sciami di elettori in transumanza.<\/strong><\/h5>\n<h5 style=\"padding-left: 30px;\"><strong>Intanto il Pd di Renzi:<\/strong> non si \u00e8 limitato a espandersi oltre i suoi vecchi confini; ad attrarre nuovi elettori da sommare a quelli di prima. I suoi 11 milioni e 913mila voti (che sono in valori assoluti pi\u00f9 di quanto preso da Bersani quando ha perso contro Grillo nel 2013 ma meno di quelli presi da Veltroni nel 2008 quando perse contro Berlusconi) sono il prodotto di entrate e di uscite complesse. Di un gran via vai attraverso un\u2019infinit\u00e0 di porte girevoli. Per esempio della fuoriuscita di altri 2 milioni di elettori, un po\u2019 verso di noi, come si \u00e8 visto, un po\u2019 verso Grillo, ma con il grosso, 1.700.000, verso l\u2019astensione. E dell\u2019ingresso di pi\u00f9 di 5 milioni dai quattro angoli del mondo (politico): da Scelta civica e dall\u2019Udc in primo luogo, da cui provengono quasi un milione e 200mila voti e che sono stati letteralmente cancellati dal quadro con una vera e propria annessione. Quasi 900mila dal M5S (che potrebbero essere considerati elettori piddini in libera uscita nel \u201913 e ora ritornati a casa, ma non ne sarei del tutto sicuro, nel quadro mobile attuale potrebbero essere anche ex berlusconiani convertiti provvisoriamente al grillismo e poi sedotti dal pi\u00f9 simpatico Renzi). D\u2019altra parte pi\u00f9 o meno un altro mezzo milione di neoconvertiti al renzismo provengono direttamente da Forza Italia. E addirittura 2 milioni ritornano dall\u2019astensione dove si erano rifugiati alle politiche.<\/h5>\n<h5 style=\"padding-left: 30px;\">Nonostante questo ritorno, <strong>comunque, l\u2019esercito dell\u2019astensione \u00e8 ulteriormente cresciuto<\/strong> rispetto al livello, gi\u00e0 considerato record, delle politiche ed anche rispetto alle europee del 2009: ha superato la soglia impressionante dei 20 milioni (sono 20.348.000 per la precisione, quasi il doppio del trionfante PD, a una dimensione ormai molto vicina alla met\u00e0 dell\u2019intero corpo elettorale: il vero \u201cpartito della nazione\u201d). Rispetto alle politiche, quando gli astenuti furono 12.899.000, si contano dunque 10.400.000 nuovi fuoriusciti, solo parzialmente compensati dai quasi 3 milioni di ritornanti. <strong>Pi\u00f9 di dieci milioni di elettori che hanno deciso di \u201cuscire\u201d,<\/strong> perch\u00e9 evidentemente non si sentono rappresentati da nessuno! Provengono un po\u2019 da tutti, dal M5S massicciamente (2.550.000), dal PD come si \u00e8 visto, da Scelta civica e dall\u2019UDC (tanti viste le loro piccole dimensione: 1.270.000), da Rivoluzione civile (357.000), da Sel (225.000), dalle diverse destre pi\u00f9 o meno radicali (Fratelli d\u2019Italia, Destra-Mpa: 350.000), dalla Lega (129.000)\u2026 Ma <strong>soprattutto provengono dal defunto Pdl<\/strong>, che ha perso verso l\u2019astensione quasi 3 milioni di elettori nell\u2019ultimo anno (2.700.000) dopo che gi\u00e0 alle politiche aveva subito un salasso spaventoso: il 24 e 25 febbraio del 2013 Berlusconi aveva preso infatti 7.332.134 voti, 6.297.330 in meno rispetto al 2008 (13.629.464). Ora Forza Italia si \u00e8 ridotta a 4.605.331, meno della met\u00e0 di quello che aveva preso alle europee del 2009 (10.767.965), meno di un terzo rispetto ai tempi d\u2019oro prima dell\u2019inizio della crisi e prima di Ruby\u2026<\/h5>\n<h5 style=\"padding-left: 30px;\"><strong>Per questo non si pu\u00f2 ragionare sul quadro politico con i parametri di prima.<\/strong> Non solo con quelli dell\u2019altro ieri, ma con quelli di ieri. Non solo con quelli del Novecento, ma neppure con quelli del 2013. Perch\u00e9 ci troviamo in un panorama politico che definire \u201callo stato liquido\u201d \u00e8 dir poco. Dovremmo dire \u201callo stato gassoso\u201d.<\/h5>\n<h5 style=\"padding-left: 30px;\"><strong>Il che ci conduce al secondo nodo che dovremo incominciare ad affrontare ora.<\/strong> E cio\u00e8 alla questione del rapporto tra l\u2019esperienza della lista L\u2019Altra Europa con Tsipras e il suo prolungamento futuro, con la stessa ambizione di lavorare a un processo di costruzione di una soggettivit\u00e0 politica nuova, nazionale questa volta anche se concepita come parte integrante di un progetto europeo.<\/h5>\n<h5 style=\"padding-left: 30px;\"><strong>Lo dico subito: credo che sarebbe un grosso sbaglio pensare che questo percorso possa essere una semplice continuazione di quello gi\u00e0 fatto. Una proiezione sul piano nazionale dell\u2019esperienza elettorale europea.<\/strong> Sbaglieremmo se non considerassimo la discontinuit\u00e0 che c\u2019\u00e8 tra quel modello di iniziativa, di organizzazione (se cos\u00ec si pu\u00f2 dire), di pratica e di progetto, e quello che ci attende nei prossimi mesi. <strong>Cos\u00ec come sbaglieremmo se considerassimo quel 1.103.203 di elettori una \u201cpropriet\u00e0\u201d acquisita, un \u201cpatrimonio\u201d stabile:<\/strong> dire che \u00e8 da quello che bisogna partire non significa non pensare che, cos\u00ec come si \u00e8 materializzato dietro quel simbolo nuovo, alla stessa velocit\u00e0 non possa anche disperdersi, se non manterremo fede alla responsabilit\u00e0 che ci siamo assunti quando li abbiamo chiamati a raccolta. Tanto pi\u00f9 che il percorso che abbiamo di fronte non sar\u00e0 simile a quello che abbiamo appena percorso. Per varie ragioni.<\/h5>\n<h5 style=\"padding-left: 30px;\"><strong>Intanto perch\u00e9 l\u2019\u201davventura\u201d della lista Tsipras \u00e8 iniziata sotto il segno di una emergenza e di una circostanza d\u2019eccezione<\/strong> (potremmo dire nel quadro di uno \u201cstato d\u2019eccezione\u201d): nell\u2019imminenza di una campagna elettorale anomala com\u2019\u00e8 in generale quella delle europee, nella quale c\u2019era, quest\u2019anno, il concreto rischio (il paradosso ha detto ieri Alexis) che, unica in Europa, la sinistra italiana non avesse neppure un rappresentante. E in cui, d\u2019altra parte, c\u2019era l\u2019occasione (insperata, da non lasciarsi sfuggire!) di un leader vincente della sinistra di un Paese esemplare come la Grecia che poneva la propria candidatura alla guida della Commissione e svolgeva, per cos\u00ec dire, un ruolo di supplenza ai tanti deficit locali oltre ad offrire la possibilit\u00e0 di ridare un senso al termine rappresentanza. Si spiegano cos\u00ec, con quello \u201cstato d\u2019eccezione\u201d, le tante anomalie che hanno caratterizzato la \u201cLista Tsipras\u201d. A cominciare dall\u2019anomalia della nascita: non \u00e8 quasi mai accaduto che una lista elettorale sia nata da un appello. Non dalla negoziazione tra soggetti politici, non da accordi tra gruppi dirigenti o da decisioni di organismi, ma da un\u2019aggregazione di qualche decina di migliaia di persone intorno a un testo, a cui \u00e8 seguita poi la convergenza di forze via via pi\u00f9 ampia. E poi l\u2019anomalia della composizione delle liste, con l\u2019esclusione programmatica di candidati gi\u00e0 eletti nell\u2019ultimo decennio (che era il modo pi\u00f9 semplice per limitare al minimo il \u201cprofessionismo politico\u201d e lanciare un chiaro messaggio di discontinuit\u00e0 all\u2019elettorato). L\u2019anomalia di una lista, dunque, come si \u00e8 detto e ripetuto, \u201cdi cittadinanza\u201d appoggiata e sostenuta da una rete di associazioni e anche da partiti che tuttavia si mantenevano uno o due passi indietro: condizione che non era riuscita nella precedente esperienza di \u201cCambiare si pu\u00f2\u201d e di \u201cRivoluzione civile\u201d, e che come sappiamo ha richiesto un certo braccio di ferro non del tutto irenico. L\u2019anomalia, infine, di una campagna esplicitamente combattuta in condizioni di povert\u00e0 assoluta, affidandoci molto all\u2019iniziativa dal basso, dei candidati, dei loro \u201cambienti\u201d di riferimento, delle loro risorse relazionali, con pochissimi  e fragilissimi strumenti \u201ccentrali\u201d.<\/h5>\n<h5 style=\"padding-left: 30px;\">Proprio per l\u2019importanza di quella condizione da \u201cstato d\u2019eccezione\u201d tenderei a paragonare i due mesi di battaglia elettorale al \u201ccomunismo di guerra\u201d, nel quale appunto <strong>si dovevano per necessit\u00e0 praticare e accettare forme che in condizioni normali non sarebbero praticabili<\/strong>, a cominciare dal tipo di \u201cgovernance\u201d (senza dubbio oligarchica, affidata com\u2019era alla verticalit\u00e0 dell\u2019organismo dei \u201cgaranti\u201d), e dallo spazio limitato per la discussione collettiva (affidata all\u2019eterogeneit\u00e0 delle forme di aggregazione locale, al funzionamento a macchia di leopardo dei Comitati), oltre alla formazione in qualche misura \u201cper cooptazione\u201d del Gruppo operativo, rappresentativo pi\u00f9 per delega fiduciaria che per effettiva elettivit\u00e0. Tutte condizioni che, fuori dalla situazione \u201cd\u2019eccezione\u201d (finita appunto \u201cla guerra\u201d) non si possono pi\u00f9 riproporre tali e quali, e richiedono meccanismi di realizzazione della condivisione stabili.<\/h5>\n<h5 style=\"padding-left: 30px;\"><strong>La seconda ragione di discontinuit\u00e0 riguarda il quadro politico.<\/strong> Lo stesso esito della tornata elettorale europea ha infatti prodotto una \u201cfrattura di teatro\u201d \u2013 come si direbbe in gergo bellico -; una modificazione strutturale dell\u2019ambiente stesso nel quale si svolge la lotta politica, che non \u00e8 pi\u00f9 paragonabile a quello nel quale la campagna elettorale era iniziata, e un mutamento genetico dei suoi protagonisti principali. Ci illuderemmo se pensassimo di applicare alla situazione attuale gli stessi codici con cui ragionavamo prima, e le stesse \u201cforme\u201d della politica: centrodestra, centrosinistra, maggioranza, opposizione, alleanze, il Partito democratico come possibile avversario o interlocutore, le sue componenti interne, pi\u00f9 o meno orientate a destra o a sinistra\u2026 Stiamoci attenti a questo cambio di scenario, perch\u00e9 corriamo il rischio concreto che la discussione che si sta avviando sulle prossime elezioni regionali, sul rapporto con il PD, sulle alleanza, ripercorra vecchi schemi, da una parte o dall\u2019altra, riducendo i termini della questione a un si o un no sulla base di presupposti a priori senza cogliere il disordine nuovo del contesto tutt\u2019intero e la dinamicit\u00e0 vertiginosa dei tempi politici.<\/h5>\n<h5 style=\"padding-left: 30px;\"><strong>Il renzismo \u2013 come gi\u00e0 in buona parte a suo tempo il grillismo \u2013 ha modificato la logica (e la geografia) profonda del sistema politico italiano, con un potenziale distruttivo estremo.<\/strong> Per la verit\u00e0 aveva incominciato gi\u00e0 prima, il proprio sistematico lavoro di decostruzione, fin dalla conquista, dopo breve assedio da fuori delle mura, del vertice del Pd con l\u2019arma non convenzionale delle primarie, e poi dalla successiva occupazione mediante una classica congiura di palazzo del governo. Ma il 40,8% delle europee ha sanzionato con l\u2019unico segno ormai riconoscibile nella logorata antropologia politico-istituzionale \u2013 il successo \u2013 quel \u201ccambiamento di verso\u201d che \u00e8 un vero e proprio mutamento di natura del nostro estenuato sistema politico. Che da pluralistico e collegiale si \u00e8 trasformato in sistema tendenzialmente e potenzialmente monocratico, in cui la tirannia dell\u2019urgenza travolge qualunque progettualit\u00e0 non allineata, qualunque alterit\u00e0 non subalterna, e la retorica dell\u2019ultima spiaggia impone senza residui la logica dell\u2019uomo solo al comando.<\/h5>\n<h5 style=\"padding-left: 30px;\"><strong>Con Renzi \u2013 e col patto del Nazzareno, che costituisce l\u2019anima subliminare della sua visione politica \u2013 \u00e8 cancellata (non a parole, ma nella pratica) ogni distinzione tra destra e sinistra,<\/strong> cos\u00ec come ogni sia pur umbratile riflesso etico nella politica, per affermare l\u2019assoluta sovranit\u00e0 della pratica del potere in quanto tale. Funzione salvifica a prescindere, energia virtuale di cui non importa il contenuto n\u00e9 il fine, ma la pura rappresentazione di s\u00e9. L\u2019esserci, e il vincere. E\u2019, con un abile gioco di prestigio, la drammaticit\u00e0 della crisi che viviamo trasformata, con un colpo di bacchetta magica, in instrumentum regni. In mezzo (potentissimo) di potere e della sua legittimazione extra-democratica. Che cancella, non tanto e non solo come progetto, ma con il suo solo apparire, l\u2019essenza stessa del parlamentarismo, della democrazia parlamentare e rappresentativa basata al contrario sul confronto tra opzioni diverse e sulla deliberazione. E che ci sbalza, di colpo, in una terra sconosciuta dove nessuna delle vecchie tavole vale pi\u00f9. L\u2019unanimismo con cui l\u2019intero sistema mediatico ne canta il Te Deum e ne tesse le lodi, indifferente all\u2019immagine di servilismo che offre, \u00e8 indicativo di questo \u201cmutamento di stato\u201d (nemmeno con Berlusconi si era arrivati a un tale conformismo servile). C\u2019\u00e8 davvero qualcosa di mefistofelico in questa determinazione, in s\u00e9 profondamente nichilistica, di mettere al lavoro, sistematicamente, tutte le linee di crisi che ci stanno affliggendo per alimentare il proprio personale ruolo di comando, rovesciandone in qualche modo le polarit\u00e0: l\u2019apparente irrisolvibilit\u00e0 della crisi economica per giustificare la delega al buio alla sua mal assortita squadra di yes men; lo sfacelo della societ\u00e0 e del mondo del lavoro per farne la platea privilegiata delle proprie elargizioni liberali; l\u2019impresentabilit\u00e0 della fauna parlamentare selezionatasi in questi anni (della \u201ccasta\u201d) per accreditare il suo progetto (intrinsecamente populista) di delegittimazione e di liquidazione delle istituzioni rappresentative. Renzi non \u00e8 uno dei tanti capi di governo che si sono cimentati nella missione impossibile di mettere una toppa o di rallentare i numerosi processi di crisi che ci assediano: impresa che avrebbe richiesto un salto di scala nella capacit\u00e0 di progettazione e di pensiero, oltre che una esplicita rottura con le dogmatiche dominanti. E\u2019 invece il primo ad aver deciso, cinicamente e spregiudicatamente, di quotarli \u2013 quei processi di crisi \u2013 alla propria borsa. Di metterli al lavoro tutti, a proprio vantaggio, compresa la crisi del proprio partito. Anzi, a cominciare dalla crisi del proprio partito.<\/h5>\n<h5 style=\"padding-left: 30px;\"><strong>Non se ne sono accorti, e hanno creduto che quel 40,8% del 25 maggio fosse anche una vittoria loro, del loro partito, del Partito democratico, ma in realt\u00e0 quella \u00e8 stata una vittoria di Matteo Renzi pi\u00f9 che del suo partito.<\/strong> <strong>Anzi, per molti aspetti, una vittoria di Renzi contro il suo partito.<\/strong> E\u2019 stato incoronato, con quel suffragio trasversale, pi\u00f9 in quanto rottamatore del Pd che non come suo leader e rappresentate. Come liquidatore di quel ceto politico assemblato, con gli strumenti del Porcellum, da Bersani, e rivelatosi nella sua miseria prima in occasione dell\u2019elezione del Presidente della Repubblica, poi nelle pieghe del passaggio da Bersani a Letta, infine datosi senza nemmeno trattare sul prezzo, alla velocit\u00e0 della luce, al nuovo conquistatore. Buona parte del successo elettorale alle europee Renzi lo deve proprio all\u2019ostilit\u00e0 ostentata per mesi nei confronti non solo del gruppo dirigente, ma anche del corpo militante del Pd. E fa di tutto per dimostrare di meritare quella simpatia liquidandolo giorno dopo giorno in quanto \u201cpartito\u201d, da buon populista quale \u00e8 (se per \u201cpopulista\u201d si intende chi tende a saltare ogni mediazione tra leader e \u201cpopolo\u201d eliminando tutti i corpi intermedi e i diversi livelli di rappresentanza sia politica che sociale). In questo senso Renzi non costituisce l\u2019inversione di tendenza nella crisi storica del Partito democratico (iniziata praticamente dalla sua nascita, col fallimento di Veltroni), ma ne rappresenta il compimento. L\u2019estremo punto di arrivo. In un certo senso la fase terminale. A ben guardare, infatti, il Pd renziano non \u00e8 pi\u00f9 un partito. Non dico un \u201cpartito\u201d nel senso novecentesco del termine: quello aveva gi\u00e0 cessato di esserlo da tempo, per lo meno da quando, tra gli anni Novanta e il primo decennio del nuovo secolo, si era consumato il passaggio tra la \u201cdemocrazia dei partiti\u201d e quella che Bernard Manin chiama la \u201cdemocrazia del pubblico\u201d: un modello di democrazia rappresentativa in cui l\u2019elettorato cessava di essere un partecipante e si trasformava in spettatore, mentre la rappresentanza sfumava in rappresentazione, e gli attori politici si affidavano sempre pi\u00f9 al marketing per attrarre il voto di quel pubblico volubile e distratto. Ma il Pd cessa oggi di essere \u201cpartito\u201d anche nella sua versione post-novecentesca, quando pure la personalizzazione aveva fatto strada, e il partito politico si specializzava sempre pi\u00f9 come \u201cmacchina\u201d finalizzata a scegliere il leader e a sostenerne l\u2019azione, un po\u2019 come la compagnia teatrale supporta il proprio capocomico.<\/h5>\n<h5 style=\"padding-left: 30px;\"><strong>Il partito renziano va oltre quel modello. Si direbbe che incarni in senso proprio quella che Ilvo Diamanti indica come la fase<\/strong> immediatamente successiva all\u2019esaurimento della stessa \u201cdemocrazia del pubblico\u201d, <strong>caratterizzata da \u201cpartiti senza societ\u00e0\u201d e da \u201cleader senza partiti\u201d,<\/strong> in cui \u201cil legame [che pur era sopravvissuto prima] tra leader, partiti e societ\u00e0 si \u00e8 consumato\u201d sotto la pressione di una sfiducia pervasiva e dissolvente di tutte le forme collettive, e sopravvive appunto solo il modello dell\u2019\u201duomo solo al comando\u201d, connesso al proprio \u201cpubblico\u201d esclusivamente attraverso il filo potente ma fragile della comunicazione in tutte le sue fantasmagoriche forme. Impegnato non pi\u00f9 a tentare di produrre un fiducia sempre pi\u00f9 impossibile, ma piuttosto determinato a \u201clavorare\u201d sulla sfiducia dilagante piegandola a proprio favore, impiegandola come arma contro amici e concorrenti. Per questa via il partito si viene trasformando da supporto che era, in estroflessione del capo (quando ne segue docilmente la volont\u00e0) o, alla peggio, in zavorra. Da strigliare o mollare, a seconda dei casi. Comunque da guidare dall\u2019esterno e dall\u2019alto (dal Governo, appunto). E destinato a dissolversi nell\u2019aria nel caso in cui il Capo dovesse fallire (\u00e8 questa in fondo la ragione per cui seguaci e avversari interni finiranno, volenti o nolenti, per sostenerlo all\u2019estremo, nella consapevolezza che \u201cdopo di lui il diluvio\u201d).<\/h5>\n<h5 style=\"padding-left: 30px;\"><strong>Siamo ormai direttamente, bisogna ammetterlo, in una \u201cdemocrazia ibrida\u201d<\/strong> come la chiama Diamanti, o in una \u201cpost-democrazia\u201d come sempre pi\u00f9 sussurrano i politologi. Comunque fuori dal quadro di una normale democrazia rappresentativa. E lo dico non certo per essere disfattista, o per sostenere che ormai tutto \u00e8 perduto e che sarebbero inutili le battaglie di difesa della democrazia e della rappresentanza che si stanno combattendo o preparando. Al contrario. Per sottolineare la maggiore responsabilit\u00e0 che ci incombe. E la necessit\u00e0, appunto, di rendere pi\u00f9 forte e pi\u00f9 ampia la nostra azione. Pi\u00f9 al livello delle sfide che ci toccheranno nei prossimi mesi.<\/h5>\n<h5 style=\"padding-left: 30px;\"><strong>Ma proprio per questo<\/strong>, perch\u00e9 stiamo dentro a una mutazione genetica radicale del nostro contesto politico e sociale, e perch\u00e9 per uscirne in avanti sono indispensabili una credibilit\u00e0 e un radicamento enormemente pi\u00f9 ampi di quanto abbiamo raccolto finora, <strong>\u00e8 necessaria una nuova verifica delle ragioni che ci tengono insieme.<\/strong> E un processo di innovazione delle nostre categorie di analisi, della nostra lettura delle trasformazioni sociali, e della nostra concezione dell\u2019organizzazione e della soggettivit\u00e0 politica, radicale. Senza trascurare quelli che sono stati i nostri punti di forza nella campagna elettorale, le \u201cvirt\u00f9\u201d che ci hanno permesso di restare sopra il pelo dell\u2019acqua: il traino europeo, in primo luogo \u2013 perch\u00e9 senza uno scardinamento delle politiche europee attuali, senza far saltare la cerniera neoliberista che domina a Bruxelles e a Francoforte, non solo non c\u2019\u00e8 salvezza qui, ma neanche politica; i dieci punti del nostro programma elettorale, che sono e restano quanto mai attuali come programma d\u2019azione nel corso del semestre italiano, in primo luogo, e oltre, come cemento per una sempre pi\u00f9 stretta rete di relazioni continentali; il riferimento a una figura potentemente unificante come Alexis Tsipras; la natura polifonica della Lista, intreccio di identit\u00e0 e ambienti differenti, capace di intrecciare la dimensione dell\u2019iniziativa \u201cdi cittadinanza\u201d con quella \u201cd\u2019organizzazione\u201d, nuovi protagonismi e consolidate militanze, non in un assemblaggio estrinseco per giustapposizione ma in un rapporto di contaminazione reciproca e di pedagogia della cooperazione\u2026 Sapendo, tuttavia, che bisogna andare molto al di l\u00e0: nel radicamento sociale, in primo luogo. Nella ricerca di un \u201cnostro popolo\u201d, che finora ci \u00e8 mancato e che si conquista solo frequentandolo. Standogli dentro, e insieme. Facendoci \u201cvedere\u201d (dal 25 maggio siamo scomparsi da quasi tutti i luoghi che avevamo frequentato). Ma anche nell\u2019interlocuzione politica, che dovr\u00e0 essere ad ampio raggio, attraversare molte delle culture politiche che hanno caratterizzato la vita civile di ieri e che stentano oggi a riposizionarsi o riconfigurarsi, non per stemperare i nostri contenuti \u2013 inevitabilmente radicali \u2013 o per aprire il serraglio degli incroci ibridi, ma per guardare finalmente fuori dagli steccati, e allargare l\u2019orizzonte del nostro pubblico potenziale. Nello spazio esploso della \u201cpost-democrazia\u201d, non ci sono pi\u00f9 \u201csoggetti politici\u201d con cui intavolare trattative, gruppi o correnti da selezionare come alleati o concorrenti. Il \u201cPartito unico della Nazione\u201d se avr\u00e0 successo (e per un po\u2019 lo avr\u00e0) emulsiona tutto come una gigantesca turbina, fagocita le forze marginali, scioglie le aggregazioni interne, cancella l\u2019eterogeneit\u00e0 politica nel vettore verticale della decisione dall\u2019alto. E quando collasser\u00e0 non lascer\u00e0 molto di strutturato dietro di s\u00e9. Ma in quello spazio non possiamo pensare di essere i soli ad muoverci in direzione ostinata e contraria. Ci saranno frammenti di rappresentanza politica in sofferenza, e anche di rappresentanza sociale alla deriva. Settori che si staccheranno dal corpo dell\u2019iceberg e cercheranno connessioni. Movimenti bisognosi di sponde politiche su cui non appoggiarsi ma con cui interloquire. Dovremo proporci come catalizzatori, se vogliamo davvero seguire le tracce di Syriza, che ha sempre operato come fattore aggregante, mai escludente, senza presunzione n\u00e9 primogeniture. Dovremo imparare a parlare con tanti, senza negarci pregiudizialmente ma anche senza concederci opportunisticamente a nessuno.<\/h5>\n<h5 style=\"padding-left: 30px;\"><strong>Abbiamo bisogno di \u201cmanifestare\u201d \u2013 di prendere l\u2019iniziativa e la piazza, contro la rassegnazione e l\u2019isolamento -, ma anche, e tanto, di pensare.<\/strong> Di mobilitare quel potenziale culturale che ha fatto la differenza nella campagna elettorale, e che non deve restare nel ruolo passivo del testimonial. Che \u00e8 indispensabile per \u201ccercare ancora\u201d. E questo dovremo fare, testardamente: Cercare ancora. Perch\u00e9 quello che abbiamo, e sappiamo, non basta. Ci vuole di pi\u00f9: in termini di idee, di comprensione di quanto ci accade sotto gli occhi, e un po\u2019 ci sconvolge un po\u2019 non lo vediamo nemmeno, di lettura delle trasformazioni antropologiche che maturano sempre pi\u00f9 rapide dentro il tritacarne della crisi: come si viene configurando il rapporto tra le generazioni? Tra i generi? Tra le aree geografiche? Tra lavoro e ambiente? Tra compagni? Dobbiamo inventare una modalit\u00e0 di decisione collettiva che non ci schiacci nella routine burocratica o all\u2019opposto nella conflittualit\u00e0 permanente, che sappia tenere insieme le differenze in un rispetto che non sia indifferenza, che riesca a produrre una capacit\u00e0 di parola collettiva in tempi di individualismo devastante. <strong>Vi pare poco?<\/strong><\/h5>\n<h5 style=\"padding-left: 30px;\">Ce n\u2019\u00e8 abbastanza per lasciare da parte i dettagli, su cui spesso ci dividiamo, e concentrarci sulle cose importanti, su cui \u00e8 indispensabile che ci uniamo.<\/h5>\n<h5 style=\"padding-left: 30px;\">Marco Revelli<br \/>\n18 luglio 2014<\/h5>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Riporto l&#8217;intervento di Marco Revelli all&#8217;assemblea nazionale della Lista Tsipras del 19 luglio. Partiamo di qui, l\u2019unico dato incontestabile: il 25 maggio abbiamo raggiunto la famigerata soglia del 4%. 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