{"id":10024,"date":"2014-11-19T07:10:14","date_gmt":"2014-11-19T07:10:14","guid":{"rendered":"http:\/\/lacittafutura.net\/adrianozanon\/?p=10024"},"modified":"2014-11-20T10:39:50","modified_gmt":"2014-11-20T10:39:50","slug":"cose-il-jobs-act-ben-oltre-lart-18","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/lacittafutura.net\/adrianozanon\/2014\/11\/19\/cose-il-jobs-act-ben-oltre-lart-18\/","title":{"rendered":"Cos&#8217;\u00e8 il Jobs Act (ben oltre l&#8217;art. 18)"},"content":{"rendered":"<p>In questi giorni si parla molto di Jobs Act, la nuova legislazione  sul lavoro che il governo Renzi vuol assolutamente imporre a partire dal 2015 e che pochi contrastano fortemente, tra questi soprattutto la Cgil. Ma gran parte del dibattito \u00e8 incentrato sul problema dell&#8217;art. 18, ovvero sul residuo simbolico della difesa contro l&#8217;arbitrio assoluto del padrone sul dipendente sulla mercificazione anche del licenziamento. Ma il Jobs Act non \u00e8 solo questo. Come ci capita spesso dobbiamo leggere Luciano Gallino per saperne di pi\u00f9. (Le evidenziazioni sono mie.)<\/p>\n<h5 style=\"padding-left: 30px;\"><a href=\"http:\/\/ricerca.repubblica.it\/repubblica\/archivio\/repubblica\/2014\/11\/18\/quei-lavoratori-poveri33.html?ref=search\"><strong>Quei lavoratori poveri<\/strong><\/a><br \/>\ndi Luciano Gallino<\/h5>\n<h5 style=\"padding-left: 30px;\"><ins datetime=\"2014-11-20T10:35:15+00:00\">Uno dei principali esiti del Jobs Act, a danno dei lavoratori, sar\u00e0 la liquidazione di fatto del contratto nazionale di lavoro (cnl), <\/ins>in attesa di una legge \u2014 di cui il governo parler\u00e0, sembra, a gennaio \u2014 che ne sancisca anche sul piano formale la definitiva insignificanza rispetto alla contrattazione aziendale e territoriale. D&#8217;altra parte la strada verso tale esito nefasto era gi\u00e0 stata tracciata dagli accordi interconfederali del giugno 2011 e del novembre 2012 (non firmato dalla Cgil). In essi venivano assegnate al cnl dei compiti del tutto marginali rispetto alla sua funzione storica: che sta nel difendere la quota salari sul Pil, cio\u00e8 la parte di reddito che va ai lavoratori rispetto a quella che va ai profitti e alle rendite finanziarie e immobiliari. Grazie al progressivo indebolimento del cnl, dal 1990 al 2013 tale quota \u00e8 diminuita in Italia di circa 7 punti, dal 62 per cento al 55. Si tratta di oltre 100 miliardi che invece di andare ai lavoratori vanno ora ogni anno ai possessori di patrimoni, dando un contributo di peso all&#8217;aumento delle disuguaglianze di reddito e di ricchezza. Questo spostamento di reddito dal ai profitti e alle rendite ha pure contribuito alla contrazione della domanda interna. Un top manager pu\u00f2 pure guadagnare duecento volte quel che guadagna un suo dipendente, ma quanto a consumi quotidiani, dagli alimentari ai trasporti, non potr\u00e0 mai rappresentare una domanda pari a quella di duecento dipendenti.<\/h5>\n<h5 style=\"padding-left: 30px;\"><ins datetime=\"2014-11-20T10:35:15+00:00\">Oltre che tra i lavoratori e le classi possidenti, le disuguaglianze aumenteranno tra gli stessi lavoratori.<\/ins> La facolt\u00e0 conferita alle imprese, comprese decine di migliaia medio-piccole, di regolare mediante accordi sindacali anche locali sia il salario, sia altre condizioni cruciali del rapporto di lavoro, avr\u00e0 come generale conseguenza una ulteriore riduzione dei salari reali e con essi della quota salari sul Pil. In fondo, \u00e8 uno degli scopi del Jobs Act, anche se non si legge in chiaro nel testo. Ma ci\u00f2 avverr\u00e0, quasi certamente, con differenze rilevanti attorno alla media tra le imprese che vanno bene e le tante altre che arrancano. Queste si gioveranno della suddetta facolt\u00e0 per pagare salari che in molti casi collocheranno i percipienti al disotto della soglia della povert\u00e0 relativa, che nel 2013 era fissata in circa 1.300 euro per una famiglia di tre persone. Si pu\u00f2 quindi stimare che il numero di &#8220;lavoratori poveri&#8221; aumenter\u00e0 in Italia in notevole misura. Alle disuguaglianze di reddito tra un&#8217;azienda e l&#8217;altra, a parit\u00e0 di lavoro, si aggiungeranno quelle territoriali, quelle che un tempo il cnl doveva servire a superare, stabilendo quanto meno una base salariale per tutti.<\/h5>\n<h5 style=\"padding-left: 30px;\"><ins datetime=\"2014-11-20T10:35:15+00:00\">Va per\u00f2 notato che il regime di bassi salari, introdotto di fatto dal decreto sul lavoro, ostacola fortemente anche la modernizzazione delle imprese e danneggia l&#8217;intera economia. <\/ins>Le imprese italiane \u2014 con rade eccezioni \u2014 si collocano da anni tra le ultime della Ue quanto a spesa in ricerca e sviluppo; tasso di investimenti fissi; et\u00e0 degli impianti; innovazione di prodotto e di processo. Nonch\u00e9, guarda caso, per la produttivit\u00e0 del lavoro. Dagli anni 90 in poi le spese in ricerca, sviluppo e investimenti fanno registrare entrambe un patetico zero virgola qualcosa. L&#8217;et\u00e0 media degli impianti \u00e8 il doppio di quella europea, pi\u00f9 o meno 25-28 anni contro 12-15. Inoltre le imprese italiane sono, in media, troppo piccole. Risultato: l&#8217;aumento della produttivit\u00e0 del lavoro segna anch&#8217;esso uno zero virgola sin dagli anni 90.<\/h5>\n<h5 style=\"padding-left: 30px;\"><ins datetime=\"2014-11-20T10:35:15+00:00\">Varando delle leggi sul lavoro che consentono un uso sfrenato del precariato, evitando di impegnarsi in qualsiasi azione che assomigli a una politica industriale, i governi italiani hanno efficacemente contribuito a mantenere le imprese italiane nella condizione di ultime della classe.<\/ins> Il Jobs Act offre ad esse un aiuto per mantenersi in tale posizione. Si pu\u00f2 infatti essere certi che ove la legge permetta loro di pagare salari da poveri quattro imprese su cinque utilizzeranno tale facilitazione e non spenderanno un euro in pi\u00f9 in ricerca, sviluppo e investimenti, rinnovo degli impianti, innovazioni. E l&#8217;aumento annuo della produttivit\u00e0 del lavoro, che \u00e8 strettamente collegato a tali voci, rester\u00e0 nei pressi dello zero.<\/h5>\n<h5 style=\"padding-left: 30px;\"><ins datetime=\"2014-11-20T10:35:15+00:00\">C&#8217;\u00e8 in ultimo da chiedersi se gli estensori del Jobs Act abbiano un&#8217;idea di quanto siano oggi numerosi e complessi i fattori della produttivit\u00e0 del lavoro:<\/ins> essa \u00e8 seriamente misurabile solo a livello nazionale, mentre a livello di impresa, in specie se medio-piccola, misurare stabilmente e per lunghi periodi la produttivit\u00e0 del lavoro, \u00e8 come cercare di catturare un ologramma con una canna da pesca. Qualsiasi bene o servizio un&#8217;impresa produca, \u00e8 ormai raro che se lo produca per intero da sola. La maggior parte dei componenti arriva da altre imprese. Innumeri prodotti, dai gamberetti alle camicie, percorrono migliaia di chilometri in aereo o per nave prima di arrivare nei nostri negozi. Un piccolo elettrodomestico da cinquanta euro, assemblato da ultimo da una casa italiana per essere venduto nei supermercati, capita sia costituito di un centinaio di pezzi provenienti da dieci paesi diversi. In tali complicatissime &#8220;catene di produzione del valore&#8221; come sono chiamate, interamente fondate sull&#8217;informatica, pu\u00f2 avvenire di tutto. Che un componente ritardi; che non sia quello giusto; sia guasto; abbia cambiato di prezzo rispetto al contratto; richieda macchinari non previsti per essere rifinito o assemblato; ecc. Tutti questi inconvenienti incidono ovviamente sulla produttivit\u00e0 dell&#8217;impresa finale. E non sono l&#8217;ultimo motivo per cui la produttivit\u00e0 del lavoro aumenta annualmente dello zero virgola nelle imprese italiane. Le quali, temo, cercheranno invano nel Jobs Act, come si fa a misurarla davvero, e magari come si fa ad aumentarla. Senza di che i nuovi &#8220;lavoratori poveri&#8221;, in tema di frutti della produttivit\u00e0, avranno ben poco da spartirsi.<\/h5>\n<h5 style=\"padding-left: 30px;\">(<em>la Repubblica<\/em>, 18 ottobre 2014)<\/h5>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>In questi giorni si parla molto di Jobs Act, la nuova legislazione sul lavoro che il governo Renzi vuol assolutamente imporre a partire dal 2015 e che pochi contrastano fortemente, tra questi soprattutto la Cgil. 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