{"id":7247,"date":"2013-09-21T14:32:05","date_gmt":"2013-09-21T14:32:05","guid":{"rendered":"http:\/\/lacittafutura.net\/adrianozanon\/?p=7247"},"modified":"2013-09-25T06:00:43","modified_gmt":"2013-09-25T06:00:43","slug":"in-teoria-giochiamocela","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/lacittafutura.net\/adrianozanon\/2013\/09\/21\/in-teoria-giochiamocela\/","title":{"rendered":"Le buone opere sono quelle piccole"},"content":{"rendered":"<p><strong>Sbilanciamoci! tiene ogni anno il forum chiamato Controcernobbio.<\/strong> A Cernobbio si tiene infatti il famoso Forum Villa d&#8217;Este a cui partecipa il gotha del pensiero economico e finanziario tradizionale, quest&#8217;anno intitolato &#8220;<a href=\"http:\/\/www.ambrosetti.eu\/it\/workshop-e-forum\/forum-villa-d-este\/ultime-quattro-edizioni\/2013\">Lo scenario di oggi e di domani per le strategie competitive<\/a>&#8220;. <\/p>\n<p>I <a href=\"http:\/\/www.sbilanciamoci.info\/Sezioni\/alter\/Controcernobbio-2013-tutti-i-materiali-20140\">materiali<\/a> del contro-forum sono tutti pubblicati sul sito, ma io per riprendere il discorso dopo la pausa estiva vorrei proporvi l&#8217;intervento di Guido Viale che con la solita lucidit\u00e0 e chiarezza mette tutto insieme. (Le sottolineature sono mie.)<br \/>\n_________________________________________<\/p>\n<ol>\n<strong><a href=\"http:\/\/www.sbilanciamoci.info\/Sezioni\/alter\/L-ambiente-a-perdere-20158\">L&#8217;ambiente a perdere<\/a><\/strong><br \/>\ndi <em>Guido Viale<\/em><\/p>\n<p>Il mondo non \u00e8 pi\u00f9 quello dell\u2019immagine di un universo economico e sociale in espansione che ha consolidato l\u2019idea della crescita destino del pianeta. Nel corso degli ultimi trenta e pi\u00f9 anni la globalizzazione \u00e8 andata sviluppandosi lungo due assi: orizzontale, con l\u2019unificazione del mercato; e verticale, riunificando sotto il comando del capitale finanziario la stragrande maggioranza delle attivit\u00e0 produttive. In entrambi i casi, ad aver trasformato radicalmente gli assetti dei processi produttivi e delle politiche dei governi nazionali, locali e sovranazionali \u00e8 l\u2019economia del debito. Sullo sfondo della crisi economica e sociale e ad essa direttamente connessa c\u2019\u00e8 la crisi ambientale che ha ormai investito tutto il pianeta e che rischia ogni giorno di pi\u00f9 di arrivare a un punto di non ritorno.<\/p>\n<p><ins datetime=\"2013-09-24T14:22:53+00:00\">All\u2019approccio che domina il discorso che accomuna sostenitori del pensiero unico liberista, favorevoli alle deregolamentazioni e alle privatizzazioni, e fautori del ritorno a politiche keynesiane di sostegno alla domanda, manca una presa in carico dell\u2019emergenza ambientale come pilastro di una ridefinizione sia delle cose e delle attivit\u00e0 da fare che di quelle che non si possono e non si devono pi\u00f9 fare. <\/ins>Tutte le ricette che oggi vengono proposte come vie per la \u201cripresa\u201d, per rimettere in moto la \u201ccrescita\u201d fanno riferimento a un mondo che non esiste pi\u00f9. <\/p>\n<p>La pi\u00f9 banale \u00e8 l\u2019uscita dall\u2019euro. I fautori di questa scelta ritengono che con il ritorno a un cambio flessibile una consistente svalutazione della nuova lira sarebbe di per s\u00e9 sufficiente a far recuperare al nostro paese quella competitivit\u00e0 sui mercati internazionali che gli scarsi progressi della produttivit\u00e0 degli ultimi due decenni gli hanno fatto perdere. Ma \u00e8 un\u2019illusione. Una parte consistente, ancorch\u00e9 minoritaria del nostro apparato produttivo, ha continuato a esportare molto nonostante la sopravvalutazione della valuta. Il resto del sistema produttivo italiano \u00e8 invece sprofondato, inghiottito dal calo della domanda interna (cio\u00e8 dei redditi da lavoro), dai tagli della spesa pubblica, dal credit crunch imposto da banche traballanti, dai mancati pagamenti dello Stato, dalle tasse, dalla corruzione, dalle delocalizzazioni; ma soprattutto dalla mancanza di una politica industriale in grado di indirizzarlo verso una riconversione non solo dei processi, responsabili dei livelli di produttivit\u00e0, ma soprattutto dei prodotti. <\/p>\n<p>La ricetta pi\u00f9 in voga tra i sostenitori di una politica di stampo keynesiano auspica invece un allentamento dei vincoli imposti alla spesa pubblica dall\u2019Unione Europea e dalla Bce. Ma i fautori di queste politiche raramente hanno il coraggio di spiegare che cosa potrebbe e dovrebbe fare il governo italiano per spezzare quei vincoli; per lo pi\u00f9 ritengono che ad essi non ci si possa sottrarre (\u201cnon c\u2019\u00e8 alternativa\u201d). In attesa di una svolta ci si limita a ipotizzare una diversa allocazione delle risorse tra le diverse voci del bilancio nazionale (meno spesa per le armi e per le grandi opere, pi\u00f9 impegno per il welfare e per la manutenzione del territorio); senza per\u00f2 ricordare il salasso a cui le finanze del paese sono sottoposte dal pagamento degli interessi sul debito in regime di pareggio del bilancio (80-90mila miliardi all\u2019anno) e, dall\u2019anno prossimo, dalle rate del fiscal compact (altri 45-50mila miliardi all\u2019anno). <\/p>\n<p>Per questo, anche le aperture di questo filone di pensiero nei confronti di un programma di conversione ecologica \u2013 per lo pi\u00f9 presentate come incentivazione di una generica green economy \u2013 non hanno alcuno spazio di realizzazione entro quei vincoli. Riconversione produttiva, sostegno all\u2019occupazione, ai redditi, alla ricerca, all\u2019innovazione, all\u2019istruzione, all\u2019accoglienza e all\u2019integrazione, salvaguardia del welfare non sono possibili senza un massiccio ricorso alla spesa pubblica, soprattutto a livello locale. Ma sono tutte cose che non possono pi\u00f9 essere governate \u2013 se mai lo sono state \u2013 a livello centrale. <ins datetime=\"2013-09-24T14:22:53+00:00\">Senza un radicale coinvolgimento delle popolazioni interessate attraverso nuove forme e nuovi istituti di democrazia partecipativa e nuove forme di finanza locale, direttamente promossi da Comuni e consorzi di Comuni, l\u2019unico modo di impiego della spesa pubblica in funzione anticiclica va a parare sulle cosiddette Grandi Opere: cio\u00e8 in un ennesimo sfregio all\u2019ambiente e alla vivibilit\u00e0, con ricadute, in termini di occupazione e produttivit\u00e0, nulle o negative.<\/ins> Inoltre il settore esportatore del nostro paese \u00e8 impegnato soprattutto nella produzione di beni strumentali e di lusso, mentre i cosiddetti beni-salario \u2013 alimentazione, abbigliamento, apparecchi elettrici ed elettronici, veicoli di bassa gamma, ecc. \u2013 sono sempre di pi\u00f9 oggetto di importazione da &#8211; o di delocalizzazioni in &#8211; paesi emergenti. Per questo, senza un radicale processo di conversione produttiva, una crescita della domanda interna scarsissime conseguenze sui livelli occupazionali e pesanti ricadute sulla bilancia dei pagamenti.<\/p>\n<p>L\u2019ultima ricetta, agitata per lo pi\u00f9 solo in forma propagandistica, \u00e8 il protezionismo. \u00c8 ovvio che da una politica del genere, che solleverebbe le ritorsioni dei paesi colpiti dalle nuove barriere doganali, l\u2019economia italiana, che dipende da molte importazioni irrinunciabili, avrebbe da perdere ben pi\u00f9 che da guadagnare. E un approccio del genere metterebbe fine una volta per tutte alla prospettiva di \u201cuscire dal baratro\u201d con la crescita. <\/p>\n<p>L\u2019inadeguatezza di queste ricette mette in luce i problemi di fondo nel nostro come in molti altri paesi europei che si trovano in situazioni altrettanto drammatiche: la mancata utilizzazione di una quantit\u00e0 crescente di risorse gi\u00e0 presenti, sia in termini di know-how e di impianti che di saperi diffusi, di competenze sociali e gestionali, di buone pratiche; e l\u2019impossibilit\u00e0 di colmare il divario con i paesi forti dell\u2019Unione Europea finch\u00e9 l\u2019intero continente rimarr\u00e0 soggetto a un potere finanziario che controlla e condiziona le politiche degli Stati membri e di cui l\u2019euro e la Bce sono lo strumento operativo; uno strumento che in un contesto libero da quei condizionamenti potrebbe operare in direzione diametralmente opposta. <ins datetime=\"2013-09-24T14:22:53+00:00\">Il nuovo paradigma che pu\u00f2 e deve prendere il posto di quello fallimentare imposto dal pensiero unico liberista \u00e8 la sostenibilit\u00e0 ambientale. La si chiami decrescita, conversione ecologica, giustizia sociale e ambientale o economia dei beni comuni (senza pretendere di annullare le differenze tra questi approcci), \u00e8 l\u2019unica soluzione che pu\u00f2 garantire equit\u00e0 nella distribuzione delle risorse, salvaguardia degli equilibri ambientali e recupero del know-how, del patrimonio impiantistico e dell\u2019occupazione messi alle corde dal sistema economico attuale. <\/ins><\/p>\n<p>Per promuovere una riconversione di cos\u00ec vasta portata non bastano rivendicazioni, conflittualit\u00e0 e lotte; ci vogliono anche progettualit\u00e0, valorizzazione dei saperi e delle competenze mobilitabili, aggregazioni di associazionismo di imprenditorialit\u00e0, di presenze istituzionali che delineano il perimetro variabile, ma essenziale, di una democrazia partecipativa: compatibile, e per molto tempo destinata a convivere, con le forme tradizionali della rappresentanza istituzionale; ma non ne definiscono le forme, che non dovranno necessariamente essere simili ovunque. <\/ol>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Sbilanciamoci! tiene ogni anno il forum chiamato Controcernobbio. 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