La guerra civile europea in corso

Comincia oggi una settimana importante per le sorti dell’Unione Europea e dell’euro, quindi della nostra vita politica e civile, la vita quotidiana.

C’è in scadenza per giovedì 22 la decisione finale della Bce sul cosiddetto Quantitative Easing (QE) , cioè l’acquisto da parte della Bce di titoli di stato stampando moneta, già usato più volte, anche su titoli privati, da parte di Usa, UK e Giappone (dove però non ha funzionato).

Sui mercati valutari il ribasso dell’euro è la prima conseguenza di una decisione annunciata da tempo. E’ infatti in atto una svalutazione verso tutte le monete, particolarmente verso il dollaro con il quale il cambio medio del 2014 è stato 1,33 e ancora a metà dicembre era 1,25: oggi è a 1,16. Quando avrà raggiunto 1,05 avrà svalutato del 20%. I grossi esportatori verso gli Usa e la Cina, quindi soprattutto la Germania, avranno una nuova leva economica in mano. Tutti, soprattutto gli altri, avranno soprattutto un aumento delle materie prime che si quotano in dollari o perlomeno una riduzione del vantaggio della caduta del prezzo del petrolio.

La seconda conseguenza è già stata la rivalutazione del franco svizzero del 20% della scorsa settimana, dopo l’annuncio di Berna che non avrebbe più operato per tenere ancorato il franco all’euro. Ma nell’economia globalizzata tutto si tiene e questo balzo ha già fatto le prime vittime tra i broker.

Ma – soprattutto – domenica 25 gennaio si vota in Grecia per il rinnovo del parlamento. Verosimilmente, la propaganda che si farà in questa settimana sarà notevole e non solo all’interno del paese. La possibilità che Syriza, la coalizione della sinistra guidata da Alexis Tsipras, vinca le elezioni è oggetto di aspettative e di ansie che non sono di certo diminuite in questi mesi e settimane.

Perché Syriza fa paura? Sostanzialmente perché è la prima vera forza politica che potrebbe governare un paese UE con in programma un vero cambiamento delle politiche in atto da oltre un decennio. Un cambiamento che non può essere indolore per chi finora ha egemonizzato la linea europea, Germania in testa, e per chi invece ha sempre subìto e viene oggi minacciato in tutti i modi, a partire dall’espulsione dall’eurozona e dall’Ue, opzioni peraltro non previste dai trattati esistenti. Lo scontro in atto da anni non è però solo verbale. E’ in atto una vera e propria guerra civile europea, con i suoi vincitori e con le sue vittime. Vittime non in senso figurato. Facciamo parte di un’unione in cui larghi strati di popolazioni soffrono fisicamente e moralmente e vogliono almeno tentare una via d’uscita.

Su come uscirne ci sono naturalmente diverse opzioni. Io propongo qui sotto un articolo dell’aprile 2014 di Bernard Maris (foto), l’economista ucciso il 7 gennaio nell’eccidio del Charlie Ebdo. (Le evidenziazioni sono mie.)

bernard-maris<

La seconda guerra civile
di Bernard Maris
Nel 1992, François Mitterrand ha dato il via ad una seconda guerra dei 30 anni credendo di poter legare la Germania all’Europa attraverso la moneta unica.
La Germania realizza senza volerlo attraverso l’economia ciò che un cancelliere folle aveva già realizzato attraverso la guerra: essa sta distruggendo a poco a poco l’economia francese. Di certo, essa non è responsabile di questa situazione, tutt’altro; essa non è mai intervenuta nella politica interna della Francia e ha dato una mano ai francesi ai tempi di Balladur per realizzare un abbozzo di unità fiscale e di bilancio (che le fu rifiutata).
È François Mitterand che, in due riprese, ha voluto legare la politica monetaria della Francia a quella della Germania, distruggendo un’industria che già andava indebolendosi: la prima volta nel 1983, con la svolta del rigore e la politica del «franco forte»; la seconda volta nel 1989, andando in panico dopo la riunificazione tedesca e avallando quest’ultima al prezzo d’una moneta unica e d’un funzionamento della BCE ricalcato su quello della Bundesbank.
Sono passati da allora più di venti anni di guerra economica, e l’industria tedesca ha annientato le industrie italiane e soprattutto francesi. Oggi la guerra è finita e ha un vincitore. La parte delle esportazioni della Germania nell’Eurozona rappresenta il 10% del totale. Il resto va invece al di fuori, verso gli USA e in Asia. La Germania non ha più bisogno dell’Eurozona. Al contrario: la zona Euro comincia a costarle cara, a causa dei piani di sostengo alla Grecia, al Portogallo e alla Spagna a tal punto che essa stessa comincia a sognare di uscire dall’Euro.
È evidente che né la Grecia, né il Portogallo, né la Spagna, e neppure la Francia o l’Italia non potranno mai rimborsare i loro debiti avendo una crescita debole e una industria devastata. L’Eurozona scoppierà dunque al prossimo grande attacco speculativo rivolto ad uno dei cinque Paesi appena citati. La Cina e gli USA contemplano incantati questa seconda guerra civile interminabile, e si preparano (per quanto riguarda gli USA, una seconda volta) a togliere le castagne dal fuoco.
La Cina e gli USA praticano una politica monetaria astuta e lassista. Si potrebbero aggiungere alla lista dei Paesi che praticano una politica monetaria intelligente la Corea del Sud e, oggi, il Giappone. La Gran Bretagna prepara sic et simpliciter un referendum per uscire dalla UE.
La vera scelta da fare è: uscire dall’Euro o morire a poco a poco. In altri termini, il dilemma per i Paesi dell’Eurozona è abbastanza semplice: uscire in modo coordinato e di soppiatto, o attendere lo tsunami finanziario.
Un’uscita cooperativa e di soppiatto avrebbe il merito di preservare un pochino la costruzione europea, uno tsunami sarà l’equivalente del Trattato di Versailles, dove i perdenti questa volta saranno i Paesi del Sud. E, al di là dei Paesi del sud, l’Europa intera.
L’uscita morbida e coordinata è abbastanza semplice, ed è stata prospettata da molti economisti. Si tratta semplicemente di ritornare a una moneta comune, che serva da riferimento alle differenti monete nazionali. Questa moneta comune, definita da un «paniere di monete» nazionali attenuerebbe la speculazione contro le monete nazionali.
Sarebbe il ritorno allo SME (Sistema monetario europeo)? Sì. Avremmo dei margini di fluttuazione interno alla moneta comune. Una stabilizzazione della speculazione attraverso delle limitazioni dei movimenti di capitale, stabilizzazione che potrebbe essere accresciuta attraverso una tassa di tipo Tobin sugli stessi movimenti di capitale. Ma lo SME è fallito direte voi… Sì, perché lo SME non aveva l’obiettivo di lottare contro la speculazione, e non aveva adottato una «Camera di compensazione» come si augurava Keynes nel suo progetto per Bretton Woods (abbandonato a favore del progetto americano).
Il modo migliore di rendere l’Europa odiosa, detestabile per un lungo periodo, di dare spazio ai nazionalismi più biechi, e di proseguire questa politica imbecille della moneta unica associata a una «concorrenza libera e senza distorsioni» che fa saltare di gioia coloro che ne approfittano, Cinesi, Americani, e gli altri BRICs.
Con tutta evidenza, il dominio della politica sulla moneta non è sufficiente a rendere forte un’economia: la ricerca, l’istruzione, la solidarietà sono certamente altrettanto importanti… Tuttavia, lasciare che i «mercati» governino i Paesi è, molto semplicemente, una vergognosa viltà.
(Economia e Politica, 19 gennaio 2015)
Questa voce è stata pubblicata in Economia, Politica e contrassegnata con . Contrassegna il permalink.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *