Brexit? Un bene per l’Europa

Sulla Brexit non ho letto molti articoli originali ed intelligenti, cioè che guardano ben dentro il processo in corso sì, ma da anni. Questo di Marco d’Eramo merita una buona attenzione ed è stato scritto prima del referendum. (La lettura con grassetto ed evidenziazioni è mia.)
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Un europeismo pragmatico dovrebbe esultare per una vittoria della Brexit. Da quando è dentro l’Unione, infatti, il Regno Unito non ha fatto altro che remare contro ogni possibilità di ridare slancio al ‘sogno europeo’, che ha bisogno di una sovranità popolare europea. Esattamente ciò che Londra ha impedito finora. In questo testo, scritto prima del referendum, si spiega perché la Brexit potrebbe fare bene all’Unione europea.

MicroMega 4/2016
Una brexit per il bene dell’Europa
di Marco d’Eramo

«La porta è aperta», viene da suggerire ai britannici il 23 giugno, il giorno del loro referendum per disdire l’adesione all’Unione europea. Da mesi tutti a chiedersi se la cosiddetta Brexit («British exit») è bene o male per il Regno Unito. Ma nessuno si pone la domanda vera: se è bene o male per l’Europa.

La risposta può essere una sola: «È un bene». È una risposta che circola ormai da mesi tra gli economisti, come per esempio Paul de Grawe, della London School of Economics 1. E il nostro augurio di separazione consensuale è tanto più sentito quanto più lo stato attuale dell’Unione è catatonico, in rotta accelerata verso l’implosione. È evidente a tutti che senza iniziative drastiche, l’Europa come progetto politico ha, se non i mesi, di certo gli anni contati. Nessuno dei problemi che l’affliggono è stato risolto. Non la crisi dell’euro, le cui cause strutturali non sono state mai affrontate, e che rischia periodicamente di riesplodere sotto forma di offensiva dei mercati contro i debiti sovrani. Non la soggiacente disparità dei regimi fiscali dei vari paesi, né gli sbilanciamenti commerciali e delle bilance dei pagamenti, né la disomogeneità delle politiche economiche. Non certo la questione delle frontiere, e quindi dei rifugiati/immigrati (la distinzione tra le due categorie essendo capziosa e farisaica, dovendo distinguere tra chi fugge dalla morte per armi da fuoco e chi dalla morte per inedia). Soprattutto, non sembra importare a nessuno la totale assenza di legittimità democratica degli organi realmente decisionali dell’Europa: chi può mai sfiduciare la trojka?

È in quest’orizzonte di disgregazione che viene a cadere il referendum sulla Brexit.

La domanda seria che ci si dovrebbe porre è quindi: può la permanenza inglese aiutare a risolvere questi problemi? Può Londra facilitare i radicali cambiamenti cui l’Ue deve inevitabilmente sottoporsi se non vuole ridursi a pura area di libero scambio, a mero «mercato comune», un Nafta europeo?

La risposta è un «No» senza sfumature. Come ha scritto Cyrus Sanati su Fortune, «è difficile costruire una squadra forte quando uno dei suoi membri crede di poter scegliere e decidere a ogni momento quel che vuole fare» 2.

Va ricordato che fin dall’inizio – se è lecita una metafora coniugale – quello tra Regno Unito e Comunità (poi Unione) europea è stato un sodalizio d’interesse, mai una storia d’amore. Un menage in cui uno dei due partner accetta di continuare a convivere solo a patto di deroghe sempre più ampie, esigendo che gli venga riconosciuto il diritto di tirarsi fuori da qualunque attività comune, il diritto di «ritagliarsi i propri spazi», come dicono i consulenti matrimoniali. E francamente, oltre a essere umilianti, queste relazioni asimmetriche finiscono sempre in un divorzio, più spesso acrimonioso.
Il fatto è che fin dalla sua adesione, Londra ha adottato una concezione di «Europa alla carta», in cui scegliere il piatto che piace e rifiutare le voci sgradite del menu. In gergo si dice che il Regno Unito si è arrogato il diritto permanente di opting out. E continua a riaffermarlo: quando l’ormai ex sindaco di Londra, Boris Johnson, annunciò che avrebbe appoggiato la Brexit, il 22 febbraio di quest’anno David Cameron affermò davanti alla Camera dei Comuni: «Il nostro messaggio a tutti è che noi vogliamo un Regno Unito che abbia il meglio dei due mondi: tutti i vantaggi di posti lavoro e investimenti che derivano dall’essere nell’Unione europea, senza gli svantaggi di essere nell’euro e delle frontiere aperte». E ribadì: «Il Regno Unito resterà fuori da tutto ciò che in Europa non funziona per noi – noi saremo legalmente protetti dal far parte di un’unione più stretta».
Il Regno Unito aderì all’allora Comunità economica europea il primo gennaio 1973. Ma già nel 1979 rifiutò di entrare nel Sistema monetario europeo. Nello stesso anno Margaret Thatcher iniziò la sua battaglia per «lo sconto inglese» (British rebate), per ottenere cioè sia la restituzione dei due terzi (66 per cento) del contributo britannico al bilancio europeo, sia l’esenzione dall’iva di una serie di articoli (nel Regno Unito sono esenti da iva molti beni tra cui libri, cibi, bevande – tranne gli alcolici – come non è obbligato ad aprire una partita iva chiunque fatturi meno di 83 mila sterline annue): la battaglia fu vinta cinque anni dopo, nel 1984. Il risultato è che oggi il contributo netto della Francia al bilancio dell’Ue è quasi il doppio di quello inglese (6,4 miliardi di euro contro 3,8; anche il contributo netto italiano, di 6,1 miliardi di euro, è nettamente superiore a quello britannico) 3.
La tradizione del tirarsi fuori è stata consolidata nel 1992 dall’uscita di Londra (quella volta insieme all’Italia) dal meccanismo di cambio europeo (European Exchange Rate Mechanism) in cui era entrata appena due anni prima. E ha trovato il suo esito naturale nel rifiuto di aderire all’euro nel 2002.
Ogni volta la ragione invocata per queste deroghe economiche era che sottostare alle norme comuni avrebbe minato lo status privilegiato della City di Londra, intaccando l’«eccezionalismo» finanziario britannico. La volontà di non danneggiare la piazza finanziaria ha spinto il premier David Cameron a non aderire nel 2012 al patto di stabilità economica, il cosiddetto fiscal compact (l’unico altro paese dell’Ue a chiamarsi fuori fu la Repubblica ceca). Qui non è in discussione se il Regno Unito abbia fatto bene a prendere queste decisioni (restare fuori dall’euro e dal fiscal compact si è rivelata una scelta di lungimirante saggezza), ma si vuole sottolineare la costanza di un atteggiamento che per più di trent’anni ha persistito nel chiamarsi fuori.
Non solo, ma l’aventinismo britannico è stato più deleterio soprattutto nei campi non strettamente economici o finanziari. Così negli anni Novanta del secolo scorso il Regno Unito si è tirato fuori non solo dall’accordo Schengen, ma da qualunque collaborazione sul problema di immigrati e rifugiati. Tanto che la marea umana continua a incagliarsi a Calais, al di qua della Manica (che sulla sponda isolana è chiamata Canale britannico), dove invano qualche disperato cerca d’infilarsi nel tunnel ferroviario sottomarino. E mentre tutti si scandalizzano di fronte ai respingimenti ungheresi o macedoni o austriaci, nessuno spreca il fiato sulla totale impermeabilità inglese.
Ma vi sono questioni ancora più di principio su cui Londra ha esercitato l’opt out. La prima è la Carta europea dei diritti fondamentali approvata dal parlamento europeo nel 2001, ma che non ha avuto un vero status legale fino all’approvazione del Trattato di Lisbona nel 2009. Nel 2000 il Regno Unito rifiutò di ratificare questa Carta con l’argomento che avrebbe danneggiato il mondo degli affari perché avrebbe consentito a cittadini inglesi di procedere legalmente contro aziende e società presso le Corti europee (soprattutto in tema di licenziamenti). Così nel 2009 Londra accettò di ratificare il trattato di Lisbona, ma solo a condizione che la Carta dei diritti non alterasse la giurisprudenza inglese, e quest’esenzione fu estesa alla Polonia e poi alla Repubblica ceca che temeva che cittadini tedeschi potessero reclamare beni e terreni confiscati dopo la seconda guerra mondiale 4.

Perciò la prima ragione per cui un’uscita del Regno Unito sarebbe vantaggiosa per l’Europa è che farebbe cadere un precedente cui si appigliano, come si è appena visto, altri paesi: se Londra restasse in Europa continuando a rivendicare la sua «eccezionalità», molti altri Stati avrebbero di diritto di dire: «E noi chi siamo? Anche noi vogliamo una deroga su questo o su quello». Già ora la sindrome dell’opt out dilaga, come si vede dalle misure unilaterali in tema di rifugiati. Ma una volta che la strategia inglese fosse sancita e riconosciuta vincente, l’Unione europea assumerebbe non una, ma 28 configurazioni a geometria variabile. Il suo svuotamento sarebbe inevitabile.

Ma c’è un motivo più profondo per cui l’uscita del Regno Unito è quasi indispensabile se si vuole salvare l’Europa. Ed è la questione della democrazia. È vero che senza una politica economica comune e senza una difesa comune dello spazio europeo, la nozione stessa di Unione europea si svuota. Ma è altrettanto vero che in assenza di legittimità democratica è assolutamente improponibile la figura di un ministro delle Finanze europeo o di un ministro dell’Interno europeo così spesso evocata in questi mesi. Da quale governo eletto sarebbero nominati questi ministri? A chi dovrebbero rispondere? Chi potrebbe sfiduciarli? Nella situazione attuale di totale vuoto democratico queste figure costituirebbero un’ulteriore prevaricazione, un altro passo verso un regime autoritario dotato di poteri assoluti e non espresso da alcuna volontà popolare.

E qui non si scappa: se si vuole che il potere esercitato dall’Unione europea sia espressione di una volontà democratica, bisogna costruire una sovranità popolare europea. E questa sovranità popolare europea morde sulla sovranità popolare nazionale, come in ogni paese la sovranità nazionale morde su quella regionale. Perciò non c’è scampo. Se si vuole arginare la deriva di dittatura tecnocratica verso cui è incanalata l’Ue, è indispensabile che i parlamenti nazionali alienino una fetta della propria sovranità.

Naturalmente, perché emerga una sovranità popolare europea è necessario che prenda forma quella che Benedict Anderson chiamava una comunità immaginata, bisogna cioè che si formi una comunità di persone che si pensa «europea», oltre che «italiana» o «tedesca» o «francese». L’elezione di un parlamento europeo (benché a base nazionale), l’apertura delle frontiere, la moneta comune (come anche una miriade di norme burocratiche di standardizzazione dei regolamenti dei vari paesi) erano pensate proprio per aiutare a immaginare questa comunità.

Da notare che queste comunità non sono esclusive né reciprocamente escludenti. Negli Stati Uniti una persona può nello stesso tempo pensarsi di origine irlandese, sentirsi proprio californiana, e insieme fortemente statunitense. Ma se qualche decennio fa era facile pensarsi europei, adesso è diventato molto più difficile. È questo il double bind 5 in cui si trova l’Unione europea: non può acquistare realtà politica se non si democratizza, ma non può democratizzarsi perché le sue politiche dell’ultimo decennio hanno suscitato la crescente ostilità dei vari popoli europei. È sotto gli occhi di tutti il dramma di Syriza, il partito greco che è stato schiantato perché, rivoltandosi contro l’austerità imposta, continuava a essere profondamente europeista. Mentre hanno vita più facile e prospettive più rosee quei partiti nazionalisti che sono antieuropeisti e basta.

L’unico modo di superare il dilemma della democratizzazione divenuta irrealizzabile è cambiare le politiche europee e rimettere all’ordine del giorno una sovranità popolare, come aveva – timidamente – provato a fare Jacques Delors. Ma è proprio contro una sovranità popolare europea che ha sempre remato il Regno Unito. L’ostilità più forte si è sempre manifestata non contro la sovranazionalità dell’Europa, ma contro la sua democratizzazione, come fu chiarissimo dalle parole di Margaret Thatcher il 30 ottobre 1990 davanti alla Camera dei Comuni quando da un lato attaccò la Commissione per non avere nessuna legittimità popolare («Sì, la Commissione vuole accrescere i suoi poteri. Sì, è un corpo non eletto e io non voglio che la Commissione accresca i suoi poteri a spese del nostro parlamento»), ma dall’altro lato attaccò Delors perché voleva dare alle istituzioni europee una legittimità popolare: «Il presidente della Commissione, il signor Delors, ha detto l’altro giorno in una conferenza stampa che voleva che il parlamento europeo diventasse il corpo democratico della Comunità, che la Commissione ne diventasse l’esecutivo e il Consiglio dei ministri il suo Senato. No. No. No».

Sarebbe ridicolo, dicono i nostri amici statunitensi, se il governatore del Texas decidesse da solo di chiudere la frontiera degli Stati Uniti agli immigrati messicani (sottintendendo con ciò che ridicoli siamo noi europei). Ma non può farlo perché c’è un governo federale e questo governo c’è perché è eletto da tutti gli statunitensi e non su base semplicemente statale. Mentre invece a tutt’oggi il parlamento europeo è eletto su base nazionale dei singoli Stati membri: alle elezioni europee non si presenta nessun partito transnazionale né è mai stato eletto un candidato originario di un altro paese (tranne il caso tutto particolare del tedesco Daniel Cohn-Bendit che comunque aveva studiato in Francia e vi era stato leader del Sessantotto). Se democrazia europea ha da essere, allora deve formarsi quella che in inglese si chiama una constituency transnazionale, per cui alle urne un voto italiano può andare a Pablo Iglesias e uno tedesco ad Alexis Tsipras.

Tutto rema contro quest’eventualità. Ma certo che finché il Regno Unito (come ogni altro paese) avrà diritto di veto, sarà sbarrata un’evoluzione in questo senso 6.

Ma il Regno Unito non è «la perfida Albione», secondo l’espressione cara ai fascisti italiani. O almeno non più perfida di qualunque Stato nazione che persegue i propri interessi. Se il Regno Unito rema sempre contro una maggiore integrazione europea, non è per perfidia o duplicità, ma perché è preso in una rete di alleanze, e di priorità, che confliggono con le motivazioni europeiste.
Intanto non dimentichiamo mai che ciascuno dei nostri paesi è membro della Nato, l’Alleanza atlantica, in cui il termine «alleati» ricorda la parola latina foederati, che in epoca repubblicana i romani usavano per eufemizzare il concetto di sudditanza: e i popoli foederati, cioè alleati, erano quei sudditi che contribuivano all’esercito romano in uomini e fondi. Gli Stati membri della Nato sono alleati nel senso latino, cioè sudditi dell’impero Usa che si è dato, come Roma repubblicana, il nome di Alleanza. Ma il nome non nasconde la realtà di subalternità. Perciò, ancor prima che membri dell’Unione europea, i nostri Stati devono obbedire a un’istanza superiore situata al di là dell’Atlantico 7.
Ma, a differenza di altri membri della Nato, come Francia, Germania o Italia, il Regno Unito è preso anche in un’altra rete di relazioni interstatali, che per comodità viene chiamata (anche se con un termine un po’ impreciso) Anglosfera. La parola indurrebbe a pensare a una comunità linguistica. Ma così non è visto che da essa sono esclusi tutti i paesi africani, anche grandi, come la Nigeria (con qualche incertezza sull’includere o meno il solo Sudafrica) 8.
In realtà l’Anglosfera di cui parliamo è una versione ridotta, e tutta di razza bianca, dell’ex Commonwealth britannico, solo questa volta egemonizzato dagli Stati Uniti invece che dal Regno Unito, configurando oggi una relazione simile a quella che nel XIX secolo univa Brasile e Portogallo, in cui la precedente potenza coloniale era diventata un protettorato della propria colonia. O, per dirla alla Benedict Anderson, quando i creoli prendono il sopravvento sulla madrepatria.
Quest’Anglosfera è definita in modo preciso da trattati di cooperazione militare, aerea, navale, di intelligence, di intercettazione e di standardizzazione delle armi e dei materiali che accomunano Regno Unito, Stati Uniti, Canada, Australia e Nuova Zelanda, il nucleo bianco dell’ex Commonwealth. Questi trattati sono noti con arzigogolate sigle: Ukusa (United Kingdom-United States Agreement, che però, come tutti gli altri accordi qui elencati, include anche Canada, Australia e Nuova Zelanda), Auscannzukus (Australia, Canada, New Zeland, United Kingdom, United States), Five Eyes, Combined Communication Electronic Board, Technical Cooperation Program, Air and Space Interoperabililty Council, Abca (American, British, Canadian, Australian and New Zeland’s Program). La parte di questi accordi che riguarda l’intercettazione a tappeto delle comunicazioni satellitari, via cavo, internet, è popolarmente nota come Echelon (su cui si sprecano film e teorie dietrologiche). Ma senza alcuna ipotesi complottistica, da un punto di vista bellico, i cinque paesi dell’Anglosfera agiscono come un’unica potenza militare integrata.
D’altronde, a differenza di quello che avvenne per Unione Sovietica, Francia e Cina (e poi India, Pakistan, Israele, Nord Corea), l’accesso britannico all’armamento atomico fu enormemente facilitato dagli Usa, tanto che le prime bombe trasportate da bombardieri inglesi Vickers Valiant nel 1955 furono americane. Forse anche da qui derivò la nozione di «relazione speciale» tra Usa e Uk, nonostante la splendida battuta del cancelliere tedesco Helmut Schmidt secondo cui «la relazione tra Usa e Uk è talmente speciale che solo uno dei due ne è al corrente».
La contemporanea partecipazione alla Nato e all’Anglosfera definisce perciò i limiti dell’adesione del Regno Unito all’Unione europea. Un piede dentro/un piede fuori non è una scelta snobbistica, è la ricerca del massimo equilibrio possibile tra tutti i vincoli posti dalle differenti alleanze.

Ma allora è la domanda contraria che sorge spontanea: perché viene esercitata tutta questa pressione per trattenere il Regno Unito in Europa? Se io fossi un votante inglese mi irriterei per questa processione di grandi della terra che si succedono a implorare, minacciare, ricattare l’elettorato britannico di non uscire dall’Europa. Mentre prima erano tutti distaccati e critici, adesso un abbandono dell’Europa suonerebbe lo squillo dell’Apocalisse e precipiterebbe il Regno Unito in un baratro sociale, economico e diplomatico. Il presidente francese François Hollande avverte: «Se il Regno Unito lascia l’Unione europea, ci saranno conseguenze in molti campi, sul mercato unico, la circolazione dei prodotti e delle persone» (Le Monde, 3 marzo 2016: la minaccia sottintesa è che la Francia non tratterrebbe più migranti e rifugiati dal riversarsi nell’isola). Barack Obama rincara: «Se il Regno Unito esce dall’Europa, per quanto riguarda gli accordi commerciali, gli Usa sono interessati a firmarli con l’Unione europea come blocco e quindi il Regno Unito deve mettersi in fila» (parole che hanno irritato parecchio, facendo parlare di «arroganza» 9). Per il premier inglese David Cameron, con l’uscita del Regno Unito, c’è «un rischio di guerra» in Europa (la Repubblica, 10 maggio 2016).

Sul versante economico, il cancelliere dello Scacchiere George Osborne terrorizza i colletti bianchi sbandierando un orizzonte di disoccupazione e licenziamenti: con la Brexit «decine di migliaia di posti andrebbero persi nella City», in cui ben 285 mila impieghi sarebbero legati alla permanenza in Europa (Financial Times, 10 maggio 2016). Il Fondo monetario internazionale avverte: «La Brexit potrebbe produrre severi danni regionali e globali rompendo le tradizionali relazioni commerciali» (FT, 12 aprile 2016); mentre il presidente amministratore delegato della Deutsche Bank, John Cryan, predice che, in caso di Brexit, «Londra perderà la sua posizione lucrativa come principale hub per trattare le valute e i debiti sovrani europei» (FT, 14 aprile 2016).

Il signor John Cryan ha ragione. Come ha scritto Karel Lannoo del Center for European Policy Studies, «il predominio di Londra, come centro finanziario dell’Unione europea è un fenomeno piuttosto “recente” e la sua crescita negli ultimi due decenni è coincisa con il completamento del mercato unico, che permette il libero movimento di capitali e la libera fornitura di beni e servizi in tutta l’Ue. A ogni paese fu permesso di crescere nel proprio campo di vantaggio comparato. La Germania si specializzò nell’industria e nelle automobili. Londra, e anche altre parti del Regno Unito, si specializzarono nella finanza e nei servizi commerciali».

Ancora più inaspettato è quanto ci ricorda Lannoo: «Negli anni Sessanta e Settanta, a seconda degli indicatori usati, Londra stava alla pari con Parigi come centro finanziario. Londra era più internazionale e più centrata sul mercato, mentre la dimensione degli assets bancari e il loro contributo al pnl erano più alti in Francia. Anche il contributo del settore finanziario all’occupazione era simile nei due centri fino a circa vent’anni fa. Ma il big bang di Londra, combinato con le riforme del mercato del lavoro britannico, le nazionalizzazioni dei primi anni di Mitterrand in Francia, e più tardi il mercato unico e la prospettiva di unione monetaria cambiarono tutto ciò. Londra riuscì ad adattarsi rapidamente per servire come testa di ponte per le operazioni delle istituzioni finanziarie straniere, soprattutto Usa, nell’Unione europea» 10.

Proprio per la sua appartenenza all’Unione, Londra consente ai capitali, alle banche, alle istituzioni statunitensi libero investimento e movimento in tutta Europa, vantaggio che andrebbe perso in caso di Brexit. Più in generale gli Stati Uniti hanno bisogno di una testa di ponte nell’Unione europea, il cui profilo ha cambiato fisionomia con la fine della guerra fredda. Infatti nel secondo dopoguerra furono gli Stati Uniti a spingere per una prima unificazione dei loro alleati/sudditi europei in funzione antisovietica: e di questa spinta gli europei dovrebbero essere loro perpetuamente grati. Ma con il crollo dell’Urss il vantaggio strategico di un’Europa unita è diventato più discutibile. Agli occhi degli Stati Uniti, un’Europa unita poteva acquistare una connotazione antiamericana, come l’euro poteva essere considerato una potenziale minaccia al monopolio del dollaro come unica valuta di riserva mondiale. A credere al giornalista francese Georges-Marc Benamou, nei suoi ultimi anni François Mitterrand era persuaso che lo scontro tra Europa e Usa fosse inevitabile: «La Francia non lo sa, ma noi siamo in guerra con l’America. Sì, una guerra permanente, una guerra economica, una guerra senza morti apparentemente. Sì, sono durissimi gli americani, sono voraci, vogliono un potere totale sul mondo. È una guerra sconosciuta, una guerra permanente, una guerra senza morti e però una guerra a morte» 11.

I segni di questo distacco tra le due sponde dell’Atlantico si sono moltiplicati col tempo, non ultimi i rifiuti di Francia e Germania di partecipare nel 2003 all’invasione dell’Iraq. Perciò è importante per gli Usa avere un alleato fidato in campo europeo.

Ma perché Francia e Germania vogliono a tutti i costi che il Regno Unito rimanga in Europa? Perché accettano con tanto buon grado pretese sempre più esose, condizioni sempre più privilegiate? Dal lato tedesco, la ragione è inversa a quella della finanza americana. I tedeschi hanno un interesse vitale a dotare di una dimensione finanziaria internazionale la loro capacità industriale e la loro vocazione mercantilistica, di grande potenza esportatrice. Lo testimonia il progetto di fusione da venti miliardi di euro tra la Deutsche Börse di Francoforte e il London Stock Exchange, progetto la cui rilevanza strategica è dimostrata dalla sua lunga storia: il primo tentativo risale a 14 anni fa.

Dal lato della Francia, la presenza del Regno Unito è vitale in Europa per bilanciare lo strapotere tedesco che sarebbe libero di dilagare una volta che Londra fosse fuori dall’Ue.

Ma ambedue queste ragioni ci mostrano che le potenze europee continuano a muoversi in una logica di «potenza» appunto, intesa nel senso ottocentesco. Assistiamo infatti al balletto diplomatico già iniziato nel XVIII secolo e che fu chiamato balance of power, una strategia, già allora prediletta dal Regno Unito, che consisteva nel cambiare alleanze con i vari Stati, nel passare da una coalizione all’altra, in modo che nessuna potenza raggiungesse il predominio totale.

Da parte di tutti i protagonisti siamo ancora perciò a un’impostazione tremendamente vecchiotta, prigioniera dell’ottica nazionale, e quindi antitetica con un qualunque tentativo di superare le frontiere e le barriere. Francia e Germania vogliono che il Regno Unito resti in Europa per ragioni antieuropee, perché intrappolate ancora nella loro vecchia, e ormai ridicola, se non fosse micidiale, rivalità franco-tedesca. E qui il cerchio si chiude perché mostra come da tutte le parti le ragioni invocate per spingere gli elettori inglesi a votare contro la Brexit siano in realtà ragioni antieuropee. Per parafrasare una frase celebre pronunciata durante la battaglia di Fontenoy nel 1745: «Messieurs les anglais, sortez les premiers».

P.S. L’unica conseguenza assolutamente stravagante di un’eventuale Brexit sarebbe che la lingua comune dell’Unione europea, cioè l’inglese, sarebbe la lingua ufficiale solo di Irlanda e Malta.

NOTE
1 P. de Grauwe, «Why the European Union Will Benefit from Brexit», Social Europe, 24/2/2016, goo.gl/BELGzG.
2 C. Sanati, «Why the British Should Leave the EU: The Eu in Its Current Form, is fundamentally Broken. And It Won’t Be Fixed with the UK on the Board», Fortune, 22/2/2016.
3 I dati del 2009 sono tratti da N. Heinen, «EU Net Contributor or Net Recipient just a matter of Your Standpoint?», Deutsche Bank Research, 11/5/2011, goo.gl/sULfML, consultato il 3/5/2016.
4 L’articolo 1 (1) del «Protocollo sull’applicazione della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea alla Polonia e al Regno Unito» del Trattato di Lisbona suona così: «La Carta [dei diritti fondamentali] non estende la competenza della Corte di giustizia dell’Unione europea o di qualunque altro organo giurisdizionale della Polonia o del Regno Unito a ritenere che le leggi, i regolamenti o le disposizioni, le pratiche o l’azione amministrativa della Polonia o del Regno Unito non siano conformi ai diritti, alle libertà e ai princìpi fondamentali che essa riafferma».
5 Concetto originariamente elaborato da Gregory Bateson nella sua ricerca sulla schizofrenia, il «doppio vincolo» si è rivelato utile in tutti i campi in cui si attua una teoria dei sistemi. Così è sottoposto a double bind un malato che deve assumere una medicina per salvarsi la vita ma non può assumerla perché la medicina ha una controindicazione che lo ucciderebbe.
6 Il diritto di veto sulle «aree fondamentali di politica comune» di ognuno dei 28 Stati membri avrebbe dovuto essere limitato dalla nuova Costituzione europea che però fu respinta da francesi e olandesi nel 2005. Ma è chiaro che senza una modifica di questo diritto ogni tentativo di democratizzare le istituzioni di Bruxelles è vanificato sul nascere.
7 Cinque membri dell’Unione europea – Austria, Finlandia, Irlanda, Malta e Svezia – si dichiararono «neutrali» durante la guerra fredda, ma ora son integrati in vari organi di consultazione e cooperazione atlantica. La partecipazione di Cipro è in sospensione a causa della disputa tra Turchia e Grecia.
8 Per esempio, in «The Anglosphere Project», The New Statesman, 13/3/2000, John Lloyd include paesi – come Sudafrica e Irlanda – che sono in realtà esclusi dal nucleo duro dell’Anglosfera.
9 T. Montgomerie, «Obama’s Brexit Overreach Is Typical of His Arrogance», The Spectator, 23/4/2016.
10 «Brexit and the City», Ceps, 22/1/2016, consultabile in goo.gl/Jf9cAX. 11 G.-M. Benamou (avec François Mitterrand), Mémoirs interrompus, Odile Jacob, Paris 1996, ripreso in Le dernier Mitterrand, Plon, Paris 1996, p. 52.

(24 giugno 2016)

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Una risposta a Brexit? Un bene per l’Europa

  1. Adriano Zanon scrive:

    Brexit, il mondo è caduto dalle nuvole” (Micromega, 1 luglio 2016) è il seguito, il commento a caldo di Marco d’Eramo. Sempre interessante.

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