{"id":5025,"date":"2012-11-03T16:42:15","date_gmt":"2012-11-03T16:42:15","guid":{"rendered":"http:\/\/lacittafutura.net\/adrianozanon\/?p=5025"},"modified":"2014-01-03T22:21:25","modified_gmt":"2014-01-03T22:21:25","slug":"jb-ce-lo-chiede-leuropa","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/lacittafutura.net\/adrianozanon\/2012\/11\/03\/jb-ce-lo-chiede-leuropa\/","title":{"rendered":"JG, ce lo chiede l&#8217;Europa"},"content":{"rendered":"<p>Riproduco l&#8217;articolo di <strong>Luciano Gallino<\/strong> pubblicato il <a title=\"Link a la Repubblica\" href=\"http:\/\/ricerca.repubblica.it\/repubblica\/archivio\/repubblica\/2012\/11\/03\/la-strada-da-seguire-per-creare-piu.html?ref=search\">3 novembre <\/a>su <em>la Repubblica<\/em>. (I blocchi sono originali, il grassetto \u00e8 mio.)<\/p>\n<h4><span style=\"color: #333399;\"><strong>La strada da seguire per creare pi\u00f9 lavoro<\/strong><\/span><\/h4>\n<h5><span style=\"color: #333399;\"><strong>Mentre le cifre della disoccupazione sono sempre pi\u00f9 drammatiche, il governo non pare avere alcuna idea per creare d&#8217;urgenza un congruo numero di posti di lavoro.<\/strong> I rimedi proposti alla spicciolata, dalla riduzione del cuneo fiscale alle facilitazioni per creare nuove imprese, dagli sgravi di imposta per chi assume giovani alla semplificazione delle procedure per l&#8217;avvio di cantieri e grandi opere, non sfiorano nemmeno il problema.<\/span><\/h5>\n<h5><span style=\"color: #333399;\"><strong>Per di pi\u00f9 il governo sembra sottovalutare la gravit\u00e0 della situazione.<\/strong> La disoccupazione di massa rappresenta tutt&#8217;insieme un&#8217;enorme perdita economica, uno scandalo intollerabile dal punto di vista umano, e un minaccioso rischio politico. Sotto il profilo economico, quasi tre milioni di disoccupati comportano una riduzione del Pil potenziale dell&#8217;ordine di 70-80 miliardi l&#8217;anno. Anche se ricevono un modesto reddito dal sussidio di disoccupazione o dai piani di mobilit\u00e0, i disoccupati sono lavoratori costretti loro malgrado alla passivit\u00e0. Non producono ricchezza sia perch\u00e9 non lavorano, sia perch\u00e9 i mezzi di produzione, cio\u00e8 gli impianti e le macchine che potrebbero usare, giacciono inutilizzati. Un&#8217;altra perdita economica deriva dal fatto che lunghi periodi di disoccupazione comportano che le capacit\u00e0 professionali si logorano e sono difficili da recuperare.<\/span><\/h5>\n<h5><span style=\"color: #333399;\"><strong>Dal punto di vista umano la disoccupazione di massa, insieme con la povert\u00e0 che diffonde, \u00e8 uno scandalo perch\u00e9 i loro effetti, come ha scritto Amartya Sen, scardinano e sovvertono la vita personale e sociale.<\/strong> Elementi fondamentali di questa, dall&#8217;indipendenza personale alla possibilit\u00e0 di accedere per s\u00e9 e i figli a una vita migliore, dalla realizzazione di s\u00e9 alla sicurezza socio-economica della famiglia, sono strettamente legati alla disponibilit\u00e0 di un lavoro stabile, dignitosamente retribuito. <\/span><span style=\"color: #333399;\">Quando esso viene a mancare, anche tali elementi crollano, e la persona, la famiglia, la comunit\u00e0 sono ferite nel profondo delle loro strutture portanti.<\/span><\/h5>\n<h5><span style=\"color: #333399;\"><strong>Quanto al rischio politico, qualcuno dovrebbe ricordarsi che uno dei fattori alla base dell&#8217;ascesa del fascismo e ancor pi\u00f9 del nazismo \u00e8 stata la disoccupazione di massa.<\/strong> E la capacit\u00e0 di ridurla mostrata da tali regimi dopo la crisi del &#8217;29 \u00e8 una delle ragioni del sostegno popolare di cui hanno goduto fino alla guerra che li ha abbattuti. Di certo oggi n\u00e9 l&#8217;uno n\u00e9 l&#8217;altro dei due regimi avrebbero la stessa faccia. Ma i sintomi di autoritarismo che affiorano in Europa, e i movimenti di estrema destra dagli alti tassi elettorali in almeno dieci Paesi, non sono da sottovalutare. Sperando che qualche movimento non cominci a promettere &#8220;ridurr\u00f2 la disoccupazione a zero&#8221;. La promessa che fece e poi mantenne Hitler, fra il 1933 e il &#8217;38.<\/span><\/h5>\n<h5><span style=\"color: #333399;\"><strong>Poich\u00e9 le austere ricette dei tecnici finora hanno aggravato il tasso di disoccupazione anzich\u00e9 ridurlo, sarebbe ora di pensare a qualcosa di pi\u00f9<\/strong> <strong>efficace, e magari sperimentarlo.<\/strong> Ho fatto riferimento altre volte all&#8217;idea che sia lo Stato a creare direttamente occupazione, in merito alla quale esistono solidi studi. <strong>Tempo fa si chiamavano schemi per un &#8220;datore di lavoro di ultima istanza&#8221;, ma oggi si preferisce chiamarli schemi di &#8220;garanzia di un posto di lavoro&#8221; ( <em>job guarantee<\/em>, JG);<\/strong> il che non significa affatto una garanzia per quel posto di lavoro, ma per un posto di lavoro dignitoso e ragionevolmente retribuito. Coloro che elaborano simili schemi sono economisti e giuristi americani, australiani, canadesi, argentini, indiani; i quali, diversamente dai nostri governanti di oggi e di ieri, sembrano tutti aver meditato sull&#8217;articolo 4 della nostra Costituzione, quello per cui &#8220;la Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro&#8221;: non del lavoro, si noti, di cui tratta invece l&#8217;articolo 35. Il primo mai attuato, il secondo in via di estinzione nella legislazione e nelle relazioni industriali. Uno schema di JG prevede che in via di principio esso sia accessibile a chiunque, essendo disoccupato, vuole lavorare ed \u00e8 in grado di farlo. Di fatto sarebbe inevitabile, visti i numeri in gioco, dare la preferenza a qualche strato di persone in peggiori condizioni di altre, quali, per dire, i disoccupati di lunga durata. <\/span><\/h5>\n<h5><span style=\"color: #333399;\"><strong>L&#8217;attuazione di uno schema di JG richiede un&#8217;agenzia centrale<\/strong> che stabilisce le regole di assunzione e i livelli di retribuzione, e gran numero di imprese (o centri di servizio o cooperative) a livello locale che assumono, al caso addestrano e impiegano direttamente i lavoratori, oppure li assegnano a imprese locali in progetti di immediata e rilevante utilit\u00e0 collettiva. Dando la preferenza a settori ad alta intensit\u00e0 di lavoro e bassa intensit\u00e0 di capitale, dai beni culturali ai servizi alla persona, dal recupero di edifici e centri storici alla ristrutturazione di scuole e ospedali. I centri locali trattano con le imprese le condizioni a cui esse possono impiegare i lavoratori del programma, dalla partecipazione ai costi del lavoro fino all&#8217;eventuale passaggio del dipendente dal pubblico al privato.<\/span><\/h5>\n<h5><span style=\"color: #333399;\"><strong>Trovare le risorse per finanziare simili schemi \u00e8 una questione complicata<\/strong>, nondimeno vari studi attestano che non \u00e8 impossibile risolverla. Prima per\u00f2 di trattare tale tema c&#8217;\u00e8 una premessa inderogabile: deve manifestarsi la volont\u00e0 politica di affrontare con nuovi mezzi la catastrofe disoccupazione. Chiedere a un governo neoliberale di esprimere una simile volont\u00e0 \u00e8 forse troppo, ma le crisi sono sia uno stimolo, sia una buona giustificazione per cambiare idee e politiche.<\/span><\/h5>\n<h5><span style=\"color: #333399;\"><strong>C&#8217;\u00e8 una novit\u00e0 a livello europeo che dovrebbe indurre a discutere di simili schemi, e magari a sperimentarne qualcuno in singole regioni.<\/strong> Ai primi di settembre 2012 si \u00e8 svolta a Bruxelles una conferenza internazionale sulle politiche del lavoro, organizzata dalla Commissione europea. Una sessione era dedicata a &#8220;La garanzia di un posto di lavoro &#8211; Concetto e realizzazione&#8221;. Hanno perfino invitato a parlare uno degli studiosi pi\u00f9 noti e polemici in tema di JG, l&#8217;australiano Bill Mitchell. Posto che nei programmi di JG rivivono le teorie di Keynes in tema di politiche dell&#8217;occupazione, nonch\u00e9 la memoria del successo che gli interventi statali ebbero durante il New Deal rooseveltiano, aprire alla discussione di tali programmi uno dei templi della teologia neo-liberale, qual \u00e8 la Commissione europea, \u00e8 un segno che qualcosa sta cominciando a cambiare sul fronte ideologico delle politiche del lavoro.<\/span><\/h5>\n<h5><span style=\"color: #333399;\">Il documento base della sessione in parola formula varie domande: &#8220;Quali sono i maggiori ostacoli in Europa alla realizzazione di schemi di garanzia d&#8217;un posto di lavoro&#8230; volti ad affrontare la crisi della disoccupazione? Possono tali ostacoli venire superati? In quali aree potrebbero o dovrebbero essere sviluppati degli impieghi pubblici per disoccupati? Quanto tempo ci vorrebbe prima che a un disoccupato sia dato un lavoro nel settore pubblico?&#8221;. <\/span><span style=\"color: #333399;\">Sono domande a cui anche il nostro governo dovrebbe cercare di dare risposta, meglio se non soltanto in forma cartacea. <strong>Dopotutto, ce lo chiede l&#8217;Europa.<\/strong><\/span><\/h5>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Riproduco l&#8217;articolo di Luciano Gallino pubblicato il 3 novembre su la Repubblica. (I blocchi sono originali, il grassetto \u00e8 mio.) 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