Uscire dal gioco

L’efficienza e la vitalità, rispettivamente nella sfera del lavoro e in quello della vita privata e del tempo libero, sono i due ideali etici antropologici della civiltà industriale nella sua fase più avanzata. Ma la cosa da constatare, se si giudica fuori da storicismi e determinismi e con un briciolo di distacco a rischio di essere tacciati di metastorici, è che efficienza e vitalità sono doti selvagge, cioè, meglio, espressioni ultracivilizzate di attitudini sostanzialmente ferine. Niente è più efficiente di una formica, di un’ape; e niente più trionfalmente vitale di una belva nella foresta. Mentre nulla è più umano della meditazione, del dubbio, e persino dell’ozio perplesso.
Significa dunque ciò che la storia è il fallimento dell’uomo? O meglio della sua illusione e presunzione, e la vittoria sotto altre forme della sua natura di bruto?
Una delle cause, non la maggiore ma neanche la minore, dell’attuale disfatta civile morale e di conseguenza intellettuale dell’uomo, è il fatto che nessun membro influente della società, cioè nessuno che sia superiore al sospetto di personale insoddisfazione o malanimo, ha il coraggio di uscire dal gioco, di ribellarsi all’omertà, di offrirsi come bandiera, come esempio, o quantomeno come interprete e vittima innocente, all’impotente ribellione di tutti.

Tratto da:
Luca Canali, La resistenza impura, Manifestolibri, Roma 2010 (pag. 10).

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